Ultimi Commenti

Grazie Elisa. Si tratta di un ...

15.10.09 @ 14:58:14
da Admin


Gironzolavo da queste parti e sono ...

22.04.09 @ 13:12:58
da Renato Fichera


NON AVREI POTUTO SCRIVERE DI MEGLIO...CIAO

26.02.09 @ 15:27:22
da moira


Paolo, ciao e grazie per aver ...

22.02.09 @ 12:19:04
da Admin


Ciao Davide , molto interessante il ...

18.02.09 @ 12:21:11
da Paolo Casalini


Calendario

Aprile 2017
LunMarMerGioVenSabDom
 << < > >>
     12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930

Avviso

Chi c'é online?

Membro: 0
Visitatori: 2

rss Sindicazione

All'interno dell'estero

Notizie aggiornate dal mondo


 

Usa 2012: disoccupazione non cala, scontro Obama-Romney (6.7.2012) TicinoNews

La disoccupazione negli Stati Uniti non cala, mentre si alza il livello dello scontro in campagna elettorale. I dati di giugno indicano come il tasso dei senza lavoro è rimasto fermo all'8,2%. I posti creati in un mese sono meno di quelli previsti, appena 80.000.

La sensazione è di essere in una fase di stallo. La notizia raggiunge Barack Obama mentre è impegnato in un tour a tappe forzate negli Stati-chiave di Ohio e Pennsylvania, proprio per cercare di catturare i voti della 'working class'. "L'occupazione continua a crescere da 28 mesi consecutivi, ma non basta. Non cresce abbastanza velocemente. Non sono soddisfatto", ammette il presiente americano davanti a una folla di gente che lavora nelle tante fabbriche della zona, dalla Jeep alla Goodyear. A cui però lancia un chiaro messaggio: se oggi i vostri stabilimenti continuano a lavorare è grazie alle politiche fin qui portate avanti, nonostante quattro anni fa si fosse sull'orlo del baratro.

Per il candidato repubblicano alla presidenza Mitt Romney - in difficoltà negli ultimi giorni - i dati diffusi dal ministero del lavoro sono invece l'occasione per lanciare un nuovo duro affondo sull'attuale inquilino della Casa Bianca. Parla di "un pugno allo stomaco" dei tantissimi americani che ancora oggi lottano per sopravvivere alla crisi. E non ha dubbi che quei numeri sono l'ennesima conferma del "fallimento di Obama", della necessità che gli elettori il prossimo 6 novembre lo mandino via dalla Casa Bianca.

Ma il presidente americano va dritto per la sua strada. Col suo bus - ribattezzato 'Ground Force One' - macina miglia su miglia in poche ore. Nel suo viaggio 'on the road' c'è un ritorno alle origini, alle sue precedenti campagne elettorali. Rispolvera il metodo 'porta a porta'. Tra un comizio e l'altro si ferma nei 'diner', a mangiare un hamburger o a fare colazione con 'eggs and bacon', scherzando con i clienti: "Ho bisogno di sostenermi". Fa il giro di una fattoria e compra della frutta. Poi visita una fabbrica che produce sughi 'mediterranei', e scherza chiedendo un piatto di spaghetti.

A sorpresa si ferma in una panetteria per mangiare una 'cupcacke'. Qui nella 'Rust Belt', come viene chiamata l'area per la ruggine delle sue fabbriche, Washington sembra molto più lontana di quanto in realtà sia. Il presidente cerca il bagno di folla, il contatto con la gente. Viene immortalato mentre stringe a sè una donna che piange e gli racconta come la sorella sia morta di cancro. O mentre prende in braccio dei bambini a cui parla delle figlie Malia e Sasha.

Poi, dal palco, torna a lanciare un messaggio di speranza: "Stiamo subendo ancora le conseguenze della più grande crisi dei nostri tempi. E già nel 2008 sapevamo che non se ne poteva uscire in una notte". Ma "il mio obiettivo - promette - è quello di tornare ai livelli pre-crisi, al 2007". Non solo: "Non basta riprendersi e tornare al punto in cui eravamo prima. Dobbiamo vincere una sfida di più lungo termine, che è quella di costruire una 'middle class' più forte e dare alle prossime generazioni le stesse opportunità che abbiamo avuto noi". Per questo chiede agli elettori di confermarlo per un secondo mandato, "per finire il lavoro iniziato quattro anni fa". Mentre con Romney l'America prenderebbe "la strada opposta". Il presidente si impegna soprattutto ad andare fino in fondo nel riformare Wall Street: "Non voglio più ritrovarmi a dover salvare le banche. Voglio che le banche agiscano con senso di responsabilità e non più in maniera sconsiderata". Chissà se pensava all'ultimo 'scandalò bancario 'made in Usà, quello delle perdite di Jp Mporgan.

 

Egitto. Nuova mediazione di Tantawi sulla Costituente (29.3.2012) Rinascita

Un nuovo tentativo di mediazione fra le varie forze politiche egiziane è stato tentato ieri dal maresciallo Mohamed Hussein Tantawi (foto), capo del Consiglio supremo delle forze armate, allo scopo di risolvere le controversie sulla legittimità dell’Assemblea costituente messa in dubbio dai movimenti laici e liberali che ne contestano la composizione a maggioranza islamista.

