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Birmania: partito Suu Kyi decide rientro in Parlamento (30.4.2012) Reuters

Il partito della leader dell'opposizione di Myanmar Aung San Suu Kyi ha deciso oggi di interrompere il boicottaggio del Parlamento e di giurare di proteggere la costituzione, hanno riferito funzionari di partito, mettendo così fine alla polemica col governo.

I parlamentari della Lega Nazionale per la Democrazia potrebbero dunque partecipare ai lavori dell'aula da mercoledì prossimo, hanno detto alcuni rappresentanti.

"Come gesto di rispetto per i desideri del popolo e in considerazione delle richieste avanzate dai parlamentari dei partiti democratici e indipendenti, abbiamo deciso di prendere parte ai lavori parlamentari", ha detto ai cronisti Suu Kyi dopo una riunione.

Domani, giorno di festa anche a Myanmar, Suu Kyi incontrerà intanto il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon a Yangon.

 

Nigeria, 19 morti in due attacchi contro cristiani (30.4.2012) Reuters

La setta islamica nigeriana Boko Haram ha ucciso quattro persone ieri, durante l'attacco contro una chiesa cristiana in cui si celebrava la messa a Maiduguri, nel nordest del paese africano. Lo ha riferito oggi la polizia.

Si tratta del secondo episodio di violenza contro cristiani registrato ieri. A Kano, seconda città della Nigeria, alcuni uomini armati hanno sparato contro i fedeli che partecipavano alla messa.

Nessuno ha rivendicato finora l'episodio di Kano - anche se porta tutte le caratteristiche dell'azione di Boko Haram - che è solo l'ultimo in ordine di tempo di una serie di violenze che hanno provocato quest'anno centinaia di morti nel nord della Nigeria, a maggioranza islamica.

Maiduguri è la capitale dello stato di Borno - la Nigeria è uno stato federale - roccaforte dei Boko Haram e teatro di gran parte dei suoi attacchi, soprattutto contro polizia e militari ma anche contro chiese e luoghi in cui si consuma alcol.

"Il presidente Goodluck Jonathan condanna l'attacco omicida terroristico contro il campus universitario di Bayero a Kano e il brutale assassinio di fedeli innocenti da parte di crudeli assalitori", dice un comunicato della presidenza nigeriana. Jonathan è stato criticato in patria e da diplomatici stranieri per non essere riuscito a fermare l'ondata di violenze scatenate dalla setta, che nell'ultimo anno - dall'elezione del presidente - è in piena attività.

La popolazione della Nigeria, 160 milioni di persone, è divisa in parti più o meno uguali tra cristiani, soprattutto al sud, e musulmani, in gran parte al nord.

 

Nigeria, esplosione a Jalingo: 11 morti (30.4.2012) Reuters

L'esplosione di una bomba ha colpito oggi il convoglio di un commissario di polizia nell'est della Nigeria uccidendo 11 persone, come hanno riferito testimoni e un funzionario locale, dopo che ieri due attentati hanno causato almeno 19 morti in altre zone del Paese.

Al momento nessun gruppo ha rivendicato l'esplosione, avvenuta nella città di Jalingo. Spesso, però, questi episodi vengono ricondotti alla setta Boko Haram, che vuole creare uno stato islamico fuori dalla Nigeria. La serie di sparatorie e attentati dinamitardi degli ultimi giorni ha spento le speranze che gli arresti e le uccisioni dei leader di Boko Haram potessero in qualche modo ridurre la capacità del gruppo di fare attentati.

Jalingo è la capitale dello stato di Taraba, al confine con il Camerun, una zona solitamente pacifica.

"Almeno 11 persone sono morte e 22 ferite vicino al quartier generale della polizia di stato di Jalingo alle 9:30 (ora italiana), quando il commissario si stava recando in ufficio", ha detto Ahmed Bello, funzionario della Croce Rossa nigeriana. Anche Abubakar Moyoko, uomo d'affari di Jalingo, ha detto a Reuters di aver visto 11 cadaveri sul luogo dell'esplosione.

 

Israele: tam tam voto anticipato, spunta ipotesi agosto (30.4.2012) Ansa

Sondaggi premiano destra, Netanyahu tentato. Pesa fattore Iran.

Si moltiplicano in Israele le voci su una possibile convocazione anticipata delle elezioni per il rinnovo della Knesset (Parlamento). A invocare il responso delle urne non sono piu' solo alcuni partiti d'opposizione, ma anche forze della coalizione di destra attualmente al potere, che - sulla base di sondaggi favorevoli - appaiono anzi tentate di accelerare i tempi: a settembre, come ventilato ieri; o magari ad agosto, stando a uno scenario-lampo suggerito oggi da fonti interne all'entourage del premier, Benyamin Netanyahu.

In teoria la scadenza della legislatura e' prevista per il 2013. Ma a favorire lo scioglimento prematuro della Knesset potrebbe essere la stessa maggioranza, cogliendo l'occasione fornita dalle mozioni di sfiducia annunciate dagli oppositori: mozioni che i centristi di Kadima e i Laburisti - per bocca dei rispettivi nuovi leader, Shaul Mofaz e Shelly Yachimovich - avrebbero dovuto presentare oggi in aula, ma che formalizzeranno la settimana prossima dopo il rinvio deciso in segno di rispetto per la morte dell'ultracentenario padre di Netanyahu.

L'opinione del presidente della Knesset, Reuven Rivlin, e' che i seggi potrebbero essere ragionevolmente aperti per settembre (sulla carta occorrono almeno 90 giorni dallo scioglimento). Ma dallo staff di Netanyahu e' rimbalzata in queste ore l'indicazione secondo cui - se davvero si scommettera' sul ricorso anticipato al voto - il giorno X potrebbe essere fissato addirittura ad agosto: data che non intralcerebbe l'ipotetica prospettiva d'un attacco israeliano contro impianti nucleari iraniani in autunno; e che in ogni caso permetterebbe al premier e ai suoi di cavalcare i sondaggi. Stando alle ultime rilevazioni, il Likud (il partito di Netanyahu) sembra infatti destinato a guadagnare almeno 3-4 seggi rispetto al 2009 e la coalizione di destra al potere a conservare la maggioranza parlamentare, seppur forse di misura.

