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Bolivia: Alta tensione nella capitale per la marcia indigena del Tipnis (30.6.2012) Il Manifesto

Tensione a La Paz tra sostenitori del governo progressista di Evo Morales e gruppi di indigeni della ragione amazzonica arrivati nella capitale boliviana dopo una marcia di due mesi. Gli indigeni protestano contro la realizzazione di una superstrada che attraverserebbe parte del loro territorio e il Parco nazionale Isiboro Secure (Tipnis). L'anno scorso, Morales sospese il progetto e in seguito propose di indire un referendum per definire la questione. Secondo il governo, il progetto apporterebbe sviluppo e benefici alle popolazioni povere. Le organizzazioni indigene, che avevano già realizzato una marcia simile alla fine del 2011, adesso chiedono anche l'annullamento del referendum, e rimproverano al presidente di favorire nei progetti i «cocaleros», i produttori di coca di cui Morales è ancora uno dei leader sindacali. Secondo il governo, i manifestanti sono invece manovrati da alcune Ong che perseguono interessi oscuri.

 

Messico: Un voto modello roulette (30.6.2012) Il Manifesto

Domenica, 80 milioni di messicani, su una popolazione di 112, alle urne per eleggere un nuovo presidente, 500 deputati, 128 senatori. In 15 stati si rinnovano i parlamenti, in 7 i governatori Cominciano ad accumularsi denunce di irregolarità. Migliaia di schede duplicate sono apparse nello stato di Oaxaxa. E sono stati scoperti magazzini del Pri pieni di «omaggi».

Domenica, 80 milioni di messicani, su una popolazione di 112, potranno votare per un nuovo presidente, 500 deputati, 128 senatori. Inoltre, in 15 dei 32 stati che formano la Repubblica, si rinnoveranno i parlamenti locali, in sette stati i governatori - Guanajuato, Jalisco, Distretto Federale (Città del Messico), Morelos, Chiapas, Tabasco, Yucatán - e nel 72% dei 2.445 municipi del paese si eleggeranno nuove autorità comunali.

Una giornata cruciale per un paese stremato dal malgoverno, attraversato da una profonda crisi sociale e sommerso nel sangue di una guerra al narcotraffico che, malgrado le decine di migliaia di morti, non ha neanche scalfito il potere dei cartelli della droga. Una giornata dall'esito incerto a cui si arriva con inquietudine, con l'ombra dei brogli che volteggia sulle teste degli elettori, presenza costante nelle elezioni messicane.

L'unica certezza è che il Pan, il Partido de Acción Nacional della destra clericale e faccendiera al governo dal 2000, verrà fortemente castigato dall'elettorato per tutte le privazioni e i dolori che ha imposto al paese. La sua candidata, Josefina Vázquez Mota, non può aspirare a più del terzo posto.

Fra i due maggiori contendenti - López Obrador, il candidato della sinistra in costante ascesa nell'ultimo mese, e Peña Nieto, la faccia del «nuovo» Pri in caduta libera -si è arrivati al pareggio e forse al sorpasso. Anche se i sondaggi delle grandi società di inchiesta insistono sul vantaggio di Peña Nieto, le piazze e le reti sociali dicono il contrario. E la reputazione di chi fa i sondaggi è talmente dubbia che il 70 per cento della gente non si lascia intervistare.

Il Partido Revolucionario Institucional, che si sentiva già la presidenza in tasca, sta dando segni di grande nervosismo al trovarsi di fronte a una situazione inaspettata e, oltre ad aver riesumato la guerra sporca sul piano della propaganda - specialmente quella televisiva - nell'ultima parte della campagna, ha riattivato le vecchie pratiche, in realtà mai smesse, della compera e della coazione del voto.

Il voto corporativo, che si credeva un retaggio del passato, quando le centrali sindacali filogovernative offrivano in blocco i voti dei loro iscritti al candidato del regime, è ricomparso. Elba Esther Gordillo, segretaria vitalizia del sindacato magisteriale e padrona del partito Nueva Alianza, ha promesso cinque milioni di voti al Pri. E, di fatto, nelle elezioni del 2006 la maestra Gordillo è stata un fattore decisivo nella vittoria del Pan, grazie al controllo che gli iscritti al suo sindacato hanno esercitato sullo spoglio delle schede in migliaia di seggi.

Cominciano ad accumularsi denunce di irregolarità. Migliaia di schede duplicate sono apparse nello stato di Oaxaca e un po' dovunque sono stati scoperti magazzini del Pri pieni di «omaggi» - generi alimentari, materiali da costruzione, attrezzi - per gli elettori. Il Pri è stato anche denunciato per distribuire schede magnetiche di grandi magazzini il cui credito si attiverebbe a votazioni concluse. Di fronte a queste denunce - e ad altre che riguardavano la trasmissione di spot diffamatori contro qualche candidato - l'Ife (Instituto Federal Electoral), di cui quasi la metà dell'elettorato non si fida, ha sempre reagito in maniera tiepida e tardiva.

La pratica della frode elettorale, elevata a livello di arte nei decenni di dominio del Pri, ha dirottato per ben due volte - nel 1988 e nel 2006 - la volontà popolare espressa nelle urne, impedendo l'accesso della sinistra al governo. Nel 2006, la forza delle proteste postelettorali che occuparono il centro della città per 50 giorni riuscì a far ricontare i voti, se non di tutte urne almeno di un campione del dieci per cento. Quello che si trovò somigliava a un museo degli orrori: le cifre degli atti non corrispondevano mai al numero delle schede, molte schede invalidate erano validissime, alcune non erano state neanche piegate, segno evidente che non erano mai entrate nell'urna. Malgrado ciò, e pur riconoscendo le intromissioni indebite nell'elezione di numerosi industriali e dello stesso presidente, il tribunale elettorale convalidò il risultato. Sette giudici, invece dei 70 milioni di aventi diritto al voto, decisero chi avrebbe governato il paese.