Si tratta della seconda iniziativa di questo genere in tre giorni messa in atto dal presidente de facto del Paese nordafricano, che ieri ha nuovamente convocato i leader degli schieramenti per evitare un ennesimo scontro politico e sociale che potrebbe portare l’Egitto a un nuovo periodo di caos. Nonostante le dimissione di oltre un quarto dei cento membri della Commissione e le proteste dei partiti, infatti, i restanti componenti della costituente, quasi tutti appartenenti ai Fratelli musulmani o allo schieramento salafita an Nour, non sembrano affatto intenzionati a sospendere l’attività dell’Assemblea, anche solo temporaneamente. Molte manifestazioni sono già state annunciate per oggi proprio per protestare contro questo atteggiamento oligarchico degli islamisti, saliti solo di recente al potere. In piazza ci sarà anche il movimento giovanile del 6 Aprile, protagonista della rivoluzione dello scorso anno, che sempre ieri ha chiesto alla maggioranza parlamentare, composta proprio da esponenti della Fratellanza, di “essere saggia e rivedere la formazione dell’Assemblea costituente”. All’inizio del prossimo mese è inoltre atteso il pronunciamento del Tribunale de Il Cairo sui numerosi ricorsi presentati dai movimenti parlamentari e non in merito alla validità della composizione della Costituente. Una sentenza che, comunque vada, potrebbe infiammare nuovamente gli animi dei cittadini egiziani. Nessuna risposta alle richieste di laici e liberali è per ora arrivata dal braccio politico dei Fratelli Musulmani, il partito Giustizia e Libertà, che ha invece denunciato le pressioni ricevute da alcuni governi occidentali affinché il Parlamento conceda l’immunità ai militari del Paese nordafricano in attesa di giudizio. Un’immunità che renderebbe nulli anche i processi per i crimini commessi dalle forze di sicurezza durante la dura repressione ai danni dei cittadini nel 2011. La Fratellanza non ha menzionato quali siano questi governi, ma vanno comunque ricordati i numerosi colloqui avuti sia dal movimento islamico, sia dai vertici dell’esercito, con i funzionari dell’amministrazione statunitense che a più riprese si sono recati in Egitto negli ultimi tre mesi.

 

Ancora brutte notizie per il Portogallo (29.3.2012) Rinascita

A una settimana dallo sciopero generale indetto dal principale sindacato del Paese, la Cgtp, continuano ad arrivare cattive notizie per il Portogallo. Ieri la Banca centrale del Portogallo ha aggiornato, in peggio, le sue stime per il 2012 e il 2013. Quest’anno, secondo l’istituto, l’economia del Paese subirà una contrazione del 3,4% in termini di Pil, e non del 3,1% come previsto in precedenza. Nel 2013, invece, sarà “stagnazione”. In precedenza, invece, la Banca centrale si attendeva un leggero recupero il prossimo anno. La revisione delle stime è legata a nuove previsioni su export e domanda interna. Per l’economia europea, l’istituto centrale prevede un permanere dei rischi.

Nelle stesse ore l’agenzia di rating Moody’s è tornata a colpire il Portogallo, abbassando il giudizio su cinque banche lusitane e confermando una prospettiva negativa su sette. In particolare, il rating su Caixa Geral de Depositos, Banco Espirito Santo, BPI, e Banif è stato abbassato di un gradino allineandolo a quello del governo portoghese, degradato a Ba3 dal precedente Ba2. Il rating su Banco Santander Totta, filiale del gruppo Santander, è stato abbassato invece di due gradini a Ba1. Moody’s ha spiegato che la decisione è stata presa per riflettere un deterioramento della qualità degli attivi di queste banche, in ragione delle mediocri prospettive economiche del Paese.

Secondo la Banca centrale del Portogallo, le nuove stime al ribasso sul Pil, potrebbero spingere il governo a varare nuove misure di austerity.

Tuttavia dal governo hanno prontamente smentito una simile ipotesi. “In questa fase non abbiamo alcuna ragione per prevedere nuove misure di austerità”, ha dichiarato il primo ministro conservatore Pedro Passos Coelho, aggiungendo di non voler prendere in considerazione questa opzione “nel momento in cui non prevediamo un peggioramento della nostra economia”.

Secondo il premier lusitano, infatti, “la contrazione dell’economia non si prolungherà”. “Recupereremo. La ripresa sarà notevole dal 2014, ma inizierà nel 2013”, ha spiegato, precisando comunque che il governo resta pronto ad “apportare correzioni se necessario”.

Il Portogallo è uno dei Paesi, assieme a Grecia e Irlanda, ad aver ricevuto aiuti da Unione europea e Fondo monetario internazionale. Da diverse settimane circolano ipotesi sulla possibilità che una volta esauriti gli aiuti, Lisbona abbia bisogno di altri sostegni.

Inoltre, le dure misure anti-deficit varate dal governo conservatore del premier Pedro Passos Coelho in applicazione del piano di salvataggio da 78 miliardi imposto da Ue e Fmi, hanno incontrato la resistenza dei sindacati, in particolare della comunista Cgtp. Nonostante il Portogallo non abbia una spiccata tradizione di conflittualità sociale (al contrario, per esempio, della Grecia), negli ultimi quattro mesi i portoghesi hanno assistito a due scioperi generali. L’ultimo giovedì scorso indetto dalla Cgtp. Questa volta senza l’appoggio del secondo sindacato, l’Ugt, vicino ai socialisti, che a gennaio ha aderito a un accordo con il governo sulla riforma del lavoro.

Nel frattempo i tagli alle spese promossi dal governo hanno avuto pesanti ripercussioni anche sui bilanci comunali. I 308 comuni lusitani hanno infatti accumulato debiti per circa 9 miliardi di euro e sono attualmente a rischio bancarotta. “Se fosse una società potremmo chiamarla insolvenza”, ha dichiarato di recente Fernando Ruas, presidente dell’associazione nazionale delle municipalità, spiegando che, di quei 9 miliardi, 1,5 sono fatture ai fornitori scadute da oltre 90 giorni, mentre il resto è costituito prevalentemente da debiti verso banche.

 

Ungheria: radio opposizione esclusa da assegnazione frequenza (6.7.2012) TicinoNews**0,5

In Ungheria il Consiglio dei media, composto unicamente da esponenti fedeli al premier conservatore Viktor Orban, ha escluso la radio di opposizione 'Klubradiò dalla gara per l'assegnazione della frequenza 95,3. In un comunicato, il Consiglio ha annunciato infatti l'annullamento della domanda di partecipazione alla gara presentata da 'Klubradiò, unica voce di opposizione ancora in vita in Ungheria. Alcuni mesi fa, su ricorso di 'Klubradiò, il tribunale aveva annullato il concorso con il quale il Consiglio dei media aveva assegnato la licenza per la frequenza 95,3 di Klubradio ad un'altra emittente sconosciuta, 'Autoradiò, risultata poi anche inesistente. I giudici avevano imposto al Consiglio di assegnare la frequenza a 'Klubradiò, seconda emittente classificata nella lista finale. Ma ciò non è avvenuto. Secondo il Consiglio infatti, la domanda di partecipazione di 'Klubradiò conteneva vizi formali che l'hanno resa non valida. Andras Arato, presidente della Klubradio, ha tuttavia smentito l'irregolarità della domanda, ha accusato di arroganza di potere il Consiglio, e ha annunciato l'intenzione di continuare la lotta in tribunale. La battaglia non è ancora persa definitivamente per i sostenitori della radio di opposizione, che stanno pagando contributi volontari per il suo mantenimento in vita. I collaboratori dell'emittente lavorano senza paga da mesi poichè la pubblicità non arriva a 'Klubradiò per l'incertezza della sua esistenza. "L'annullamento della domanda di 'Klubradiò è una prova ulteriore che la libertà di stampa in Ungheria è in grave pericolo", scrive il giornale Nepszabadsag.