Mentre le opposizioni resterebbero frammentate fra Kadima (in forte calo), i Laburisti (in parziale recupero) e il nascente movimento laico-moderato del popolare anchorman tv Yair Lapid.

L'auspicio che nuove elezioni si tengano ''al piu' presto possibile'' e' stato intanto manifestato oggi apertamente dal ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, leader del partito ultranazionalista Israel Beitenu, convinto a sua volta di poter consolidare le posizioni. Secondo Lieberman, la coalizione odierna e' basata su ''compromessi'' che ostacolano ormai le decisioni dell'esecutivo. Mentre il voto potrebbe sciogliere qualche nodo rafforzando Israel Beitenu (destra radicale, ma laica) e il Likud rispetto ai partner della destra confessionale ebraica. E magari offrire loro persino la chance di 'fagocitare' in uno schieramento ampliato Kadima e Lapid: in modo da emarginare un po' gli ultrareligiosi.

 

Grecia: Elezioni; 32 i partiti in lizza (30.4.2012) Ansa

Sono in tutto 32 i partiti - tra grandi, piccoli e minuscoli, coalizioni dai nomi improbabili e spesso coloriti - che prenderanno parte alle prossime elezioni politiche in programma in Grecia domenica 6 maggio come deciso giovedi' dalla Corte Suprema ellenica. Il numero dei partiti che parteciperanno alla consultazione rappresenta un aumento significativo rispetto ai 23 che hanno preso parte alle elezioni parlamentari dell'ottobre 2009. La stessa Corte ha rigettato le candidature di quattro partiti in quanto non disponevano dei necessari requisiti giuridici. Tra questi "Speranza Nazionale", perche' dichiaratamente monarchico, e "Tirannicidi", perche' "il suo nome dimostra intenti criminali". L'unico candidato del partito, Athanasios Daskalopoulos, si presentera' come indipendente. Questi i partiti - o le coalizioni - e i loro leader che prenderanno parte alla consultazione: 1.Movimento Socialista Panellenico (Pasok), Evanghelos Venizelos; 2.Nuova Democrazia (ND), Antonis Samaras; 3.Partito Comunista di Grecia (KKE), Aleka Papariga; 4.Coalizione della Sinistra Radicale-Movimento Unitario Sociale (Syriza), Alexis Tspiras; 5.Adunata Popolare Ortodossa (Laos), Yiorgos Karatzaferis; 6.Alleanza Democratica, Dora Bakoyannis; 7.Patto Sociale, Louka Katseli; 8.Greci Indipendenti, Panos Kammenos; 9.Sinistra Democratica, Fotis Kouvelis;10.Drasi (Azione)- Alleanza Liberale, Stefanos Manos e Grigoris Vallianatos; 11.Ecologisti-Verdi, sei membri; 12.Unione dei Centristi, Vassilis Leventis; 13.Partito Liberale, Manolis Kaligiannis; 14.Unione Popolare-Alba d'Oro, Nikolaos Michaloliakos; 15.Dimosthenis Vergis-Ecologisti Greci, Dimosthenis Vergis; 16.Ochi (No, formato da Rinascita Democratica e Fronte Popolare Unito, Stelios Papathemelis; 17.Movimento Non posso pagare, non voglio pagare, Vasilis Papadopoulos; 18.Movimento di Resistenza Nazionale (KEAN), Ippokratis Savvouras; 19.Partito Comunista di Grecia (Marxista-Leninista) e Partito Comunista di Grecia Marxista-Leninista (KKE (m-l)-ML KKE), quattro membri; 20.Cooperazione anticapitalista di sinistra per il rovesciamento (Antarsya), 3 membri; 21.Organizzazione dei Comunisti Internazionalisti di Grecia (OKDE), 3 membri; 22.Partito Rivoluzionario del Lavoratori (EEK trotskysti), Sabetai Matsas; 23.Organizzazione per la Ricostruzione del Partito Comunista di Grecia (OAKKE), 3 membri; 24.Associazione per l'Unita' Nazionale (SEE), N. Alikakos; 25.Koinonia (Societa'), Michail Iliadis; 26.Partito dei Pirati di Grecia, I. Papagoupous; 27.Ricreate la Grecia, Glavkos Tzimeros; 28.Movimento Panathinaiko (Panki), Yiorgos Betsikas; 29.Axioprepeia (Dignita') (alleanza di candidati indipendenti), Panayiotis Theodoropoulos; 30.Rinnovare la Sinistra Indipendente, Rinnovare la Destra, Rinnovare il Pasok, Rinnovare Nea Dimocratia, No alla Guerra, Partito dell'Azione: do' via la terra, do' via i debiti, Salvate le Vite, Movimento dei Lavoratori agricoli di Grecia (Paeke) Miltiadis Tzalazidis; 31.Sviluppo Regionale Urbano (PAA), Nikos Kolitsis; 32.Athanasios Daskalopoulos (Indipendente).

 

Grecia: Elezioni, Pasok promette meno tasse e niente tagli (30.4.2012) Ansa

Il leader Venizelos illustra il programma del suo partito.

A meno di una settimana dalle elezioni legislative del 6 maggio, definite da tutti come le più cruciali degli ultimi quattro decenni in Grecia, la situazione rimane molto confusa, con i leader dei partiti a caccia del massimo consenso possibile da parte dell'elettorato greco. Evanghelos Venizelos, il leader del partito socialista Pasok, che come ministro delle Finanze del governo di Lucas Papademos ha sulle spalle il peso dell'attuazione di una serie di rigide misure di austerity che, almeno per ora, non hanno prodotto il risultato desiderato, si presenta deciso "a dire la verità alla gente" e convincere gli elettori sulla posta in gioco di queste elezioni, che secondo lui, riguarda non soltanto la permanenza della Grecia nell'Europa e nell'eurozona ma anche la sua governabilità.

