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Mali, CRISI NEL NORD: ONU APRE A INTERVENTO MILITARE, FOCOLAI DI COLERA (6.7.2012) Misna

Preoccupazioni per il deterioramento del quadro umanitario, per i legami tra gruppi ribelli e gruppi terroristici, ma anche una prima apertura alla possibilità di un intervento armato nel nord del Mali: in questi termini, ieri, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha adottato all’unanimità una risoluzione in cui si fa riferimento alla richiesta di autorizzare una forza di stabilizzazione avanzata dalla Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Cedeao). Nella risoluzione il Consiglio ha detto di essere pronto a esaminare ulteriormente questa richiesta e ha incoraggiato una stretta cooperazione tra le autorità di transizione del Mali , la Cedeao, l’Unione Africana e gli altri paesi al fine di preparare dettagliate opzioni sul mandato di questa eventuale forza di stabilizzazione. Nel comunicato si denunciano le violenze, le recenti notizie di patrimoni culturali distrutti in particolare a Timbuctù e i legami tra i gruppi ribelli e Al Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi). La preoccupazione del Consiglio riguarda anche la proliferazione di armi in tutta la regione del Sahel segnata tra l’altro da un periodo di siccità che sta avendo gravi ripercussioni sulle condizioni di vita della popolazione. “Gli ospedali saccheggiati, la mancanza di farmaci e di personale specializzato – dicono fonti della MISNA a Gao – stanno purtroppo impedendo una risposta efficace contro alcuni focolai di colera registrati in alcuni villaggi intorno alla città”. Secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr), la situazione sarebbe almeno per ora sotto controllo con 32 casi registrati e due soltanto mortali. Della generale situazione nel nord del paese e di possibili forme di collaborazione il primo ministro di transizione Cheick Modibo Diarra parlerà oggi in Marocco dove è arrivato ieri per una visita di due giorni.

 

Siria: DEFEZIONI IMPORTANTI MENTRE A PARIGI SI RITROVA IL FRONTE ANTI-ASSAD (6.7.2012) Misna

Una defezione importante, se confermata, che secondo alcuni osservatori potrebbe assestare un duro colpo al potere del presidente siriano Bashar Al Assad: la notizia della “fuga” in Turchia del generale della Guardia repubblicana, Manaf Tlas, sta facendo il giro della stampa anche se finora le conferme arrivate sono tutte indirette.

Figlio di Mustafa Tlas, ministro della Difesa dal 1972 al 2004 – prima sotto la presidenza di Hafez Al Assad e poi brevemente anche con il figlio e successore Bashar – Tlas è stato compagno di corso e amico personale dell’attuale presidente siriano e la sua defezione sarebbe quella più significativa avvenuta finora tra gli alti ranghi dell’esercito e del regime. Tlas avrebbe lasciato il paese già tre giorni fa oltrepassando il confine con la Turchia sotto protezione dell’Esercito siriano libero. A confermare la sua partenza per la Turchia è stata anche una fonte di stampa (Syria Steps) considerata vicina al governo. Tlas, riferiscono fonti di stampa francese, sarebbe già in viaggio per Parigi dove risiede una parte della sua famiglia e la sua residenza di Damasco sarebbe stata perquisita ieri dalle forze di sicurezza. Secondo dichiarazioni del ministero degli esteri turco non verificabili diversamente dalla Siria sono finora arrivati in Turchia una ventina di generali e un centinaio di alti ufficiali oltre a un numero imprecisato di militari.

Di Tlas e della situazione in Siria, a Parigi si sta parlando oggi nell’ambito di una nuova Conferenza degli “Amici della Siria’, il gruppo che riunisce il fronte dei paesi contrari ad Assad e vicini al Consiglio nazionale siriano (Cns), uno dei gruppi dell’opposizione. Nel suo intervento di apertura il presidente francese François Hollande ha detto che scopo del vertice “è incoraggiare il Consiglio di sicurezza dell’Onu ad assumersi la responsabilità di tracciare un piano per far uscire il paese dalla crisi”. Il riferimento di Hollande è in particolare alle posizioni di Russia e Cina, rimaste finora alleate di Assad e contrarie a qualunque forma di intervento armato dall’esterno. I due paesi non sono presenti all’incontro di Parigi e ieri il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha confermato di aver ricevuto pressioni da paesi occidentali perché Mosca offra asilo ad Assad. Lavrov ha definito queste pressioni “un disonesto tentativo di ingannare persone serie impegnate in politica internazionale o una mancata comprensione dei fatti”.

 

Perù, CAJAMARCA: SI AGGRAVA BILANCIO DELLE PROTESTE, TENSIONI POLITICHE (6.7.2012) Misna

E’ salito a cinque vittime, invece delle precedenti tre, il bilancio delle proteste contro il progetto minerario Conga nella regione settentrionale di Cajamarca mentre 19 persone ferite da colpi di arma da fuoco sono tuttora ricoverate: lo ha detto Reynaldo Nuñez, direttore dell’ospedale regionale. Le ultime due vittime sono un giovane di 29 anni, deceduto dopo essere stato raggiunto da un colpo d’arma da fuoco in testa, e un altro manifestante ucciso mercoledì nella città di Bambamarca, nella vicina provincia di Hualgayoc. Per arginare il movimento di opposizione, attivo da otto mesi, il governo ha decretato lo stato di emergenza nelle provincie di Cajamarca, Hualgayoc e Celendin, dove rimarrà in vigore per 30 giorni. Arrestato mercoledì, l’ex sacerdote Marco Arana, dirigente del partito ambientalista Terra e libertà, verrà processato per istigazione al disturbo della quiete pubblica, non avendo rispettato il coprifuoco vigente. Il progetto, che dovrebbe essere avviato nel 2014, comporta la sostituzione di quattro laghi naturali con impianti artificiali, alimentando i timori della popolazione per il futuro approvvigionamento d’acqua. Gestito dall’azienda Yanacocha, filiale della statunitense Newmont, ‘Conga’ rappresenta il più grande investimento minerario mai realizzato in Perù, con un valore di circa 4,8 miliardi di dollari. Il caso ‘Conga’ e le ultime violenze hanno riacceso vecchie tensioni politiche. Il quotidiano locale ‘El Comercio’ ha riferito che un gruppo di parlamentari fuoriusciti dal partito di maggioranza Gana Perú ha chiesto al presidente Ollanta Humala la revoca dello stato di emergenza, la sospensione del progetto ma soprattutto la destituzione del primo ministro Óscar Valdés Dancuart e del ministro dell’Interno, Wilver Calle, ritenuti responsabili delle vittime. I deputati hanno invitato la popolazione di Cajamarca a “non cedere alle provocazioni” e a “portare avanti la propria protesta per la difesa della vita e dell’ambiente” Dall’organizzazione Amnesty International è arrivato un appello a “porre fine immediatamente alle violente proteste”, “assicurare una maggiore tutela dei diritti umani”, insistendo sul fatto che il governo “deve vietare l’uso di armi da fuoco da parte della polizia, tranne in casi estremi”.