 

Kosovo: accuse corruzione a vicepremier e altri responsabili (6.7.2012) TicinoNews

Il vicepremier kosovaro Bujar Bukoshi e altri dieci ex responsabili governativi sono stati accusati di corruzione da un procuratore di Eulex, la missione europea in Kosovo. I casi di corruzione, ha precisato Eulex in un comunicato a Pristina, riguardano attività legate al ministero della sanità, e i fatti imputati al vicepremier si riferiscono al periodo in cui Bukoshi era ministro della sanità, fra il 2007 e il 2010. Bukoshi, attualmente incaricato degli affari sociali nel governo del premier Hashim Thaci, e gli altri responsabili coinvolti - anch'essi in passato in servizio al ministero della sanità - sono accusati in particolare di abuso di potere e di cattiva gestione dei fondi pubblici. La lotta a corruzione e criminalità è una delle richieste prioritarie che Bruxelles pone a Pristina per l'accelerazione del processo di avvicinamento alla Ue.

 

Il doppio gioco della Francia in Mali (30.3.2012) Rinascita

Il Mali rischia di diventare la seconda Costa d’Avorio della Francia. Con il passare dei giorni dal golpe militare, avvenuto il 22 marzo, si inizia a far luce su quanto sta accadendo nel Paese. C’è infatti un unico denominatore comune che collega la ribellione tuareg del Movimento per la liberazione dell’Azawad (Mnla), che ha ripreso lo scorso 17 gennaio la lotta armata contro il governo di Bamako, e il golpe militare che ha deposto il presidente Amadou Toumani Touré: l’Eliseo. La stampa maliana ha più volte accusato Parigi di finanziare e armare i ribelli del Mnla, che sono ben armati, ben informati e ben organizzati. Allo stesso tempo è impensabile che la Francia e i suoi agenti di intelligence, dislocati in tutto il Paese, non sapessero che il capitano Amadou Sanogo e i suoi militari stavano preparando un colpo di Stato contro il presidente Touré, con cui l’Eliseo negli ultimi tempi aveva avuto da ridire per la gestione del “terrorismo” nel Sahel e per la costruzione di una base militare a Tessalit. Inoltre, da una parte la Francia condanna il golpe e dall’altra invoca nuove elezioni, “il prima possibile”, senza chiedere il ritorno di Touré alla guida del Paese. Fatti che ricordano gli ultimi dieci anni della storia della Costa d’Avorio, dove la Francia ha prima sostenuto la ribellione, ha organizzato un colpo di Stato nel 2002 e poi nel 2010 ha messo al potere Ouattara.

Farebbe parte del gioco della Francia anche la Comunità economica dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas), guidata dal presidente ivoriano Alassane Dramane Ouattara, che ha minacciato venerdì “un embargo diplomatico e finanziario” contro la giunta militare se l’ordine costituzionale non verrà ristabilito “entro lunedì”, “al più tardi”. La decisione è stata presa giovedì sera durante una riunione d’urgenza ad Abidjan, organizzata in fretta e furia in seguito al fallimento della missione del presidente Ouattara e del suo omologo burkinabé Blaise Compaoré, che non sono riusciti ad atterrare all’aeroporto di Bamako. Centinaia di manifestanti hanno infatti invaso le piste d’atterraggio protestando contro la visita dei due presidenti – saliti al potere nei rispettivi Paesi con un golpe - considerati i meno adatti a dare lezioni di democrazia alla giunta militare.

Al termine dell’ incontro a porte chiuse della Cedeao/Ecowas, il presidente della Commissione della Cedeao Kadré Désiré Ouédraogo, ha annunciato che tra le sanzioni previste contro la giunta ci sono: la chiusura dei confini degli Stati membri dell’organismo e il divieto di viaggio nella regione per i membri della giunta. A queste potrebbero aggiungersi sanzioni economiche – congelamento dei beni dei responsabili della giunta, divieto di accesso ai porti dei Paesi vicini per il Mali, che non ha sbocco a mare – e finanziarie, tra cui il congelamento dei conti intestati al Mali presso la Banca centrale ovest africana (Bceao) e l’interruzione dei pagamenti a favore dello Stato maliano da parte di banche private regionali. L’obiettivo della Cedeao/Ecowas è quello di soffocare l’economia del Paese africano, già provato dalla carestia che ha colpito tutto il Sahel, e quello di convincere la giunta militare a creare un governo di transizione da affidare a Dioncounda Traoré, presidente dell’Assemblea nazionale. Secondo la stampa maliana, Traoré nel momento del colpo di Stato si trovava – guarda caso – a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso ,ed è poi volato alla volta di Abidjan, in Costa d’Avorio. Troppe coincidenze che gettano ombre sul colpo di Stato maliano e sul ruolo della Francia.

Non si esclude neppure l’intromissione degli Stati Uniti, che venerdì hanno annunciato di aver stanziato 120 milioni di dollari per il Sahel, colpito da una grave carestia. Il capitano Sonogo ha partecipato a programmi di formazione negli Stati Uniti, in particolare nella base dei marines di Quantico, in Virginia. Si dice che Sonogo porti sulla sua giacca militare la spilla della marina Usa.