In un'intervista al settimanale ateniese To Vima (La Tribuna), Venizelos afferma fra l'altro che ciò che lo interessa di più e' la governabilità del Paese e non la poltrona di primo ministro e spiega che egli non porrebbe mai come condizione la nomina a premier nel caso in cui si raggiungesse una più ampia convergenza per la formazione del governo. Nel presentare le posizioni del suo partito, Venizelos ha spiegato che l'obiettivo principale del Pasok è quello di rendere la Grecia un Paese economicamente autonomo e, dal punto di vista istituzionale, membro paritario dell'Unione Europea. Per raggiungere tale obiettivo, ha sottolineato Venizelos, serve una grande alleanza nazionale delle forze filo-europee. Riguardo le proposte programmatiche del Pasok per far uscire la Grecia dalla crisi, Venizelos ha detto che esse "mirano alla creazione di una rete di protezione sociale in modo che nessun cittadino greco possa sentirsi solo e abbandonato nelle condizioni attuali". "Il nostro impegno - ha detto - e' quello di accelerare tutte le procedure in modo che i programmi in via di realizzazione per combattere la disoccupazione siano completati entro la fine del 2013 invece che alla fine del 2014 come era previsto inizialmente", ha assicurato.

Un nuovo sistema fiscale che durerà almeno 10 anni, molto più semplice ed equo, sostituirà l'attuale; le tasse speciali straordinarie, dovute alla crisi, saranno gradualmente abolite e il costo del lavoro sarà anch'esso gradualmente diminuito tramite la riduzione del 5% dei contributi previdenziali. Non ci saranno più tagli agli stipendi e alle pensioni, mentre sarà abolita la tassa speciale di solidarietà pagata dai dipendenti statali. Con il nuovo sistema fiscale inoltre, sarà ridotta l'Iva e tutte le altre imposte che oggi gravano sugli immobili saranno sostituite con una tassa unica. Il programma elettorale del Pasok prevede anche la riforma radicale del Sistema Sanitario nazionale e del sistema previdenziale ha detto Venizelos il quale ha conluso affermando che "tutti i greci, nessuno escluso, avranno il diritto di essere curati".

 

Francia 2012: si riduce lo scarto, Hollande 53%, Sarkozy 47% (30.4.2012) Ansa

A sei giorni dal secondo turno delle presidenziali francesi, si riduce lo scarto fra i due sfidanti, che finora ha oscillato fra i 10 e gli 8 punti, sempre a favore del socialista Francois Hollande: secondo un sondaggio Ipsos diffuso questa mattina, Nicolas Sarkozy recupera un punto e sale al 47%, Hollande ne perde uno e scivola al 53%. Il 22% delle persone interrogate e sicure di andare a votare non hanno espresso intenzioni di voto. Quanto alla suddivisione dei voti dei candidati usciti al primo turno, il 34 di chi ha votato per il centrista Francois Bayrou afferma di voler votare Hollande, il 40% Sarkozy. Fra gli elettori di Marine Le Pen, candidata dell'estrema destra del Fronte nazionale, il 14% votera' Hollande, il 54% Sarkozy. Nell'elettorato di Jean-Luc Melenchon (Fronte de gauche), il 3% esprimera' la preferenza per Sarkozy, l'80% per Hollande.

 

Norvegia: Breivik dichiarato sano di mente (10.4.2012) Il Post

Una nuova perizia ha contraddetto i primi esami sul responsabile delle stragi di Oslo e Utøya, a pochi giorni dall'inizio del processo.

Una perizia psichiatrica ha stabilito che Anders Behring Breivik, l’uomo che ha confessato l’uccisione di 77 persone in Norvegia negli attentati del luglio 2011, è sano di mente ed è in grado di affrontare il processo e un’eventuale – probabile – condanna. Il risultato contraddice quanto stabilito da una precedente perizia, che lo scorso novembre lo aveva giudicato gravemente malato e quindi non in grado di rendere conto dei crimini commessi. Il processo a Breivik inizierà lunedì prossimo. La seconda perizia era stata ordinata a gennaio dopo le molte critiche ricevute dalla precedente: sia l’opinione pubblica che la stampa e vari esperti giudicarono improbabile che una persona gravemente malata e schizofrenica potesse orchestrare un progetto pianificato e organizzato dettagliatamente come quello portato avanti da Breivik. Lo stesso Breivik ha definito “bugie” il contenuto della perizia, ha rivendicato la sua sanità mentale e in una lettera a un tabloid norvegese ha detto che essere inviato in un ospedale psichiatrico sarebbe per lui “un destino peggiore della morte”. Breivik ha sempre detto di avere ucciso 77 persone tra Oslo e Utøya in nome della sua “crociata” contro il multiculturalismo e l’Islam. Entrambe le perizie, con le relative relazioni e motivazioni, saranno tenute in considerazione dalla giuria, quando questa sarà chiamata a esprimersi sulla sorte di Breivik al termine del processo, che inizierà il prossimo 16 aprile.

 

Guida alle presidenziali in Egitto (10.4.2012) Il Post

Si è conclusa la fase di presentazione delle candidature: chi sono i favoriti, con quali regole si vota e perché oggi un tribunale ha sospeso l'Assemblea Costituente.

Il 23 e il 24 maggio si vota in Egitto per le elezioni presidenziali. Si tratta delle prime elezioni dopo la rivoluzione di gennaio e febbraio 2011. Per la seconda volta nella storia dell’Egitto, ci saranno almeno due candidati a contendersi la presidenza, dopo le contestate elezioni presidenziali del 2005 vinte dall’ex presidente egiziano Hosni Mubarak con oltre l’88 per cento dei voti. Attualmente l’Egitto è governato di fatto dal Consiglio Supremo delle Forze Armate, detto “SCAF”, che è stato molto contestato negli ultimi tempi dagli attivisti, anche se negli ultimi mesi si sono già tenute le elezioni parlamentari.

Le regole del voto

Il 30 aprile si aprirà ufficialmente la campagna elettorale. Si voterà il 23 e il 24 maggio e l’eventuale ballottaggio (che, vista l’incertezza degli ultimi sondaggi, sembra più che probabile) si terrà il 16 e il 17 giugno. I candidati dovranno essere nati in Egitto da genitori egiziani, non avere doppia nazionalità e non dovranno avere un coniuge straniero. Per essere ammessi al voto i candidati devono inoltre avere il supporto di 30 parlamentari egiziani o, in alternativa, le firme a loro sostegno di 30mila cittadini egiziani aventi diritto al voto. Il nome del vincitore delle elezioni presidenziali dovrebbe essere annunciato il 21 giugno prossimo dalla Commissione elettorale egiziana, ma l’annuncio potrebbe arrivare anche ai primi di luglio.