 

Egitto: DISCUSSIONI SU NUOVA COSTITUZIONE E RUOLO ISLAM (8.7.2012) Misna

In Egitto è tempo di trattative tra i gruppi forti del paese nel tentativo di arrivare a una Costituzione che possa essere di compromesso tra le varie componenti della società. Al Cairo lo sceicco di Al Azhar, Ahmed al Tayyeb, ha incontrato i leader salafiti. Secondo notizie della stampa egiziana in seguito all’incontro, i salafiti – considerati l’ala tra le più conservatrici all’interno dell’islam – avrebbero ammorbidito alcune posizioni in cambio di altre concessioni.

Sayed Mostafa, capo del partito salafita al Nour – seconda forza del paese dopo i Fratelli musulmani – ha detto che i negoziati non sono ancora conclusi. Essi riguardano in particolare l’articolo 2 della Costituzione del 1971, il quale stabilisce che “i principi della giurisprudenza islamica (sharia) sono la principale fonte della legislazione”.

L’esponente dell’Assemblea costituente e segretario del Sacro Sinodo della Chiesa copta Edward Ghaleb, scrive Al Masry al Youm, ha a sua volta detto che è opinione della maggioranza dei rappresentanti della Costituente mantenere inalterato l’articolo 2 ma che dovrebbe essere aggiunta una clausola che “consenta ai non musulmani di fare riferimento a legislazioni derivanti dalle loro specifiche religioni”. La Chiesa Copta ha minacciato di ritirare i suoi rappresentanti esprimendo la preoccupazione che nella nuova legge fondamentale non siano rappresentate le minoranze.

Il dibattito sulla Costituzione e sulle influenze dei partiti islamici è stato esasperato da un caso di cronaca nera ovvero dall’uccisione di uno studente da parte di presunti islamisti. Sulla vicenda è intervenuto il ministro degli Interni Mohammed Ibrahim minimizzando l’accaduto e cercando di spogliarlo delle sue connotazioni politiche.

 

R.D.Congo, NORD-KIVU: INTENSI SCONTRI AL CONFINE CON UGANDA, CASCO BLU UCCISO (6.7.2012) Misna

Un peacekeeper indiano della locale missione Onu (Monusco) è rimasto ucciso a Bunagana negli intensi scontri che da ieri mettono a confronto esercito regolare congolese (Fardc) e ribelli del Movimento del 23 marzo, nella provincia del Nord-Kivu (est). La località confinante con l’Uganda è ora sotto il controllo degli insorti e si sarebbe svuotata dei suoi abitanti, passati dall’altra parte della frontiera. Il portavoce della Monusco, 18.000 soldati dispiegati per lo più nell’Est instabile, ha precisato che il casco blu è deceduto successivamente per le ferite riportate nei combattimenti. Eppure nelle ultime settimane la missione Onu aveva inviato rinforzi nella zona di Bunagana, circa 100 chilometri da Goma, di una certa importanza strategica in quanto posto di frontiera con l’Uganda. Fonti di stampa internazionale sottolineano che le forze ribelli stanno guadagnando terreno e oppongono netta resistenza alle truppe di Kinshasa. Ieri, nel territorio di Rutshuru, i miliziani hanno strappato alle forze regolari la cittadina di Jomba. Il portavoce della società civile della provincia del Nord-Kivu, Omar Kavota, ha riferito che “circa 20.000 persone sono in fuga verso Bunagana e verso Rubare”. Violenti scontri sono stati segnalati anche a Tchengerero.

Il colonnello Vianney Kazarama, portavoce del M23, ha dichiarato che “abbiamo catturato due elementi delle Forze democratiche di liberazione del Rwanda (Fdlr, ribellione hutu rifugiata dal 1994 nell’est congolese, ndr) che dovevano respingere l’M23 e penetrare in territorio ruandese, tramite la città di Ruhengeri”. Il colonnello Ngeleka Celestin, portavoce delle Fardc, ha replicato che si tratta soltanto di una “guerra mediatica e psicologica per spaventare i nostri valorosi soldati”.

Da inizio aprile l’Est della Repubblica democratica del Congo è ostaggio di nuove violenze provocate da soldati ammutinati, per lo più ex ribelli del Congresso nazionale di difesa del popolo (Cndp, tutsi) del generale latitante Bosco Ntaganda – ricercato dalla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aia – che rivendicano la piena attuazione degli accordi firmati nel 2009 col governo di Kinshasa grazie ai quali erano stati integrati nell’esercito. Rapporti dell’Onu e di organizzazioni internazionali hanno dimostrato il sostegno diretto del governo di Kigali alla nuova ribellione. Dall’inizio delle ostilità gli operatori umanitari hanno registrato più di 250.000 sfollati interni mentre altre decine di migliaia si sono rifugiati nei confinanti Rwanda e Uganda.