Intanto, i ribelli tuareg del Mnla stanno approfittando del vuoto di potere e della situazione di confusione. Ieri i tuareg sono riusciti a conquistare la città strategica di Kidal, non lontana dalla frontiera con l’Algeria. Secondo fonti locali, sarebbero stati però i militanti dell’Ansar al Eddine, una frangia estremista dell’organizzazione al Qaida nel Maghreb islamico, ad espugnare la città. La presa di Kidal apre ai ribelli la via alle città di Gao, principale centro del nord, e Timbuctù. Quest’ultima è già in stato di allerta massima dopo che l’Mnla accampato alle sue porte ha annunciato di volerla attaccare nelle prossime ore.

 

Bahrein. Proteste a Manama contro l’uso dei lacrimogeni (30.3.2012) Rinascita

Centinaia di persone si sono radunate ieri di fronte la sede delle Nazioni Unite a Manama, capitale del Bahrein, per protestare contro l’uso “eccessivo” di gas lacrimogeni da parte della polizia del piccolo regno del Golfo durante le manifestazioni antigovernative che si sono svolte nell’ultimo anno. Proprio a causa del lancio di bombolette contenenti polveri e sostanze chimiche che intasano le vie aeree, infatti, molte persone sono morte. Due le vittime soltanto nell’ultima settimana, entrambe decedute in seguito all’intervento delle forze armate per disperdere i manifestanti sciiti che si erano riuniti in due diversi villaggi per manifestare contro la famiglia sunnita degli al Kalifah al potere. Il 31enne Ahmed Abdul Nabi, secondo quanto riferito in una nota emessa dal movimento di opposizione al Wafaq, sarebbe morto il 24 marzo scorso all’interno della propria abitazione a Shahrakan, presa di mira senza un motivo apparente dagli agenti di Manama; Abda Ali Abdul Hussein è invece morta proprio nel corso delle proteste a Jid Hafs.

Durante la protesta di fronte alla sede dell’Onu, i manifestanti hanno indossato mascherine mediche e mostrato alcuni candelotti lacrimogeni usati dalle forze di sicurezza durante la repressione e poi consegnato una lettera indirizzata al segretario generale del Palazzo di Vetro, Ban Ki-Moon, nella quale chiedono alla comunità internazionale di “prendere posizione contro questi crimini” compiuti contro “gente disarmata”. Le Nazioni Unite sono infatti rimaste in silenzio di fronte alla violenza continua degli ultimi dodici mesi, con la quale la polizia bahreinita ha colpito la popolazione sciita scesa in piazza per chiedere maggiori diritti, negati dalla minoranza sunnita che occupa tutti i maggiori posti di potere all’interno del piccolo regno del Golfo. Allo stesso modo anche la Lega araba continua a tacere sui crimini di Manama. “Ogni Paese può sollevare l’argomento che desidera, ma deve esserne il governo a chiederne l’iscrizione all’ordine del giorno, cosa che il Bahrein non ha fatto; la Siria è una questione differente”, ha dichiarato il ministro degli Esteri iracheno, Hoshyar Zebari, a margine della riunione dell’organizzazione panaraba che si è tenuta giovedì a Baghdad. Parole che mostrano l’influenza dei regni sunniti sull’operato della Lega, ormai apertamente schierata contro Damasco al fianco dell’Occidente.

 

Romania: crisi politica, premier rassicura su democrazia (6.7.2012) TicinoNews**0,2

Nel giorno in cui il parlamento si pronuncerà sulla destituzione del presidente conservatore Traian Basescu, il premier socialdemocratico romeno, Victor Ponta, ha risposto alle inquietudini crescenti dei partner europei e della comunità internazionale assicurando che la Romania resterà un "paese stabile nel quale viene rispettato lo stato di diritto", nonostante la crisi politica e lo scontro istituzionale in atto. "La Romania resterà un paese stabile dove lo stato di diritto, la costituzione, le norme europee e internazionali saranno rispettate", ha detto Ponta citato dai media a Bucarest. La Ue e i governi di Francia, Germania e Italia hanno invitato Bucarest a rispettare lo stato di diritto e i principi della costituzione nella soluzione della crisi in atto.

 

Grecia: comincia oggi dibattito su programma governo (6.7.2012) TicinoNews

Con il discorso del primo ministro, Antonis Samaras, comincia oggi pomeriggio al Parlamento greco il dibattito sulle dichiarazioni programmatiche del governo che si concluderà domenica notte con il voto di fiducia. A causa dell'intervento chirurgico subito di recente all'occhio destro, il discorso del premier sarà più breve del solito. Le dichiarazioni programmatiche del governo, risultato di una lunga serie di incontri fra i rappresentanti dei tre partiti che compongono l'esecutivo (Nea Dimokratia di centro-destra, il socialista Pasok e Sinistra Democratica), sono adesso all'esame dei rappresentanti della troika - Fmi,Ue e Bce - che da ieri hanno ripreso gli incontri con i ministri del nuovo governo per valutare lo stato dell'attuazione del programma di risanamento economico del Paese.

 

Yemen. Al Qaida arriva alle porte di Sana’a (30.3.2012) Rinascita

Si complica ulteriormente la crisi nello Yemen, dove le milizie islamiche che da mesi controllano due province nel sud del Paese si sono spinte ieri fino alle porte di Sana’a. Fonti di intelligence avevano parlato nella mattinata di un possibile attacco, nei prossimi giorni, degli uomini di al Qaida sulla capitale del Paese arabo. Timori che hanno poi trovato conferma quando, poche ore dopo, il battaglione guidato dal maggiore Ahmed Ali Saleh, figlio dell’ex presidente Ali Abdullah, ha scovato e attaccato gruppo di miliziani nella zona di Arhab.

Secondo quanto riferito dall’ufficiale, l’obiettivo dei terroristi era di occupare prima la caserma locale, sede del 63esimo battaglione della Guardia repubblicana, e poi puntare sull’aeroporto della capitale, circondando così Sana’a. Nonostante il successo dell’operazione preventiva delle forze armate yemenite, della quale non è stato fornito alcun bilancio ufficiale, la sola presenza degli uomini di al Qaida nei pressi del centro del potere del Paese arabo dimostra l’estrema fragilità dei sistemi di sicurezza locali, incapaci tutt’ora di fronteggiare l’avanza delle milizie islamiche verso nord. Sebbene proseguano incessanti gli attacchi aerei contro le roccaforti qaidiste nel sud, infatti, l’organizzazione che fa capo ad Ayman al Zawairi nello Yemen non sembra accusare le perdite inflitte dalle autorità Sana’a con l’aiuto dei droni Usa provenienti dall’aeroporto civile di Arba Minch, in Etiopia.