Il significato del voto

Insieme alla nuova Costituzione, le elezioni presidenziali in Egitto sono formalmente l’epilogo della rivolta popolare che ha destituito l’ex dittatore Hosni Mubarak. L’elezione del nuovo presidente e il ruolo che questi avrà influiranno molto sulla politica interna del paese per quanto riguarda democrazia, laicità, potere delle forze armate e difesa delle minoranze politiche e religiose, ma soprattutto influiranno sulla politica estera dell’Egitto, sui rapporti con Israele e gli Stati Uniti e sulla questione palestinese. Il nuovo presidente avrà un mandato di 6 anni.

I candidati

Stavolta i candidati saranno molti di più rispetto al 2005. Il termine per la presentazione delle candidature alle elezioni è scaduto domenica: alla Commissione che le valuterà ne sono arrivate circa 80, un numero che dovrebbe essere notevolmente ridotto quando verrà pubblicata entro questa settimana la lista ufficiale dei candidati. I candidati in gara scelti dalla Commissione dovrebbero essere 23 (tra di loro ci dovrebbe essere anche un cristiano), ma a oggi, anche secondo i sondaggi, i principali candidati alle presidenziali sono sei: Amr Moussa, Hazem Salah Abu Ismail, Abdel Moneim Abul Fotouh, Omar Suleiman, Ahmed Shafik e Khairat El Shater. Mohamed El Baradei, ex capo dell’Agenzia atomica internazionale, si è già ritirato dalla corsa.

Amr Moussa

Secondo i sondaggi è il favorito a diventare il prossimo presidente egiziano. Ex segretario generale della Lega Araba ed ex ministro degli Esteri con Mubarak, in passato è stato molto critico nei confronti della politica estera di Stati Uniti e Israele, soprattutto per quanto riguarda la questione palestinese (Moussa ha criticato duramente anche il comportamento dei due paesi nei confronti delle elezioni di Gaza nel 2006 vinte dal movimento estremista Hamas). Le sue critiche a Stati Uniti e Israele e talvolta anche all’Occidente lo hanno fatto diventare molto famoso e anche per questo Mubarak aveva deciso di liberarsene, mandandolo a guidare la Lega Araba nel 2001.

Hazem Salah Abu Ismail

Avvocato e presentatore televisivo, è un ultraconservatore salafita e da un po’ di tempo è al secondo posto nei sondaggi. In passato ha dichiarato di voler rendere obbligatorio il velo per le donne una volta eletto e vietare l’alcol in Egitto, anche per i turisti, così come i giochi d’azzardo. Abu Ismail ha anche detto di voler abolire la Shura, ossia la camera alta del Parlamento egiziano. Tuttavia, si è scoperto recentemente che sua madre ha la cittadinanza americana e questo potrebbe fargli perdere parecchi voti tra i salafiti.

Abdel Moneim Aboul Fotouh

È un ex dirigente dei Fratelli Musulmani. È uscito dal movimento perché i Fratelli Musulmani avevano annunciato di non voler candidare nessun loro esponente, vista l’ampia maggioranza di cui dispongono oggi in Parlamento (tuttavia questo annuncio in pratica è stato poi smentito, come vedremo, dalla candidatura di Khairat El-Shater). Aboul Fotouh corre dunque da indipendente: è un medico e islamista moderato ed è molto popolare tra i giovani musulmani. È inoltre molto noto per la sua opposizione a Mubarak e al terzo presidente egiziano Anwar Sadat, ucciso nel 1970.

Omar Suleiman

È il candidato più legato al regime di Mubarak. Ex capo dei servizi segreti, vicepresidente nei giorni delle rivolte e generale dell’esercito, la sua candidatura annunciata all’ultimo momento è stata considerata da molti suoi avversari un affronto a causa del suo passato politico. Suleiman è uno dei politici più vicini all’esercito egiziano ed è stato spesso l’uomo di fiducia delle autorità americane, europee e israeliane. Una sua eventuale elezione rappresenterebbe la maggiore continuità con il regime di Mubarak ma anche con il Consiglio Supremo delle Forze Armate oggi al potere. Da ex capo dell’intelligence, è stato accusato da diversi attivisti di aver fatto ricorso all’uso di torture sistematiche.

Ahmed Shafik

Ex comandante dell’aeronautica militare egiziana, è stato brevemente primo ministro egiziano (da gennaio 2011 a marzo 2011, quando si è dimesso) durante la rivoluzione che ha provocato la caduta di Mubarak. È molto vicino al Consiglio Supremo delle Forze Armate attualmente al potere.

Khairat El Shater

È un famoso imprenditore ed ex vice guida del movimento dei Fratelli Musulmani in Egitto. La sua candidatura ha fatto scalpore perché i Fratelli Musulmani avevano annunciato precedentemente di non voler candidare alcun candidato alle presidenziali (per questo Aboul Fotouh era uscito dal partito). Per candidarsi El Shater si è formalmente dimesso dal movimento, al quale però resta fortemente legato, a pochi giorni dalla scadenza per presentare le candidature. Incarcerato dal regime di Mubarak, è un islamista e grande difensore delle privatizzazioni e del libero mercato.

Il problema della Costituzione

Oggi un tribunale egiziano ha sospeso l’Assemblea Costituente che il parlamento egiziano aveva letto un mese fa per scrivere la nuova Costituzione (che deve essere pronta prima delle presidenziali). Il tribunale ha detto che l’Assemblea non rappresenta adeguatamente le donne e le minoranze politiche e religiose del paese. In effetti, in quanto votata da un Parlamento dominato per il 70 per cento dal partito dei Fratelli Musulmani e dai salafiti, anche l’Assemblea Costituente è a forte maggioranza islamista. Questo ha fatto preoccupare gli altri partiti e gli attivisti per la democrazia in quanto la nuova Costituzione, che dovrà comunque essere approvata da un referendum, potrebbe essere profondamente influenzata dai loro princìpi politici e religiosi. La Costituzione stabilirà ovviamente anche vari poteri del Presidente che verrà eletto e soprattutto i suoi rapporti con il Parlamento (fino all’era Mubarak, il presidente era l’Autorità suprema del paese). Fino a quando un referendum non approverà la nuova Costituzione, non potranno tenersi le elezioni presidenziali.