 

COSTA D’AVORIO (6.7.2012) Misna – E’ stato inaugurato a Bouaké il nuovo censimento degli ex combattenti coinvolti nella crisi elettorale del 2011. Il precedente processo di smobilitazione e reinserimento portato avanti negli ultimi 10 anni era fallito. La città settentrionale è il feudo dell’ex ribellione che nel 2002 cercò di destituire l’allora presidente Laurent Gbagbo. Il capo di Stato Alassane Ouattara si è impegnato a risolvere una volta per tutte la questione degli ex combattenti, della consegna delle armi e a riformare l’esercito. Un censimento è stato realizzato l’anno scorso ma finora non ha portato a cambiamenti sostanziali dello stato della sicurezza che rimane precaria.

 

Senegal, CASAMANCE : ATTACCO RIBELLI NONOSTANTE APERTURE AL DIALOGO (6.7.2012) Misna

Un ribelle è stato ucciso e due soldati feriti nell’attacco lanciato contro una postazione militare nel villaggio di Emaye, dipartimento di Oussouye, nel sud-ovest della Casamance: lo ha confermato il portavoce dell’esercito, Abdourahim Kebe, precisando che dopo il lancio di razzi da parte dei miliziani sono seguiti scontri con le truppe regolari. L’assalto, a firma del Movimento delle forze democratiche di Casamance (Mfdc), interviene a 48 ore dall’apertura al dialogo da parte di Salif Sadio, uno dei più importanti capi militari della formazione indipendentista attiva da 30 anni nella regione meridionale. Sadio ha accettato l’invito al dialogo avanzato qualche giorno prima dal presidente Macky Sall, propenso ad avviare negoziati di pace per porre fine al conflitto trentennale.

Alcuni osservatori sottolineano che la tempistica dell’attacco fa pensare che i suoi autori intendono lanciare un messaggio politico in vista dei prossimi colloqui: da tempo l’Mfdc è diviso in più fazioni che non hanno gli stessi obiettivi; alcune temono di essere escluse dal dialogo altre non lo auspicano proprio. La salma del combattente e il suo armamento sono stati esposti al centro del villaggio, che dista una quarantina di chilometri da Ziguinchor, capoluogo regionale. “Non era proprio opportuno lanciare un attacco in questo momento, mentre c’è gente che si sta attivando per arrivare alla pace” ha dichiarato il neo deputato del dipartimento di Oussouye, Aimé Assine.

La scorsa settimana il presidente Sall e la squadra di governo al completo hanno tenuto un consiglio dei ministri a Ziguinchor per dare un segnale della volontà di Dakar di risolvere il conflitto e rilanciare l’economia di una regione marginalizzata ma ricca di risorse.

 

Messico: A CONTEGGIO ULTIMATO LA VITTORIA E’ DI PEÑA NIETO, ORA I RICORSI (6.7.2012) Misna

Dopo la conclusione dello spoglio e un nuovo conteggio che portava sulla metà delle 143.000 urne, l’Istituto federale elettorale (Ife) ha confermato la vittoria alle elezioni presidenziali in Messico di Enrique Peña Nieto. Al candidato del Partido Revolucionario Institucional (Pri) è andato il 38,21% delle preferenze, una quota che gli consente di mantenere a distanza, con una differenza del 6,62%, il rivale Andrés Manuel López Obrador. Il candidato del Movimiento Progresista, che rifiuta di riconoscere i risultati denunciando frodi su vasta scala, è stato votato dal 31,59% degli aventi diritto. Il terzo posto, con il 25,41% dei consensi, è andato a Josefina Vázquez Mota la candidata dell’attuale partito al potere, il Partido Acción Nacional (Pan), che ha accettato il verdetto delle urne. Il 1° luglio sono andati a votare in 50, 5 milioni sui 79,4 milioni di aventi diritto. “Si è conclusa una prima tappa del processo elettorale federale 2012, ma l’Ife non ha competenze per valutare la validità del voto (…) I risultati possono essere impugnanti dinanzi al Tribunale elettorale del potere giudiziario della Federazione (Tepjf) chiamato a pronunciarsi sulla validità delle elezioni e a convalidare il nome del vincitore” scrive il quotidiano ‘El Universal’. In base al calendario ufficiale la fase della certificazione dei risultati è prevista per settembre. Il nuovo presidente eletto entrerà in carica il 1° dicembre. A questo punto l’Ife deve procedere allo spoglio delle schede delle altre votazioni svoltesi contemporaneamente alle presidenziali: quelle per la scelta dei 500 deputati della camera bassa del Congresso, 128 senatori, governatori di una decina di Stati e sindaci di più città, tra cui quello della capitale.

 

Libia: LA PRIMA VOLTA AL VOTO DOPO GHEDDAFI (6.7.2012) Misna

“Tutto è pronto a Tripoli, la gente è entusiasmata, le elezioni vengono definite il matrimonio tra i libici e la Libia”: a poche ore dalla elezioni per il Congresso nazionale fonti missionarie della MISNA nella capitale libica riferiscono di un clima sereno, almeno a ovest. “Altrove – aggiungono – come nell’est del paese, si fanno sentire le spinte federaliste e di chi invita a boicottare il voto, mentre a sud l’insicurezza determinata da continui scontri tribali avrà i suoi effetti sul grado di affluenza alle urne”. Alle elezioni in programma domani, secondo i dati forniti dalla commissione elettorale, si presenteranno 2501 candidati indipendenti e 1206 candidati di 142 partiti politici. A votare saranno chiamati due milioni e 700.000 libici, gli aventi diritto residenti all’estero hanno già votato nei giorni precedenti. I posti in palio al Congresso nazionale sono 200 ripartiti tra indipendenti (120) e liste di partito (80). In lizza ci sono decine di partiti di recente formazione e questo lascia supporre che il voto risulterà frammentato e che saranno pochi i gruppi in grado di prevalere a livello nazionale. “Al voto – aveva detto giorni fa alla MISNA Karim Mezran, docente di Studi mediorientali presso la School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University (Bologna e Washington) e presso la John Cabot University di Roma – si arriva con quattro partiti che possono contare su un grado di organizzazione superiore. Il Partito Giustizia e costruzione dei Fratelli musulmani; il Fronte nazionale per la salvezza della Libia, creato nel 1981 da Muhammad Yusuf al Magarief, ex ambasciatore libico in India, che poggia su una buona rete locale; al Watan, il partito che fa capo ad Abdel Hakim Belhaj e ad Ali al Sellabi, di ispirazione islamica; e, infine, i ‘laici’ dell’Alleanza delle forze nazionali di Mahmoud Jibril, già primo ministro di transizione”. Ma il possibile successo di questi partiti dovrà misurarsi con la realtà molto frammentata della Libia dove, al di là delle ideologie, a dettare la linea saranno soprattutto l’appartenenza tribale, gli interessi di parte e la provenienza geografica.