Una situazione resa ancora più complicata dalla crisi politica che sembra aver investito il nuovo governo di unità nazionale del Paese arabo, nato solo pochi mesi fa con la firma del piano di pace da parte dell’ex capo di Stato Saleh. Se ne è accorto anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ieri ha invitato i partiti a superare le divisioni ammonendo dal rischio che l’instabilità politica possa rafforzare la presenza di al Qaida nel sud e mettere così a rischio la seconda fase della transizione che prevede l’avvio di una conferenza per il dialogo nazionale, la rifondazione delle forze di sicurezza, la lotta all’uso illegale delle armi, la riforma elettorale e della Costituzione.

 

Sa 7.7.2012

 

Germania: Ma quale sconfitta (30.6.2012) Il Manifesto

Merkel difende la sua linea. Nella notte il voto La Spd sfotte: «Arrivano i Merkelbond, sebbene - grazie a Dio - Angela continui a godere di ottima salute».

Sconfitta? Quale sconfitta? Dalla tribuna del Bundestag la cancelliera difende la sua linea di condotta a Bruxelles: l'intesa raggiunta con Spagna e Italia coniuga «solidità» e «solidarietà», all'interno di uno schema dove «misure di sostegno verranno concesse solo in cambio di precisi impegni».

Si ammorbisdiscono le condizioni a cui le banche spagnole potranno avere aiuti da Efsf e Esm? Sì, ma solo dopo che ci si sarà accordati, alle nostre condizioni, su una sorveglianza comune per le banche europee. I fondi salvastati potranno, magari tramite la Banca centrale europea, comprare titoli italiani per sostenerne il corso? Sì, ma solo se l'Italia rispetterà i corridoi di rientro dal deficit imposti dal Fiskalpakt. La disciplina fiscale sarà strettamente controllata, e a Berlino sia il governo che il parlamento potrebbero di volta in volta bloccare con i loro veti interventi dei fondi salvastati sui mercati.

È già battaglia interpretativa sulla pagina e mezzo del comunicato di Bruxelles. Sui dettagli torneranno il 9 luglio i ministri delle finanze dell'eurogruppo. Nel pomeriggio di ieri, in una conferenza stampa nella capitale belga, Merkel ha insistito sulle due leve che le restano: il negoziato sulla supervisione per le banche, e la mancanza di automatismi negli interventi dei fondi salvastati. Rientrata di corsa a Berlino per intervenire al Bundestag, non insiste sulle trappole tecniche. Riduce il messaggio al nocciolo: «Non si concede nulla senza contropartite. Nessuna condivisione delle responsabilità sui debiti, senza controlli».

Questa del controllo sembra un'ossessione, come se Angela fosse rimasta prigioniera delle formulette imparate da ragazza, quando indossava la camicia azzurra della Fdj, alle lezioni di marxismo-leninismo: «Fidarsi è bene. Controllare è meglio».

La seduta parlamentare è cominciata alle 17.30, con mezz'ora di ritardo. La corte costituzionale ha raccomandato al governo di informare «tempestivamente» e «esaustivamente» il Bundestag sui negoziati europei. Così la cancelliera, che aveva già dovuto rendere una dichiarazione mercoledì, prima di partire lancia in resta per Bruxelles («Mai condivisione del debito»), è tornata a riferire sui risultati, anche perché subito dopo il Bundestag avrebbe dovuto votare sia il patto fiscale, sia il trattato istitutivo del meccanismo europeo di stabilità (Esm).

I deputati erano ovviamente curiosi di sapere come, in corso d'opera, il fondo Esm si stia accingendo a cambiare le sue regole. E se il patto che obbliga i paesi europei al pareggio di bilancio potrà essere «controbilanciato» dal «patto per la crescita, pur esso varato ieri a Bruxelles, con un volume (virtuale) di circa 120 miliardi di euro spalmati su diversi anni. La votazione al Bundestag si chiuderà dopo le 21. E poi, con un altro voto notturno al galoppo toccherà al Bundesrat, la camera dei Länder. Si punta su maggioranze dei due terzi, come prescritto dall'articolo 23 della costituzione per le norme fondamentali dell'ordinamento europeo.

I deputati hanno fretta. Sabato cominciano le ferie parlamentari, le valigie per le vacanze sono già pronte.

L'ultima parola, su Fiskalpakt e Esm, spetterà alla corte costituzionale. Nella notte, appena anche il Bundesrat avrà detto la sua, partiranno alla volta di Karlsruhe diversi ricorsi: dei socialisti delle Linke, che ritengono soprattutto demenziale l'obbligo di pareggiare il bilancio; di un movimento civico che lamenta il deficit di legittimazione democratica, del cristiano-sociale Gauweiler, deciso a impugnare l'Esm per difendere gli interessi dei contribuenti tedeschi.

In attesa dell'esame, il presidente della repubblica Gauck non firmerà le leggi di ratifica. Resta così sospesa, fino a data imprecisata, l'entrata in funzione dell'Esm, che potrà cominciare a lavorare solo quando sarà assicurato il 90 per cento del capitale previsto. Senza la quota tedesca, nulla da fare.

L'opposizione socialdemocratica aveva fatto dipendere il suo assenso al Fiskalpakt dall'approvazione del «patto per la crescita». Questa circostanza ha consentito a Mario Monti di mettere alle strette Merkel, annunciando che, se prima non ci si occupava del sostegno ai titoli di stato, non avrebbe sottoscritto il capitolo sulla «crescita». Se Merkel non avesse portato a Berlino il pacchetto da 120 miliardi, il voto al Bundestag sul Fiskalpakt sarebbe saltato, con tanto di rinvio delle ferie sue e dei parlamentari.