I sondaggi

Negli ultimi mesi Amr Moussa è stato sempre in testa ai sondaggi con percentuali di consenso che si aggirano intorno al 30 per cento al primo turno. Secondo un ultimo sondaggio del centro Al-Ahram pubblicato oggi da Haaretz, Moussa sarebbe in testa con il 30,7 per cento delle preferenze di voto. Al secondo posto ci sarebbe Hazem Salah Abu Ismail con il 28,8 per cento, al terzo Abdel Moneim Aboul Fotouh con l’8,5 per cento, seguito da Omar Suleiman (anche lui con l’8 per cento). Khairat El-Shater, il candidato di fatto dei Fratelli Musulmani, avrebbe invece solo l’1,7 per cento delle preferenze di voto. Qualora la candidatura di Abu Ismail non venisse accettata per la doppia cittadinanza della madre o si ritirasse, secondo il sondaggio di Al-Ahram il 32 per cento delle preferenze per lui si sposterebbe verso Aboul Fotouh, il 30 per cento sosterebbe Moussa e il restante 38 per cento delle preferenze andrebbe ad altri candidati.

 

Usa: Rick Santorum ha lasciato (10.4.2012) Il Post

Il candidato dei Repubblicani alle presidenziali USA che aveva più chance di opporsi al favorito Romney "sospende" la campagna per la malattia della figlia.

Il candidato repubblicano alle primarie presidenziali americane Rick Santorum ha sospeso la sua campagna elettorale. L’ex senatore della Pennsylvania ha dato l’annuncio in un video parlando per 12 minuti: tra le motivazioni ci sarebbero le tre sconfitte subite la scorsa settimana (Wisconsin, Maryland e Washington DC) e lo stato di salute della figlia di tre anni Bella ricoverata lo scorso fine settimana in ospedale per la seconda volta durante la campagna elettorale del padre a causa di una malattia genetica.

Durante l’annuncio Santorum ha detto: «Questa campagna elettorale per me è finita, l’ho deciso con la mia famiglia nel fine settimana. Continuerò comunque a parlare agli americani e la battaglia continua: mi batterò affinché Obama non venga rieletto». Durante il suo discorso Rick Santorum non ha mai citato Mitt Romney che ha rilasciato subito una dichiarazione congratulandosi con il suo ex avversario: «Rick Santorum ha dimostrato di essere una voce importante del nostro partito e della nazione. Entrambi sappiamo che la cosa più importante è lasciarci i fallimenti degli ultimi tre anni alle spalle e portare l’America sulla via della prosperità».

Tra i repubblicani, oltre a Mitt Romney restano Ron Paul e Newt Gingrich che dopo la sospensione della campagna di Santorum si è impegnato a rimanere in gara per offrire agli americani «una vera scelta». Politicamente la corsa sembra però definitivamente finita e la nomina di Romney a candidato repubblicano sembra scontata. Infatti, con le vittorie ottenute lo scorso fine settimana, Romney avrebbe in totale per la convention repubblicana che eleggerà il suo candidato il prossimo 27 agosto a Tampa, in Florida, almeno 619 delegati (che sarebbero potenzialmente 655 con le proiezioni dei superdelegati che dovrebbero votare per lui). Dunque oltre la metà della soglia di 1.144 delegati necessaria per ottenere la nomination.

Con 1.166 delegati ancora da assegnare, Santorum era fermo a 276 delegati (più 2 probabili superdelegati), Gingrich a 131 (più 4 superdelegati), Ron Paul a 51. Le prossime tappe delle primarie repubblicane si terranno il 24 aprile, quando si voterà contemporaneamente in 5 stati: Connecticut, Delaware, Rhode Island, New York e Pennsylvania.

 

Il caso politico di Bo Xilai in Cina (11.4.2012) Il Post

Perché il Partito Comunista ha sospeso uno dei suoi più importanti funzionari, la cui moglie è stata arrestata per l'omicidio di un cittadino britannico.

Ieri l’alto funzionario del Partito comunista cinese (PCC) Bo Xilai è stato espulso dall’ufficio politico e dal Comitato Centrale del partito perché sospettato di essere coinvolto in una serie di «gravi violazioni disciplinari». Sua moglie Gu Kailai, inoltre, è da ieri indagata per l’omicidio di Neil Heywood, un uomo d’affari britannico morto lo scorso novembre nella municipalità di Chongqing, la più estesa del paese, in cui Bo fino allo scorso mese era segretario locale del partito.

Chi è Bo Xilai

Bo Xilai ha 62 anni, è figlio di un leader comunista dei tempi di Mao ed è stato a lungo considerato un possibile contendente alla guida del Partito Comunista Cinese e quindi del Paese. Dal 1993 al 2000 Bo è stato sindaco della grande città costiera di Dalian, poi è diventato ministro del Commercio e infine leader del partito a Chongqing, dove ha investito nelle infrastrutture, ha guadagnato sempre più consenso e ha avviato una grande battaglia contro la criminalità organizzata con metodi populisti e appariscenti, definiti “occidentali” da molti osservatori anche se Bo si rifaceva sempre a slogan e manifestazioni di carattere maoista.

Bo all’epoca era affiancato dall’allora capo della polizia e suo ex braccio destro Wang Lijun, che è anche la persona che ha portato alla sospensione di Bo Xilai dall’incarico di segretario. Lo scorso 6 febbraio, infatti, Wang aveva dormito in un consolato americano nella città di Chengdu, nello stato di Sichuan, dove secondo la stampa si trovava per riprendersi dallo stress. La notizia si era diffusa rapidamente e Wang era stato subito accusato di voler fuggire dalla Cina e chiedere asilo politico agli Stati Uniti: Wang così è stato arrestato dalla polizia cinese e su di lui è stata aperta un’indagine.