 

Libia, ELEZIONI: PREVARRANNO DINAMICHE LOCALI E LEGAMI DI SANGUE (Intervista) (6.7.2012) Misna

“Un paese vasto e poco abitato, un numero imprecisato di milizie armate in grado di controllare ognuna un proprio territorio, una disabitudine al voto determinata da decenni di dittatura”: secondo Adel Jabbar – sociologo, saggista e profondo conoscitore del mondo arabo – tutti questi fattori avranno un peso nel voto per il Congresso nazionale che si terrà domani in Libia e da valutare con attenzione saranno sia l’affluenza al voto in generale sia la partecipazione in città particolari come Sirte e Bani Walid, ultime roccaforti del colonnello Muammar Gheddafi.

“In ogni caso – dice Jabbar alla MISNA – già il sistema elettorale che concede più ampio spazio alle candidature indipendenti piuttosto che alle liste di partito dà la misura della realtà libica. Una realtà fatta soprattutto di localismi, in cui l’appartenenza tribale e geografica avranno un’importanza determinante”. L’altra faccia della medaglia di un sistema che prevede 120 seggi agli indipendenti e 80 ai partiti riguarda questi ultimi e il grado di organizzazione che saranno in grado di esprimere. “Personalmente – aggiunge Jabbar – non penso che ci siano formazioni politiche capaci di ottenere una reale affermazione a livello nazionale come invece abbiamo visto in Egitto, Marocco e Tunisia. Lo stesso Partito Giustizia e ricostruzione dei Fratelli musulmani ha previsto già nel suo statuto il coinvolgimento di personalità della società civile estranee al movimento, proprio nel tentativo di rafforzare la propria posizione sul territorio”.

La prospettiva potrebbe essere dunque quella di avere con le elezioni un parlamento molto frammentato, regolato da interessi particolari e con formazioni organizzate che non potranno giocare su numeri importanti. “Una delle sfide – conclude Jabbar – sarà quella di governare i temi dell’economia e del lavoro. Ma ci si arriva con idee poco chiare come ammesso dagli stessi Fratelli musulmani che si sono limitati a dire che la Libia è un paese ricco di risorse naturali e che da quelle continuerà a trarre la sua ricchezza secondo nuovi criteri di redistribuzione”.

 

Bahrain, libertà vigilata per un bambino di 11 anni coinvolto nella Primavera araba (6.7.2012) AsiaNews

La corte minorile sostiene che Ali Hasan è pericoloso per la società e va rieducato. Nessuna menzione su eventuali crimini commessi. Arrestato in maggio, il bambino ha già scontato un mese di carcere preventivo senza accuse specifiche.

Una Corte minorile del Bahrain condanna a un anno di libertà vigilata Ali Hasan (nella foto), bambino di 11 anni accusato di aver partecipato lo scorso 13 maggio alle manifestazioni contro il governo sulla scia della Primavera araba che sta scuotendo il Medio oriente. Secondo il tribunale, egli è pericoloso per la società e va rieducato. Il caso ha scandalizzato l'opinione pubblica locale e internazionale. Diversi attivisti accusano il governo di sfruttare il caso Hasan per frenare l'ondata di proteste pro-democrazia iniziate nel marzo 2011 e costate decine di morti.

Arrestato in maggio, Hasan ha già scontato un mese di carcere, ma senza accuse specifiche nei suoi confronti. Lo scorso 11 giugno il tribunale lo ha rimesso in libertà, giudicandolo innocente. Tuttavia dopo un riesame del caso, il 5 luglio i giudici hanno optato per un anno di libertà vigilata, sottolineando la pericolosità del bambino che avrebbe preso parte ad almeno tre sit-in organizzati in maggio da attivisti sciiti.

Shahzalan Khamis, avvocato di Hasan, dice che il suo assistito è innocente e non ha commesso alcun crimine. "La decisione della corte - afferma - è una vera e propria condanna formulata su basi inesistenti". Interrogati sull'argomento i giudici si giustificano sottolineando che le accuse contro il giovanissimo attivista non sono mai cadute, ma non spiegano su quali capi di accusa il bambino dovrebbe scontare un anno di libertà vigilata.

Hasan è solo uno dei minorenni arrestati dalle autorità durante sit-in e manifestazioni. Secondo il Bahrain Center for Human Rights, la maggior parte dei bambini si trovava in piazza insieme ai genitori e non avrebbero compiuto alcuna azione tale da giustificare arresto e detenzione preventiva.

Il Bahrain è un Paese a maggioranza sciita, ma governato da una famiglia reale sunnita alleata dell'Arabia Saudita. Da oltre un anno la popolazione chiede riforme costituzionali e l'allontanamento dello sceicco Khalifah ibn Salman al-Khalifah, premier dal 1971. Sull'onda della "Primavera araba", l'opposizione sciita ha organizzato nel marzo 2011 una sollevazione popolare. Per reprimere le manifestazioni il governo ha chiesto aiuto all'alleato saudita, che è intervenuto inviando le forze speciali autorizzate a sparare sui dimostranti. Negli scontri sono morte 24 persone, tra cui 4 poliziotti. Le rivolte sono ricominciate con forza lo scorso 18 aprile in vista del gran premio di Formula 1. Per giorni migliaia di manifestanti hanno occupato le strade della capitale e dei villaggi a maggioranza sciita. Il governo ha risposto con la forza imponendo il coprifuoco e arrestando centinaia di persone.