Nel dibattito di ieri, il presidente della Spd, Sigmar Gabriel, si è divertito a sfottere. Secondo lui le nuove aperture sugli aiuti alle banche e sul sostegno ai titoli di stato sono già una «condivisione dei debiti». A dispetto dei proclami contro gli eurobond, «ecco che arrivano i Merkelbond, sebbene - grazie a Dio - la cancelliera continui a godere di ottima salute». L'allusione è a quanto Merkel avrebbe detto martedì scorso a una riunione del gruppo liberale: «Niente eurobond, finché vivrò».

 

Grecia: Samaras, convalescente, scrive al summit: onoreremo gli impegni (30.6.2012) Il Manifesto

Dalla propria abitazione, dove si trova in convalescenza, il premier greco Samaras manda i primi messaggi riguardo la ferma decisione del suo governo di procedere alle riforme strutturali richieste dalla troika per aprire la strada alla revisione di alcuni punti del Memorandum. Nella lettera inviata ai capi di stato e di governo presenti al summit europeo promette a breve le prime privatizzazioni e la riforma della Pubblica amministrazione con la chiusura degli Enti statali inutili e la riduzione del numero dei dipendenti. Ma specifica che «Sarebbe necessaria qualche correzione del programma per controllare l'altissimo tasso di disoccupazione e per invertire la catastrofica recessione nella quale si è venuta a trovare la Grecia per il quinto anno consecutivo». Nello stesso giorno il parlamento greco, uscito dalle elezioni del 17 giugno, sceglie il suo vicepresidente. Come annunciato dai pronostici della vigilia, è stato eletto a grande maggioranza Evangelos Meimarakis, di Nea Dimokratia, mentre non ci sarà nessun settimo vicepresidente, come prevede - ma non obbliga - la Costituzione greca, tratto dalle fila del quarto partito del Parlamento. Scongiurato il pericolo che la carica venisse ricoperta da Polivios Zissimopoulos, candidato dal partito neonazista Alba d'orata: avrebbe dovuto ottenere i voti di 75 parlamentari, 57 oltre i 18 di quelli del suo partito, invece ne ha presi solo 41. Rimane il mistero di chi siano quei 23 voti di troppo.

 

Il terzo polo che manca all'Egitto (30.6.2012) Il Manifesto

Amr Moussa, ex segretario generale della Lega araba e candidato alle recenti presidenziali «Mubarak è caduto soprattutto per le sue posi- «Le relazioni con l'Iran sono ora in cima alle questioni che deve affrontare questo nuovo governo».

«Mubarak è caduto soprattutto per le sue posizioni sul conflitto israelo-palestinese». È quanto dichiara in un'intervista al manifesto Amr Moussa, ex segretario generale della Lega araba, ex ministro degli esteri e candidato alla presidenza fermatosi al primo turno. Se questo è vero, il neo-eletto presidente Mohammed Morsy sarebbe costretto a rivedere le posizioni egiziane sul conflitto israelo-palestinese.

Crede che i Fratelli musulmani vogliano rivedere gli accordi di Camp David?

Morsy non può usare lo stesso cinismo di Mubarak ed è costretto a critiche verbali in riferimento alla questione palestinese. D'altra parte, non ha mai parlato chiaramente di politica estera, siamo tutti in attesa che sveli le sue posizioni. Nel caso specifico, poteri esterni cercano di dIvidere i due fronti palestinesi. Ma l'Egitto deve fare esattamente il contrario, promuovere un'iniziativa araba che favorisca un governo di unità nazionale in Palestina per la formazione di uno stato palestinese con capitale Gerusalemme.

Restano sempre centrali le controverse relazioni bilaterali tra Egitto ed Iran. Già l'ex ministro degli esteri, Nabil al-Arabi, aveva tentato di aprire canali diplomatici diretti con Teheran.

Le relazioni con l'Iran sono ora in cima alle questioni che deve affrontare il nuovo governo. L'Iran non è più il nemico dell'Egitto. Questo non significa che l'Egitto ora abbia intenzione di intraprendere politiche frivole in Medio Oriente, ma di difendere l'identità araba dell'Iraq e di stabilizzare il sanguinoso scontro in Siria.

Questo significa che con l'Iran siete ancora divisi su tutto?

Dobbiamo sederci a un tavolo in un contesto arabo. E non sarà la questione nucleare a fermarci. Non esageriamo il pericolo di un nucleare iraniano, per ora solo a scopo civile, come non minimizziamo la questione del nucleare israeliano.

D'altra parte, sono giorni di fermento in Egitto dopo lo scioglimento del Parlamento e la dichiarazione costituzionale complementare. Crede che anche la Costituente sarà sciolta?

Scriveremo con questa Assemblea la nuova Costituzione (Moussa è uno dei 50 esponenti laici incaricati di scrivere la Costituzione egiziana, ndr).

Eppure sembra che ci sia una fuga continua dall'Assemblea.

Avevo grandi dubbi anch'io, dopo lo scioglimento del Parlamento, che l'Assemblea potesse funzionare. E così non ho partecipato alle prime due riunioni. Sono poi andato alla terza lo scorso martedì. Ho trovato con mia sorpresa un clima di coesione che porterà all'approvazione di molti articoli sul funzionamento dell'Assemblea.

Non c'è il pericolo che la Corte costituzionale azzeri la Costituente?

Stanno tornando tutti coloro che avevano lasciato. Attendiamo la sentenza di settembre della Corte Costituzionale ma continuiamo a lavorare.

In realtà, si potrebbe andare alle elezioni parlamentari già a settembre e la nuova Costituzione potrebbe far cessare il mandato di Morsy in meno di un anno.

Uno dei punti sul tavolo della Costituente è un mandato presidenziale transitorio. Se approvato, l'attuale presidente potrà restare in carica per i prossimi quattro anni.

Sembra ancora deluso dopo aver raccolto solo tre milioni di voti al primo turno. Alla vigilia era tra i favoriti secondo i sondaggi...

Non è il momento di avvelenare un clima politico così teso con accuse di brogli elettorali. Certo la nostra è una democrazia fragile. Non credo abbia contato molto il dibattito televisivo. (Moussa fa qui riferimento al confronto durato oltre quattro ore con l'islamista moderato Abou el-Fotuh, che avrebbe fatto perdere voti ad entrambi i candidati, ndr). Io ho guidato un movimento popolare, mentre Morsy e Shafiq avevano alle spalle due macchine di potere: Libertà e giustizia, il primo, l'ex Partito nazionale democratico, l'altro.