Perché Bo è stato espulso

Sembra che Wang sia scappato da Chongqing per liti e dissensi con Bo. Wang avrebbe consegnato ai vertici di Pechino un dossier con le prove delle presunte malefatte di Bo, tra cui atti di corruzione ed eliminazione di aziende e politici scomodi e ostili per assicurarsi il potere. Bo era espressione dell’ala più conservatrice del PCC e la sua vicenda ha portato alla luce le profonde spaccature che ci sono all’interno del partito. Secondo alcuni esponenti del PCC, Bo avrebbe cercato addirittura l’appoggio dell’esercito cinese, per quello che poteva essere il piano di un potenziale colpo di stato.

Proprio nei giorni del caso Wang, il premier Wen Jiabao aveva pronunciato una dura accusa contro l’amministrazione di Chongqing e contro «coloro che vogliono utilizzare metodi da Rivoluzione Culturale». Wen aveva anche criticato in modo indiretto il tentativo di Bo Xilai di far rivivere l’ideologia e i metodi dei tempi di Mao, organizzando ad esempio grandi adunate di massa. Il giorno dopo, Bo Xilai era stato sospeso dalla carica di segretario di Chongqing. Degli sviluppi si è poi saputo molto poco fino a ieri quando il comitato centrale del Partito Comunista Cinese ha deciso di sospendere Bo Xilai.

Con questo provvedimento, la carriera di Bo è praticamente finita. Il Quotidiano del Popolo, il giornale ufficiale del partito comunista cinese, oggi scrive che “nessuno è al di sopra delle legge”. Bo, si legge in un editoriale del quotidiano, “ha seriamente violato la disciplina del Partito, provocando danni alla causa e all’immagine del Partito e dello Stato cinesi”. Il modello di potere e di governance di Bo Xilai non era ben visto dai leader del partito comunista e né il presidente Hu Jintao né il premier Wen Jiabao avevano gradito la sua ascesa.

L’omicidio di Neil Heywood

Intanto, dalle inchieste aperte su Wang Lijun, sarebbe emerso il legame tra la famiglia di Bo Xilai e Neil Heywood, un cittadino britannico che lavorava in Cina come consulente e che è stato trovato morto a novembre in un albergo di Chongqing (dove Bo Xilai era segretario locale del partito). La morte era stata inizialmente attribuita «all’abuso di alcol», come avevano dichiarato le autorità cinesi che avevano cremato il corpo di Heywood senza procedere prima a un’autopsia. Secondo i risultati delle nuove inchieste sollecitate dal Regno Unito, ora ci sarebbero le prove che Heywood sia stato ucciso. Wang, tuttora detenuto, avrebbe detto infatti alle autorità cinesi che ci sarebbero Bo, sua moglie e un altro dipendente dietro la morte “per avvelenamento” di Heywood.

Il movente del presunto omicidio di Heywood, tuttavia, non è ancora del tutto chiaro. L’agenzia di stampa Xinhua ha riferito ieri che «Gu Kailai, moglie del compagno Bo Xilai, e suo figlio erano in buoni rapporti con Neil Heywood. Ma hanno avuto conflitti su interessi economici, sempre più intensi. Secondo i risultati dell’inchiesta, le prove indicano che Heywood sia stato vittima di un omicidio, del quale Gu Kailai e Zhang Xiaojun, un dipendente di Bo Xilai, sono fortemente sospettati».

 

Che fare con il Gran Premio del Bahrein? (11.4.2012) Il Post

Continuano le proteste contro il regime, la FIA vuole che si corra, ma molti team e piloti temono per la sicurezza e chiedono di annullare la gara.

Il Gran Premio di Formula 1 in Bahrein, previsto per il 22 aprile prossimo, è di nuovo a rischio. Le cause sono le stesse che hanno portato all’annullamento dell’edizione dell’anno scorso, ossia la rivolta popolare iniziata lo scorso febbraio e che, seppur in maniera meno violenta, continua ancora oggi, mettendo a rischio la sicurezza. La Federazione Internazionale dell’Automobile (FIA) vuole che il Gran Premio si corra. Il titolare di fatto dell’organizzazione del campionato di Formula 1, l’82enne inglese Bernie Ecclestone, ha detto ieri in un’intervista al Times che la FIA “non può costringere i team di F1 ad andare in Bahrein”, ma qualora i team si rifiutassero infrangerebbero accordi commerciali. Allo stesso tempo, Ecclestone ha ribadito che l’annullamento del Gran Premio è una decisione che può prendere solo la FIA.

I team di Formula 1, invece, sono piuttosto divisi sulla vicenda. Se i due piloti tedeschi Michael Schumacher e Sebastian Vettel hanno detto che si dovrebbe correre, diverse squadre starebbero facendo pressioni sulla FIA per annullare il Gran Premio, scrive la BBC oggi, perché non ci sarebbero le condizioni di sicurezza necessarie. Il Guardian ha riportato la testimonianza di un importante membro di un team di Formula 1 che, sotto anonimato, si è detto molto preoccupato della trasferta in Bahrein. Anche Damon Hill, ex pilota inglese campione del mondo, ha detto che non si dovrebbe correre, nonostante lo scorso dicembre avesse detto il contrario. Secondo il Times, molte squadre di Formula 1 avrebbero prenotato per ognuno dei loro dipendenti due biglietti diversi per il viaggio dopo il Gran Premio della Cina di domenica prossima, a seconda delle necessità: un biglietto verso il Bahrein e l’altro, in caso venga annullato il Gran Premio, verso l’Europa o verso casa.

Parallelamente, c’è il caso del 53enne attivista del Bahrein, ma con cittadinanza danese, Abdulhadi al Khawaja, arrestato l’anno scorso e che da 63 giorni è in sciopero della fame per protesta contro l’attuale regime sunnita. In questi giorni si è parlato di un trasferimento in Danimarca di al Khawaja, richiesto con una certa insistenza dalle Nazioni Unite, ma il governo del Bahrein ha smentito questa ipotesi, dicendo che Al Khawaja è in buone condizioni di salute. Amnesty International e gli attivisti hanno chiesto invece la sua immediata liberazione, anche perché la sua salute starebbe peggiorando giorno dopo giorno.