 

Khartoum: il Sudan non vuole la guerra (28.3.2012) Rinascita

Sudan e Sud Sudan devono rispettare il patto di non aggressione firmato lo scorso 10 febbraio che prevede il ritiro dei propri soldati a 10 chilometri dalla linea di frontiera. È il monito lanciato dall’Unione Africana dopo due giorni di combattimenti e raid aerei in alcune zone di confine tra i due Paesi. Il presidente della Commissione dell’Ua, Jean Ping, si è detto “profondamente preoccupato” per gli ultimi avvenimenti che fanno temere lo scoppio di una nuova guerra per il petrolio.

Ad usare i toni più duri è stato però il ministro degli Esteri Usa Hillary Clinton che ai giornalisti ha detto che “Khartoum porta il peso della responsabilità dei combattimenti” e ha definito le incursioni dell’aviazione sudanese una prova di “un uso sproporzionato della forza”. Nessuna parola è stata spesa contro il governo di Juba che ha attaccato lo Stato di Heglig, dove ci sono importanti giacimenti di petrolio. Già nella serata di martedì, il dipartimento di Stato Usa era intervenuto sull’argomento, sostenendo, tramite la portavoce Victoria Nuland, che gli Stati Uniti sono “enormemente allarmati da quanto sta accadendo”. “Sollecitiamo entrambe le parti a cessare immediatamente il fuoco ai confini perché l’escalation potrebbe uscire fuori dal controllo” ha affermato la Nuland. Dichiarazioni che sono state precedute dall’annuncio di un accordo di libero commercio proprio con il Sud Sudan, inserendo tra le voci che entreranno negli Usa senza pagare dazi anche il greggio prodotto da Juba.

Alle condanne degli Usa e della comunità internazionale, il governo di Khartoum ha risposto che non bombarderà il territorio sud-sudanese e che non vuole la guerra. Lo ha affermato alla France Presse, il portavoce del ministero degli Esteri sudanese, Al Obeid Meruh: “Non bombarderemo il territorio sud-sudanese noi non vogliamo ora la guerra e non amplieremo la zona di guerra” ha spiegato il ministro sudanese, sottolineando che il Sudan è comunque “sulla difensiva”. “Accusiamo loro di aver iniziato la guerra in questa zona”, ha aggiunto Meruh, precisando che la posizione di Khartoum è che le regioni ricche di petrolio che si trovano su entrambi i lati della frontiera dovrebbero “rimanere fuori dalla zona di conflitto”. La tensione tra Khartoum e Juba rimane comunque alta. Il Sud Sudan ha affermato ieri che gli aerei sudanesi hanno bombardato di nuovo l’area di confine tra i due Paesi. “ Gli attacchi di terra sono cessati, ma hanno bombardato Panakwach, città situata a 35 chilometri da Bentiu” ha affermato Gideon Gatpan, ministro dell’Informazione del Sud Sudan. Bentiu è un’importante località petrolifera sud-sudanese non lontana dal confine con il Sudan.

A sua volta, il governo di Khartoum ha annunciato di aver ripreso il controllo della strategica località di Heglig e di altre aree di confine occupate dall’esercito sud-sudanese. A renderlo noto è stato in una conferenza stampa il capo dei Servizi segreti e dei Servizi di Sicurezza sudanesi (Niss) Mohamed Atta al- Moula Abbas, che ha precisato: “Abbiamo ripristinato il controllo sull’area di al-Kahraba, liberando il confine per una profondità di 10 chilometri”.

 

Mali: Manifestazioni a Bamako in favore della giunta militare (28.3.2012) Rinascita

Ad una settimana dal golpe, la situazione si fa sempre più ingarbugliata in Mali. La Comunità economica dell’Africa occidentale (Cedeao/ Ecowas), che si è riunita giovedì ad Abidjan in Costa d’Avorio, ha deciso di inviare una delegazione nelle prossime 48 ore nel Paese per ristabilire l’ordine costituzionale. Lo si evince da un comunicato dell’organismo africano in cui si precisa che la delegazione sarà guidata dal presidente ivoriano Alassane Dramane Ouattara e comprenderà Thomas Boni Yayi (capo di Stato del Benin e presidente di turno dell’Unione africana), i presidenti della Liberia, (Ellen Johnson-Sirleaf), del Niger (Mahamadou Issoufou), della Nigeria (Goodluck Jonathan) e del Burkina Faso (Blaise Compaoré). Tutti presidenti filo occidentali e soprattutto legati alla Francia. Il capo di Stato Compaoré (arrivato al potere con un colpo di Stato contro il presidente e suo caro amico Sankara) è stato inoltre nominato mediatore nella crisi in Mali con l’obiettivo di “di prendere contatto con tutte le parti interessate a impegnarsi in modo efficace nel dialogo per il ripristino della pace nel Paese.”

Durante il summit, la Cedeao/Ecowas ha inoltre deciso di sospendere il Mali dall’organismo, minacciando sanzioni nel caso in cui i militari non ristabiliscano l’ordine. Secondo un’ipotesi resa nota ieri da esponenti della Cedeao/Ecowas la transizione in Mali potrebbe essere affidata a Dioncounda Traoré, presidente dell’Assemblea nazionale, che dovrebbe organizzare nuove elezioni. Il blocco africano ha anche richiamato il Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla) a cessare le ostilità nel nord del Mali e a utilizzare le vie del dialogo per ottenere le sue rivendicazioni. Se così non fosse, i quindici Paesi della Comunità economica dell’Africa Occidentale non hanno escluso l’uso della forza, affermando di “essere pronti a prendere le misure necessarie per mettere fine alla ribellione e garantire l’integrità territoriale del Mali”.