E gli otto giorni che gli egiziani hanno dovuto attendere per i risultati elettorali?

Non ho mai creduto a nessuna speculazione, solo alle parole della commissione elettorale. Certo questo clima può portare il paese indietro all'instabilità della fase post-rivoluzionaria.

Domani il Consiglio militare dovrebbe restituire i suoi poteri a un governo eletto.

Le responsabilità politiche saranno condivise tra esercito e presidente della repubblica. In attesa che ci siano nuove elezioni parlamentari».

Ora con il nasseriano Hamdin Sabbahi, il comunista Khaled Ali e il liberale Amr Hamzawi lei si appresta a formare la terza corrente.

La mia esperienza è nelle mani degli egiziani per formare il terzo polo che manca all'Egitto.

 

Francia: «Entro il 2013 una legge per i matrimoni gay» (30.6.2012) Il Manifesto

L'annuncio del ministro per la Famiglia.

Francois Hollande l'aveva promesso in campagna elettorale: nel caso fosse stato eletto presidente, avrebbe fatto una legge per consentire alle coppie omosessuali di sposarsi. La promessa è stata mantenuta. Ieri Dominique Bertinotti, ministro francese per la Famiglia, ha annunciato che entro il 2013 il sogno di molte coppie gay potrà realizzarsi, anche se la scrittura e l'approvazione della legge richiederà ancora del tempo. «Le coppie gay avranno gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutte le altre coppie. Si tratta di una posizione in difesa dell'uguaglianza che va riconosciuta alla sinistra», ha spiegato il ministro in un'intervista al giornale Le Parisienne uscita alla vigilia del Gay Pride in programma per oggi a Parigi.

La Francia si prepara quindi ad allinearsi agli altri sette Paesi europei, tra i quali Danimarca, Spagna, Olanda e Regno unito, in cui i matrimoni gay sono una realtà già da diverso tempo. Per i francesi si tratta di una novità attesa e non solo perché le unioni tra persone dello stesso sesso facevano parte del programma del presidente. A favore dei matrimoni gay si è schierata infatti una larga fetta di cittadini, come dimostra un recente sondaggio realizzato dalla Bva secondo il quale il 63% dei francesi è favorevole. Il matrimonio non sarà comunque l'unica novità importante. Quando Bertinotti parla infatti di uguaglianza di diritti tra coppie eterosessuali e gay, allarga il discorso anche alla possibilità di adottare bambini, rispettando così un'altra promessa fatta da Hollande in campagna elettorale.

Una prova di coraggio, quella francese, che segna ancora di più la distanza esistente con la realtà di casa nostra. In Italia il massimo che si riesce a fare è infatti rispolverare, come ha fatto ieri un deputato del Pd, un vecchio progetto sulle unioni civili che ormai non basta più a nessuno. E questo è ancora niente. Mentre infatti i cattolici del Pd ancora fanno ostruzionismo a qualsiasi progetto di riconoscimento delle coppie omosessuali, aumentano le aggressioni contro i gay. L'ultima la scorsa notte a Roma dove un ragazzo di 28 anni è stato prima insultato e poi picchiato da due sconosciuti.

 

Egitto: Prove di un giuramento nella Piazza Tahrir (30.6.2012) Il Manifesto

Il giorno di Morsy.

Morsy ha giurato in piazza Tahrir, nelle mani della sua gente. Il popolo ha investito il suo leader nella prova generale della cerimonia ufficiale prevista per oggi di fronte alla Corte Costituzionale. Subito dopo avranno inizio le celebrazioni con politici e militari all'Università del Cairo. «Nessuna autorità è al di sopra del popolo», ha detto Morsy. Bandiere siriane, libiche e palestinesi hanno accolto l'uomo dei Fratelli musulmani. La guardia presidenziale proteggeva il corpo di un Morsy spavaldo, anche dal tetto dell'alto palazzo che sovrasta il palco. Questa volta il servizio d'ordine della fratellanza ha perquisito uno per uno i manifestanti in ingresso. Si è concluso così il lungo braccio di ferro sul luogo del giuramento. I movimenti rivoluzionari avevano chiesto a Morsy il suggello di piazza Tahrir. «Giurare davanti alla Corte significa accettare implicitamente il colpo di stato costituzionale», avevano detto. E così Morsy ha accontentato entrambe le parti, dichiarando di rispettare la sentenza della Corte costituzionale sullo scioglimento del Parlamento. In verità, i segnali lanciati da Morsy sono incoraggianti. Ha rifiutato che la sua famiglia si trasferisca nel palazzo presidenziale e ha chiesto che il suo ritratto non appaia sulle facciate dei palazzi pubblici. Si è impegnato nei primi cento giorni ad affrontare le questioni economiche sul tavolo: dalla crisi degli investimenti esteri, ai finanziamenti del Fondo monetario internazionale, fino ai problemi di traffico.

In particolare, Morsy punta sulla regolamentazione dei tok tok (veicolo tipo Ape) largamente usati per il trasporto urbano nei quartieri popolari. Mentre l'ex primo ministro Kamal al-Ghanzuri, prima di lasciare i suoi uffici, ha dimezzato i prezzi di tutti i prodotti alimentari, distribuiti agli aventi diritti in base alla tessera dei sussidi durante il Ramadan. Ghanzuri ha poi distribuito 200 milioni di dollari al settore petrolifero. Ma subito dopo il giuramento sarà il momento di nominare il nuovo governo. Si moltiplicano le voci sul nome del vicepresidente copto. Gli attivisti vicini a Najib Jibril, presidente dell'Organizzazione per i diritti umani, hanno chiesto che sia il ministro del turismo, Munir Fakhri. «I copti devono temere questo governo, il vice presidente non avrà alcun potere né autorità», ha dichiarato al manifesto l'imprenditore Naguib Sawiris del Partito degli egiziani liberi. «Per questo io sono dall'altra parte, con la società civile. Per ora do il beneficio del dubbio a Morsy. Ma non mi sentivo rappresentato dai due candidati al secondo turno», ha continuato Sawiris, ex direttore di Telecom Orascom. «Neppure l'esercito è una garanzia per la minoranza copta e con il nuovo Parlamento tutto andrà nelle mani degli islamisti».