Intanto le autorità del Bahrein stanno facendo pressioni affinché il Gran Premio si corra, sia per “unire il paese” ma anche perché un suo annullamento significherebbe la perdita di diversi milioni di dollari. Secondo un comunicato di Zayed Al Zayani, il responsabile del circuito dove si dovrebbe correre il Gran Premio di Bahrein, gli allarmi sono eccessivi e spesso sarebbero gli attivisti a mettere in giro voci false sui social network per rovinare l’evento. Il comunicato però ha fatto infuriare il team Lotus, perché citava frasi rassicuranti sul Gran Premio apparentemente dette da due rappresentanti del team che però, a quanto dice la Lotus, avrebbero parlato in via strettamente confidenziale.

Le rivolte in Bahrein sono iniziate nel febbraio 2011 e da allora sono proseguite a fasi alterne. A protestare principalmente è la comunità sciita, che rappresenta circa il 70 per cento della popolazione del Bahrein e che si sente discriminata dal regime sunnita del re Hamad bin Isa Al Khalifa. Circa 90 civili sarebbero stati uccisi da febbraio 2011 nel corso delle proteste, mentre almeno 3mila persone sarebbero rimaste ferite.

 

Turchia: Ankara prepara una nuova costituzione, con meno potere ai militari (1.5.2012) AsiaNews

La commissione è composta da membri dei vari partiti e ha chiesto suggerimenti e proposte da gruppi della società civile. Erdogan minaccia di ricorrere a un referendum se la nuova stesura non passerà al parlamento entro al fine dell'anno.

Una commissione parlamentare turca sta per iniziare la stesura di una nuova costituzione che sia pienamente civile. La nuova carta dovrebbe essere più democratica e cambiare quella esistente da circa 30 anni, che dava molto potere ai militari. La precedente costituzione, stilata dall'esercito, frenava i diritti civili e ignorava quasi del tutto i diritti delle minoranze come i curdi. Il comitato che elaborerà la nuova stesura entro la fine dell'anno, è composto da membri di tutti i partiti e ha chiesto suggerimenti e proposte da vari gruppi della società civile.

La nuova costituzione potrebbe aprire la possibilità di un riconoscimento giuridico anche delle minoranze religiose non musulmane, come la Chiesa cattolica (v.: 23/04/2012 Chiesa cattolica turca chiede il ritorno di 200 proprietà. Ma è meglio domandare il riconoscimento giuridico). Prima di fare questo passo, il premier Tayyip Erdogan (v.foto) ha cambiato i vertici dell'esercito e ha aperto un processo contro diverse autorità militari accusati di preparare un colpo di Stato ( v.: 10/01/2012 Il 2012 di Erdogan comincia con l'arresto dell'ex capo dell'esercito e la strage oscurata).

Se in parlamento non si raggiungerà il consenso sulla nuova costituzione, Erdogan ha promesso di ricorrere a un referendum nazionale.

 

Usa: Il Connecticut abolisce la pena di morte (12.4.2012) Il Post

Il Congresso ha approvato la legge, il governatore la firmerà presto: sarà il diciassettesimo stato statunitense a rinunciare alle esecuzioni.

Ieri negli Stati Uniti, dopo nove ore e mezza di dibattito, la Camera del Connecticut ha approvato una legge per abrogare la pena di morte nel proprio Stato con 86 voti favorevoli e 62 contrari. La settimana scorsa il Senato aveva approvato il medesimo provvedimento. Il governatore democratico Dannel P. Malloy si è impegnato a firmare quanto prima la legge approvata dal Congresso statale, che renderà il Connecticut il diciassettesimo Stato americano ad aver abolito la pena di morte, il quinto in cinque anni. Dopo la firma di Malloy, nel nord-est degli Stati Uniti rimarranno solamente il New Hampshire e la Pennsylvania a mantenere in vigore la pena di morte. Negli ultimi 52 anni nel Connecticut è stata eseguita una sola condanna a morte.

Come spiega Peter Applebome sul New York Times, il voto di ieri è arrivato dopo venti anni circa di dibattito sulla delicata questione. Nel 2009 il Connecticut arrivò a un passo dall’abrogazione ma il governatore repubblicano dell’epoca, M. Jodi Rell, decise di porre il veto facendo naufragare l’iniziativa legislativa. La decisione del governatore fu condizionata da un grave fatto di cronaca avvenuto due anni prima: una donna e le sue due figlie di 11 e 17 anni furono rapite, violentate e uccise da due criminali abituali, ora in attesa di esecuzione nel braccio della morte. Da allora il marito della vittima, che riuscì a sfuggire al rapimento, è stato uno dei più fermi sostenitori del mantenimento della pena di morte nello Stato. La nuova legge non si applicherà alle undici persone detenute nel braccio della morte del Connecticut.

Al posto della pena di morte, la legge prevede che per i crimini più efferati vi sia il carcere a vita senza la possibilità di avere la pena scontata per buona condotta. Le persone condannate al carcere a vita dovranno essere detenute in aree isolate, lontane dagli altri prigionieri, e potranno trascorrere un massimo di due ore al giorno fuori dalla loro cella.

In seguito al voto della Camera, il governatore Malloy ha diffuso un comunicato ricordando che la decisione del Congresso allinea il Connecticut con buona parte degli altri stati industrializzati sul tema della pena di morte: «Per decenni non abbiamo messo in atto la pena di morte. In prospettiva, avremo un sistema che ci consentirà di mettere da parte la vita di queste persone, dando loro condizioni di vita che nessuno di noi vorrebbe mai provare. Gettiamo la chiave e lasciamo che trascorrano il resto delle loro vite naturali in prigione».

Nel Connecticut la pena di morte fu introdotta in epoca coloniale. Tra il 1639 e il 2005 ci sono state 126 esecuzioni, inizialmente attraverso l’impiccagione, poi con la sedia elettrica e a partire dai primi anni Settanta attraverso l’iniezione letale. L’ultima persona a essere stata uccisa dallo Stato fu un serial killer, Michael Bruce Ross, nel 2005 dopo il suo rifiuto di appellarsi contro la sentenza a morte.

Dopo la firma del governatore rimarranno 33 stati americani ad applicare la pena di morte. A questi va aggiunto il governo degli Stati Uniti quando procede nelle Corti federali. In California gli elettori si potranno esprimere sull’abolizione della pena di morte con un referendum il prossimo novembre. Dal 1976 a oggi negli Stati Uniti ci sono state 1289 esecuzioni, la maggior parte delle quali nel Sud. Solamente nel Texas la pena di morte è stata applicata in 481 casi.