Di fronte all’aut aut della Cedeao/Ecowas, la giunta militare guidata dal capitano Amadou Sanogo ha preso in contropiede l’organismo africano annunciando nella serata di giovedì una nuova Costituzione e un governo di transizione, precisando che chi ne farà parte non si presenterà alle prossime elezioni legislative e presidenziali. In un comunicato letto da un soldato alla televisione di Stato ha affermato che il nuovo “atto fondamentale”, composto da circa 70 articoli, garantirà “uno Stato di diritto” e “una democrazia pluralista”. Secondo il documento, il capo della giunta assume le funzioni di presidente e in breve tempo nominerà il governo.

Nonostante la condanna univoca contro un nuovo colpo di Stato africano, la giunta militare sta trovando sempre più consenso tra la popolazione. Si avverte una spaccatura tra i partiti politici ed esponenti istituzionali che si sono schierati contro i golpisti e la società civile, che invece li vede di buon occhio per aver messo fine al governo corrotto del presidente Amadou Toumani Touré. Il capo di Stato maliano - di cui oltre alla telefonata con l’ambasciatore francese a Bamako non si sa più nulla – paga anni di mal governo: ha intascato i soldi della comunità internazionale sia per la lotta contro il terrorismo che per quella contro Hiv, ha trascurato in questi anni intere regioni, abbandonate a sé stesse, e ha dimostrato di essere incapace di fronteggiare l’insurrezione nel nord del Paese. Migliaia di persone sono così scese in piazza ieri a Bamako per esprimere la loro solidarietà nei confronti della giunta militare. I manifestanti hanno esposto striscioni con su scritto “Abbasso Touré”, “Abbasso la Francia”, “Abbasso la comunità internazionale”, “Viva la giunta” e hanno gridato “soluzione Sanogo”.

È soprattutto l’ex potenza coloniale, la Francia, ad essere sul banco degli imputati per il suo doppio gioco, che non condanna la ribellione dei tuareg ma il colpo di Stato militare sì. Si è diffusa la convinzione che l’Eliseo voglia agire come in Costa d’Avorio, dove per dieci anni ha appoggiato e finanziato la ribellione nel nord del Paese per poi piazzare Ouattara al potere. Il Mali non ha il cacao come la Costa d’Avorio, ma è un importante esportatore di cotone. E inoltre ha importanti giacimenti di oro, di uranio e di petrolio.

 

CIPRO ACCUSA UE E MERKEL: TERMINI BAILOUT GRECIA CI HANNO AFFOSSATO (6.7.2012) Il Velino

Secondo il ministro delle Finanze Vassos Shiarly le banche dell'isola, in possesso di una quantità notevole di titoli di Stato greci, hanno perso 4,2 miliardi di euro.

Cipro accusa l’Europa e in particolare la Germania: i termini del bailout alla Grecia hanno causato danni finanziari rilevanti, costringendo l’isola a chiedere aiuti di cui non avrebbe avuto bisogno. “Effettivamente la nostra prossimità alla Grecia ci ha fatto pagare un prezzo molto pesante per via della nostra connessione finanziaria”, ha detto il ministro delle Finanze cipriota Vassos Shiarly. In sostanza, il governo di Nicosia lamenta che il taglio dei crediti con Atene, parte integrante dell’accordo per il salvataggio, ha pesato sulle banche di Cipro, in possesso di una quantità notevole di titoli di Stato greci. “Il settore privato ha avuto inizialmente un taglio del 75 per cento del proprio investimento ma considerando tutto, la perdita per coloro che possedevano bond greci si aggira intorno all’81 per cento”, ha precisato Shiarly, aggiungendo che alle banche dell’isola questa operazione è costata intorno ai 4,2 miliardi di euro, il 24 per cento del Pil. Secondo il ministro, è stata soprattutto Angela Merkel a adoperarsi affinché i creditori accettassero di perdere parte del loro investimento per salvare la Grecia. “Se mi chiedete se questo è stato un modo giusto di affrontare il problema, oserei dire di no”, ha insistito Shiarly, secondo cui le conseguenze “avrebbero dovuto essere considerate prima”. Se la situazione di Cipro fosse stata “valutata proporzionalmente in termini di Pil”, ha affermato il ministro, la perdita per le banche sarebbe stata limitata a 200 milioni di euro. L’uscita del titolare dell’economia cipriota giunge alla vigilia di un Ecofin importantissimo lunedì 9, durante il quale dovrebbero anche essere valutati i termini di un bailout per l’isola. “Vogliamo parlare ai nostri partner europei e assicurarci che comprendano l’ingiustizia con cui questo particolare problema è stato affrontato”, ha detto Shiarly, che spera di garantire al suo Paese un trattamento più favorevole rispetto a quello riservato dalla troika (Ue, Bce, Fmi) a Grecia, Portogallo e Irlanda. All’inizio di questa settimana funzionari della Bce e del Fmi sono stati a Nicosia per una prima stima dei conti e delle necessità del Paese. Il bailout, secondo indiscrezioni, dovrebbe ammontare a dieci miliardi ma il governo dell’isola si riserva anche la possibilità di chiedere aiuto alla Russia, che porrebbe condizioni meno dure.

 

MESSICO: PEÑA NIETO SEMPRE PIÙ PRESIDENTE (6.7.2012) Il velino

Il riconteggio parziale dei voti - per presunti brogli - conferma il vantaggio del leader del centrosinistra. Opposizione pronta a presentare ricorsi. A settembre la proclamazione ufficiale.