In merito alle divisioni del movimento rivoluzionario, Sawiris ha aggiunto: «Mancano di realpolitik, le divisioni fanno a pezzi le loro attese politiche». D'altra parte, se sono stati accantonati uno ad uno i nomi di Mohammed el-Baradei, Ziyad Bahaeddin del Partito social-democratico e Hazem el-Beblawi, ex ministro delle finanze, per la carica di primo ministro, aumentano le chance del direttore della Banca centrale egiziana Farouk el-Hoda. Mentre Mohammed Ibrahim rimarrebbe al ministero degli interni e il ministro della difesa dovrebbe essere la guida del Consiglio militare in persona, Hussein Tantawi. Lasciando il palco, Morsy ha chiesto la liberazione di Omar Abdel Rahman, lo sceicco cieco in prigione negli Usa per gli attentati alle Torri gemelle del '93. La sfida tra militari e fratelli musulmani continua.

 

Senza Lugo, Paraguay sospeso «finché durerà l'anomalia» (30.6.2012) Il Manifesto

Ora l'entrata del Venezuela nel blocco regionale potrebbe diventare effettiva.

Sospeso «finché durerà l'anomalia».Questa la decisione presa nei confronti del Paraguay dai paesi del Mercado comune del Sur (Mercosur), riuniti a Menzoza, in Argentina. Per i ministri degli esteri di Brasile, Uruguay, Argentina - paesi del Mercosur - l'anomalia si è determinata con la destituzione del presidente Fernando Lugo, sfiduciato da un voto del Senato paraguayano il 22 giugno. Al suo posto, come previsto dalla costituzione, è subentrato il vicepresidente Federico Franco, del Partido liberal radical autentico (Plra), una formazione di destra che aveva sostenuto l'elezione di Lugo, nel 2008, per poi contrastarla dall'interno al primo accenno di aperture sociali.

A nove mesi dalle elezioni, si è aperta così, all'insegna dei poteri forti, la campagna per le presidenziali dell'aprile 2013 in Paraguay. Franco, secondo la legge, resterà in carica fino ad agosto 2013. I paesi progressisti dell'America latina non lo hanno però riconosciuto, né è stato invitato a Mendoza.

La presidente del Brasile, Dilma Rousseff aveva preannunciato che il Paraguay avrebbe potuto essere espulso dal Mercosur e dalla Unasur (riunita anch'essa a Mendoza). La sua omologa argentina, Cristina Fernandéz aveva precisato, lo stesso giorno, che Buenos Aires non avrebbe accettato «il colpo di stato in Paraguay». Il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, ha ritirato l'ambasciatore, dichiarando che il suo paese «non riconoscerà nessun altro governo che non sia quello di Lugo». Sulla stessa linea anche il boliviano Evo Morales. Più prudente, il presidente peruviano, Hollanta Humala, aveva definito la vicenda «un rovescio per la democrazia che obbliga i nostri paesi a vigilare». Il Brasile ha impiegato tutto il suo peso per ottenere anche il pronunciamento di due governi di destra, quello del Cile e della Colombia.

«È in questo modo che adesso si fanno i colpi di stato», ha detto subito il ministro degli Affari esteri venezuelano, Nicolas Maduro. È così, infatti che, il 29 giugno del 2009, cadde in Honduras il governo di Manuel Zelaya. È in questo modo che sarebbe caduto il governo Chávez nel 2002, quello di Morales nel 2008 e quello di Correa nel 2010.

Il Venezuela, primo produttore di petrolio al Paraguay per via dei buoni rapporti intrattenuti con l'ex «vescovo dei poveri» Fernando Lugo, ha ottenuto l'adesione al Mercosur nel 2006. L'opposizione del Partido colorado - la formazione di estrema destra che ha tenuto in mano il Paraguay per 62 anni, che ha vinto anche le ultime legislative ed è maggioritaria al senato - ne ha però impedito l'effettiva presenza. Il senatore del Partido Colorado Alfredo Stroessner, nipote dell'omonimo generale che ha governato il paese dal '54 all'89, ha motivato la posizione del suo partito: in Venezuela - ha affermato - c'è «poca democrazia», Chávez esercita «poteri assoluti». Stroessner si è detto disponibile a rivedere la sua posizione qualora si verificasse un cambio di governo in Venezuela: ovvero in caso di vittoria del candidato di centro-destra Enrique Capriles Radonski, che corre contro Chávez alle presidenziali del 7 ottobre.

Intanto, un folto gruppo di associazioni contandine e di movimenti brasiliani ha trasmesso al ministero degli Esteri del proprio paese la richiesta di veder entrare il Venezuela nel Mercosur. Un'eventualità che ora potrebbe farsi più vicina se l'indagine del Mercosur verificasse la mancanza di «ordine democratico» in Paraguay da qui alle elezioni di aprile e lo espellesse dal blocco regionale. Resta da vedere con quali strumenti il Mercosur - che non ha emesso altre sanzioni - potrà premere sul nuovo governo. Franco ha già annunciato che non riconoscerà le decisioni prese da Mercosur e Unasur. Ieri, il governo ecuadoregno ha respinto le accuse della ministra della Difesa paraguayana, secondo la quale Ecuador e Venezuela starebbero istigando le forze armate del suo paese a una sollevazione militare.

19:55:08 . 07 Lug 2012
Admin · 917 visite · 0 commenti
Categorie: Prima categoria

Link permanente al messaggio intero

http://davidepoli.blogattivo.com/Tutto-Esteri-b1/Notizie-aggiornate-dal-mondo-b1-p1824.htm

Commenti

Niente Commento per questo post ancora...


Lascia un commento

Statuto dei nuovi commenti: In attesa





Il tuo URL sarà visualizzato.


Prego inserisci il codice contenuto nelle immagini


Testo del commento

Opzioni
   (Imposta il cookie per nome, email e url)


  
Pubblicizza gratuitamente il tuo sito su Free Directory, scopri come su www.free.altervista.org