 

In Siria è iniziata la tregua (12.4.2012) Il Post

È il primo passo per mettere in pratica il "piano di pace" di Kofi Annan, ma la situazione resta molto tesa.

Dalle sei di questa mattina, ora locale (le cinque del mattino in Italia), è entrata in vigore in tutta la Siria una sospensione delle attività militari da parte delle forze armate governative e dei ribelli dell’opposizione. È il primo passo per mettere in atto il piano in sei punti presentato dall’inviato delle Nazioni Unite in Siria Kofi Annan e accettato dalle autorità siriane il 27 marzo scorso, mentre diversi paesi occidentali hanno messo in dubbio la reale volontà del regime siriano di interrompere le violenze.

Il New York Times ha scritto che, nelle prime ore dall’inizio della tregua, la situazione sembra tranquilla in tutto il paese, senza che vengano riportate notizie di scontri armati o di utilizzo dell’artiglieria. Ma la situazione rimane molto tesa, dato che fino alle prime ore di questa mattina, prima dell’inizio della tregua, sono stati riportati spari nella città di Idlib e nei sobborghi di Damasco, mentre ieri, secondo gli attivisti, sono state uccise trenta persone in tutto il paese. La tregua non sembra aver portato, fino a ora, ad alcun ritiro dalle proprie posizioni dei ribelli e dell’esercito governativo.

Ci si attende che il ritiro dei soldati del regime dalle zone in cui ci sono stati i combattimenti più intensi, come Homs, avvenga nei prossimi giorni. L’incertezza è però aumentata sia dai comunicati ufficiali del governo che dalle parole di alcuni esponenti dell’opposizione: il portavoce del ministero degli Esteri siriano ha detto che l’esercito rispetterà la tregua “riservandosi di rispondere proporzionatamente a qualsiasi attacco portato dai gruppi armati di terroristi” (il modo in cui le autorità definiscono i ribelli). L’Esercito Libero Siriano, il nome sotto cui si sono raccolti alcuni gruppi armati ribelli, ha fatto sapere che anch’esso risponderà ad attacchi delle forze governative.

Il regime siriano ha accettato il piano di Kofi Annan, che ha come obiettivo primario la cessazione delle violenze e che non prevede le dimissioni di Assad né alcun netto cambio politico nel governo della Siria. Anche per questo è stato accettato dalla Russia, uno dei maggiori alleati della Siria, che ha esercitato molta pressione sul regime siriano affinché mettesse in pratica il piano. Anche la Cina e l’Iran si sono detti favorevoli alla soluzione proposta da Kofi Annan.

Diversi paesi occidentali, in primo luogo gli Stati Uniti e il Regno Unito, hanno già espresso preoccupazione per le condizioni poste dal governo siriano nell’accettazione del piano (come la possibilità di “risposta” agli attacchi dei “terroristi”), e hanno annunciato che se la tregua dovesse fallire spingeranno sul Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite perché vengano prese altre iniziative contro il regime siriano, probabilmente sanzioni. Già all’inizio di febbraio una risoluzione di condanna del governo siriano era stata bloccata nel Consiglio di Sicurezza per l’opposizione di Cina e Russia.

 

Spagna: Il referendum sulla cannabis a Rasquera (12.4.2012) Il Post

Gli abitanti di un piccolo paese catalano hanno approvato un piano per destinare un grande terreno comunale alla coltivazione della cannabis.

Gli abitanti del paesino spagnolo di Rasquera, che ha meno di mille residenti e si trova circa 140 km a sudovest di Barcellona, hanno approvato con un referendum tenutosi martedì scorso un piano per affittare un campo di proprietà del comune a un’associazione che promuove l’uso della cannabis. Il piano era già stato approvato dal consiglio comunale a fine febbraio con 4 voti a favore e tre contrari, e ha lo scopo dichiarato di creare posti di lavoro e trovare soldi per ripagare i debiti del comune. Dopo molte proteste da parte di alcuni residenti e dei partiti di opposizione, il consiglio comunale aveva deciso di indire un referendum tra i cittadini sul tema.

Il campo ha un’estensione di circa 7 ettari, o 70.000 metri quadrati. La notizia ha ricevuto grande attenzione dai media internazionali, che hanno inviato diversi giornalisti nel paesino per scrivere del referendum e del progetto. Il referendum tra gli 804 aventi diritto poneva la domanda “Siete d’accordo con il piano anticrisi approvato dal municipio di Rasquera il 29 febbraio?” I ‘sì’ hanno vinto con il 56,3 per cento dei voti, un risultato che il sindaco Bernat Pellisa, 38 anni, che appartiene al partito Sinistra Repubblicana della Catalogna (un piccolo partito indipendentista catalano) ha definito “magnifico”.

In Spagna il consumo di cannabis è permesso, mentre ne è vietata la vendita. Il piccolo paese di Rasquera è stato colpito dalla crisi come molte altre amministrazioni locali spagnole, tanto da aver accumulato circa 1,3 milioni di euro di debiti. Il sindaco Pellisa è un forte sostenitore del piano per affittare il campo alla Asociación Barcelonesa Cannábica de Autoconsumo (ABCDA), un’associazione senza scopo di lucro che promuove la creazione di club privati, aperti ai maggiori di 21 anni, dove poter consumare cannabis per scopi terapeutici o ricreativi. Secondo il governo comunale, l’affitto sarà accordato a circa 650.000 euro l’anno, una cifra di oltre dieci volte superiore ai prezzi di mercato, e nel paese sarà creata una quarantina di posti di lavoro, per la maggior parte collegati al raccolto della pianta.

Il risultato della votazione, nonostante i toni entusiasti del sindaco, non ha raggiunto quel 75 per cento dei voti favorevoli che Pellisa aveva annunciato come necessari per andare avanti con il progetto. Il sindaco aveva anche annunciato che avrebbe presentato le dimissioni, se i ‘sì’ fossero stati meno dei tre quarti dei voti: alcune ore dopo il voto Pellisa ha detto che si dimetterà, anche se non subito, ma il progetto per la coltivazione della cannabis a Rasquera andrà avanti.

00:26:17 . 02 Mag 2012
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