Il candidato del Partido Revolucionario institucional (Pri), Enrique Peña Nieto, sarà con ogni probabilità il nuovo presidente del Messico, ma si annuncia un lungo dopopartita. La polemica gravita sempre attorno ai presunti brogli, con tanto di video che documenterebbero il caso scatenante: tessere per la spesa offerte in cambio di voti. La coalizione delle sinistre guidata da Andrés Manuel López Obrador, dopo aver strappato un parziale riconteggio dei voti si prepara a una campagna di appelli e ricorsi. Un'operazione non nuova per il candidato progressista, sconfitto nel 2006 per una manciata di voti da Felipe Calderón, in uno scrutinio che le autorità elettorali confermarono tra le perplessità di una parte dell'opinione pubblica. La prima verifica delle schede, che dovrebbe chiudersi entro domenica al massimo, sembra confermare - se non incrementare - lo scarto di Peña Nieto su "Amlo": tra i cinque e i sette punti percentuali. Dovessero confermarsi i risultati, per la proclamazione ufficiale c'è tempo fino al prossimo 7 di settembre, Peña Nieto riporterà il Pri al governo dopo dodici anni di mandato del Pan (Partido de accion nacional), prima con Vicente Fox, poi con Calderón. Una parentesi aperta nel 2000 e che interrompeva l'egemonia "priista" durata 70 anni. L'avvocato 45enne dovrà con ogni probabilità guidare il paese senza una chiara maggioranza in Parlamento, ereditando in questo la situazione politica del predecessore: stando alle proiezioni, alla Camera il Pri conta su 232 seggi, la coalizione delle sinistre (guidata dal Partido de la revolucion democratica) ne ha 140, la formazione di centrodestra del Pan ne avrà 118. Al Senato il partito del presidente dovrebbe avere 57 seggi, contro i 41 del Pan e i 29 del Prd (e alleati).

 

PARAGUAY-VENEZUELA: TENSIONI A TUTTO CAMPO, DAL PETROLIO AL MERCOSUR (6.7.2012) Il Velino

Cresce la tensione tra Venezuela e Paraguay. All’interruzione dei rapporti diplomatici sono seguite le accuse incrociate su una presunta manovra illecita per facilitare l’ingresso del Venezuela nel Mercosur e la conferma della sospensione di una importante fornitura di petrolio da Caracas ad Asunción.

CRISI DIPLOMATICA - Il governo venezuelano aveva ritirato il proprio ambasciatore dal Paraguay appena consumata la crisi politica che ha decretato la caduta dell’ex presidente Fernando Lugo in favore del suo vice, Federico Franco. Giovedì Asunción denunciava un presunto tentativo del governo venezuelano di evitare la destituzione di Lugo in seguito alla sfiducia parlamentare. Una “ingerenza” punita con l’espulsione dell’ambasciatore e il richiamo di quello a Caracas. A fine giornata il Venezuela rispondeva rendendo noto il richiamo del personale militare dalla propria rappresentanza nel paese vicino.

SOLDI IN CAMBIO DI VOTI – Nelle stesse ore si apriva un’altra polemica relativa al voto che il Senato paraguaiano – ultimo a non esprimersi dopo il via libera di quelli di Argentina, Brasile e Uruguay - avrebbe dovuto dare sull’ingresso del Venezuela nel Mercosur. Alcuni senatori, accusa Hugo Chavez, avrebbero chiesto soldi a Caracas per impegnarsi al “sì”. Sono state le autorità venezuelane a proporre pagamenti in cambio del voto, è la risposta di alcuni senatori paraguaiani filtrata sui media locali.

PETROLIO – Il capitolo economicamente più impegnativo della contesa rimane però quello del petrolio. Appena celebrata la sfiducia a Lugo il presidente venezuelano aveva parlato della possibilità di interrompere le forniture al paese vicino, privo di qualsiasi giacimento di idrocarburi. Secondo la responsabile del commercio estero della Petropar (compagnia petrolifera paraguaiana), Caracas non rinnoverà la fornitura mensile da 25mila metri cubici per il periodo che va da luglio a dicembre. Una quota che soddisfa circa il 30 per cento della domanda interna. Petropar sarebbe subito corsa ai ripari disponendosi ad aprire una gara per stringere contratti con altri due fornitori internazionali.

 

Egitto: Il Cairo. Katatni alla guida della costituente egiziana (28.3.2012) Rinascita

Si è svolta ieri come previsto, seppur a ranghi ridotti, la prima riunione dell’Assemblea costituente egiziana, da giorni oggetto di polemiche da parte degli schieramenti liberali e laici che ne contestano la composizione a maggioranza islamista. All’appello mancavano circa un quarto dei cento membri totali, nelle ultime 48 ore sono stati molti infatti coloro che hanno annunciato il proprio ritiro dalla Costituente in segno di protesta. Fra questi anche i rappresentanti del partito degli Egiziani liberi, secondo i quali “il modo col quale l’assemblea costituente è stata formata è stato imposto con la forza dalla maggioranza, con tutti i mezzi politici e giuridici”. Un riferimento evidente al braccio politico dei Fratelli musulmani, il movimento Giustizia e Libertà, che detiene la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento de Il Cairo, cosa gli ha permesso di conquistare anche il 50 per cento dei posti disponibili nell’Assemblea incaricata di scrivere la nuova Carta fondamentale del Paese nordafricano. Una mediazione fra le parti è stata tentata nella tarda serata di lunedì dal Consiglio supremo delle forze armate, che di fatto svolge le funzioni del Capo di Stato dalla caduta di Hosni Mubarak. Tutti i leader dei 18 diversi schieramenti politici egiziani sono stati convocati dal numero uno dell’esercito Hussein Tantawi e dal sue vice Sami Anan senza però riuscire a raggiungere l’intesa sperata.

Le polemiche e le assenze non hanno tuttavia sortito alcun effetto sui restanti membri della Costituente che, raggiunto il minimo legale delle 51 presenze, hanno proceduto all’elezione del presidente come stabilito dall’ordine del giorno. E come ampiamente previsto le operazioni di voto hanno portato alla nomina scontata di Saad al Katatni, già alla guida della camera bassa egiziana, nonché uno dei principali esponenti dei Fratelli musulmani. “Scrivere la Costituzione richiede saggezza e responsabilità politica, lontano da posizioni di parte”, sono state le parole del neo eletto che si è aggiudicato 71 voti a favore su 72 presenti. Parole alle quale non credono né i partiti liberali, né i movimenti giovanili che ieri hanno dato vita a una marcia di protesta che si è conclusa di fronte il Parlamento egiziano. La composizione della costituente potrebbe però essere rimessa in discussione dal tribunale de Il Cairo, che all’inizio di aprile si esprimerà sui numerosi ricorsi presentati dai diversi schieramenti politici contro la presenza di un numero così elevato di deputati fra i membri della commissione. Un fatto che ha spinto anche la Corte Costituzionale ha ritirare il proprio rappresentante Ali Awad Saleh, per evitare che “sia rimessa in gioco la propria legittimità”.

 

Mali. Il popolo maliano rispedisce a casa Ouattara e Campaoré (29.3.2012) Rinascita

Il presidente deposto Amadou Toumani Touré è uscito fuori dal guscio, dopo giorni di silenzio, rilasciando un’intervista a Radio France Internationale. “Ho seguito con grande interesse le conclusioni del vertice della Comunità economica dell’Africa occidentale, tenutosi martedì ad Abidjan. Sottoscrivo per intero le proposte fatte dai capi di Stato della regione per fare uscire il nostro Paese dalla crisi. Soluzione che, è chiaro, deve passare attraverso il ritorno all’ordine costituzionale per evitare qualunque tipo di avventura. E che deve prevedere la ricostituzione delle istituzioni della Repubblica democraticamente eletta dal popolo sovrano del Mali”, ha affermato Touré, aggiungendo che si trova ancora nel Paese e che non è detenuto dai militari golpisti. Due giorni fa era stato l’ambasciatore francese a Bamako a rivelare, dopo un colloquio telefonico con il presidente maliano, le sue buone condizioni di salute.

“Sto bene (…) la sola cosa che mi manca è un po’ di sport. Sta bene anche la mia famiglia. Mi trovo in Mali e non sono trattenuto dai militari ammutinati (…) la prossima volta rivelerò dove sto trascorrendo questi giorni”, ha spiegato il capo di Stato deposto aggiungendo di essere sfuggito ai golpisti che “per 16 ore” hanno colpito con artiglieria pesante la sua residenza a Bamako. Secondo quanto affermato alla radio francese, Touré ha intenzione di mettersi da parte: “Sono a due mesi dalla fine del mio mandato – le elezioni, alle quali non si sarebbe candidato, erano previste il 29 aprile – e a questo punto la mia persona ha poca importanza. Ciò che invece ha importanza è trovare, in maniera consensuale, una soluzione alla crisi con l’insieme della classe politica e dei partiti, e con il gruppo dei capi di Stato della Cedeao/Ecowas. Al di là delle singole persone e di me stesso in particolare, è importante preservare la democrazia, le istituzioni, il Mali”.

La rassegnazione del presidente Touré, che accetta a mani alzate il colpo di Stato, desta qualche sospetto su quanto sta accadendo in Mali e chi ci sia veramente dietro al golpe. Così come l’arrivo a Bamako della delegazione di alto livello della Cedeao/Ecowas, guidata dal presidente ivoriano Alassane Dramane Ouattara e da quello burkinabé Blase Compaoré, i due grandi alleati della Francia, rafforza la convinzione che Parigi non sia del tutto estranea ai fatti . L’obiettivo della missione - cui partecipano anche il presidente del Benin, Thomas Boni Yayi, quello del Niger Mamadou Issoufou, della Nigeria Goodluck Ebele Jonathan e della Liberia Ellen Johnson Sirleaf - è quello di convincere la giunta militare, che mercoledì ha annunciato una nuova Costituzione, elezioni e formazione di un governo di unità nazionale, ad aprire una fase di transizione. Inoltre, durante il summit ad Abidjan, i quindici Stati della Comunità economica dell’Africa occidentale hanno affermato di “essere pronti a prendere le misure necessarie per mettere fine alla ribellione tuareg e garantire l’integrità territoriale del Mali”. Altro fatto curioso, l’arrivo tempestivo, mercoledì sera, dei capi di Stato maggiore delle forze armate degli Stati membri della Cedeao/Ecowas, giunti a Bamako per parlare con il colonnello Sonogo, capo della giunta militare e sondare il terreno.

Tutti elementi che alimentano il sospetto che dietro al golpe militare, all’intervista improvvisa del presidente Touré e alla missione della Cedeao/Ecowas, che minaccia l’intervento militare, ci sia la Francia, che avrebbe messo in piedi “il più grande spettacolo” dopo quello in Costa d’Avorio . È quasi impossibile che l’Eliseo non fosse a conoscenza delle intenzioni dei militari della caserma di Kati, da dove è iniziata la protesta ad un mese dalle elezioni presidenziali. I servizi segreti francesi sono ovunque in Mali, come negli altri Stati africani, e sanno tutto quello che accade nel Paese. Perché non avvisare Touré? È noto inoltre l’interesse della Francia, come quello degli Stati Uniti, a rafforzare l’area di influenza nell’Africa occidentale e soprattutto nel Sahel, dove ci sono le comunità dei Tuareg, diviso fra Mauritania, Mali, Algeria, Niger. L’ipotesi più accreditata è che l’Eliseo, che in questi giorni invoca “elezioni il prima possibile”, vuole approfittare della situazione per piazzare un presidente “amico”.

Inizia a pensarlo anche il popolo maliano. Ieri centinaia di manifestanti hanno invaso la pista di atterraggio dell’aeroporto di Bamako per impedire l’arrivo dei presidenti della Costa d’Avorio, Alassane Dramane Ouattara, e del Burkina Faso, Blaise Compaoré, espressione della françafrique e a loro volta due golpisti. E ci sono riusciti. Nonostante i soldati della giunta siano intervenuti per sgomberare la pista e i manifestanti se siano andati, Ouattara e Comparé hanno rinunciato a recarsi a Bamako. Il presidente ivoirano“era già nello spazio aereo del Mali ed è tornato indietro”, ha riferito una fonte aeroportuale. Il capo di Stato burkinabé “non viene più”, ha invece informato una fonte di sicurezza. I due si sarebbero dati un appuntamento ad Abidjan per “una riunione d’urgenza”.

19:50:44 . 07 Lug 2012
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