Oggi, di fronte alla nuova avanzata delle sinistre, l'establishment è innervosito dallo sviluppo imprevisto e pronto a tutto pur di non mollare il potere a un caudillo populista, un «messia tropicale», come stigmatizzano Amlo.

Ai metodi di compera del voto già conosciuti se ne è aggiunto uno nuovo, lo chiamano la roulette: l'elettore va in una casa vicino al seggio, lì gli danno una scheda già marcata per il Pri. Nel votare l'elettore consegna la scheda già marcata ed esce dal seggio con la scheda in bianco che, riportata nella casa di partenza, gli vale fra i mille e i duemila pesos (50-100 euro).

Anziché ammonire i partiti - in questo caso il Pri - che utilizzano metodi apertamente illegali nell'induzione del voto, l'Instituto Federal Electoral non ha trovato di meglio che chiedere ai quattro candidati di firmare un «accordo di civiltà» con cui si impegnano a rispettare i risultati delle elezioni e a non inscenare proteste postelettorali. Era una richiesta con dedica, rivolta ovviamente a López Obrador con l'intenzione di fargli firmare un assegno in bianco sul comportamento dello stesso Ife, che come arbitro non sembra né efficiente né imparziale e, in questo modo, «si fascia il dito prima del taglio», come è stato detto con un'indovinata immagine.

L'idea dell'accordo di civiltà, guarda caso, era venuta dal Consejo Coordinador Empresarial, l'equivalente della Confindustria, che nel 2006 avversò Amlo con ogni mezzo.

Intanto, il movimento Yo Soy 132 ha inscenato varie catene umane circondando Televisa, Telmex, Banamex e altre istituzioni. Questi atti, dicono, fanno parte di una Cadena Nacional por una Democracia Real. Per oggi, vigilia delle votazioni, il movimento ha indetto una manifestazione «totalmente apartitica e pacifica, che non violerà la veda electoral ma reclamerà educazione, democrazia e trasparenza dei media».

 

Messico: «Yo soy 132», l'irruzione di un movimento contro il potere di un caudillo populista (30.6.2012) Il Manifesto

Una scadenza elettorale in cui è in gioco la democrazia del paese.

Come un fatto del tutto inaspettato, l'irruzione di un nuovo movimento giovanile ha trasformato il panorama delle elezioni messicane di domenica. Solo pochi mesi fa, il candidato del Partido Revolucionario Institucional (Pri), Enrique Peña Nieto, sembrava destinato a ottenere una comoda vittoria di due cifre, che gli avrebbe permesso di riportare il paese alle antiche pratiche politiche e ai vizi autoritari del passato. Poche settimane di proteste studentesche contro il duopolio che controlla la televisione nazionale, accusato di voler imporre l'immagine di Peña Nieto agli elettori, insieme a una serie di scandali di corruzione, sono bastati a far avanzare significativamente nei sondaggi il candidato delle sinistre Andrés Manuel López Obrador.

Il movimento «YoSoy132» ha molto in comune con le mobilitazioni che hanno agitato il mondo nell'ultimo anno e mezzo, anche se con aspetti suoi peculiari. Come in Egitto, Spagna e Stati uniti, l'uso di massa di Twitter, Facebook e le reti social ha facilitato l'organizzazione di proteste e manifestazioni. A differenza della primavera araba però, i giovani messicani non protestavano contro gli attuali governanti, ma contro un candidato dell'opposizione. A differenza del movimento Occupy e dei movimenti studenteschi messicani del passato, i manifestanti hanno procurato di non ostacolare il traffico o di occupare spazi pubblici.

Il comun denominatore di «YoSoy132» è la frustrazione provocata dall'arresto della già lenta transizione democratica messicana. Il paese oggi è più violento, più corrotto e più inequitativo di come era nel 2001, quando il Pri cedette il potere per la prima volta in 70 anni. I dodici anni seguenti di governo di destra del Partido de Acción Nacional (Pan), hanno dato solo una mano di vernice sui classici metodi autoritari del regime precedente.

Il drammatico fallimento della guerra alla droga, che ha prodotto più di 60mila morti negli ultimi cinque anni, è l'esempio più chiaro della debolezza istituzionale dello stato. In un contesto simile, inviare 45mila soldati sulle strade e autostrade del paese è servito solo a provocare i delinquenti e ad aggravare la situazione. La decisione di Calderón di privilegiare la forza bruta rispetto alla forza della legge ha scatenato una pericolosa corsa armamentista fra il governo e i gruppi della delinquenza organizzata, così come una disputa territoriale tra le mafie dei trafficanti che ha distrutto la struttura sociale in molte parti del Messico.

L'immagine di Peña Nieto è crollata rapidamente quando si è visto coinvolto in una serie di scandali di corruzione che lo hanno mostrato come uno dei tanti politici corrotti della vecchia guardia. La Dea e il governo messicano stanno indagando sulla possibile complicità del cartello degli Zetas con tre ex-governatori dello stato di Tamaulipas vicini a Peña Nieto.

Le recenti rivelazioni sui pagamenti fatti da Peña Nieto alle principali catene televisive messicane per la realizzazione della sua campagna, grazie ai documenti pubblicati da The Guardian, hanno mostrato che la sua immagine di politico onesto è più un'invenzione dei media che una realtà. La grande maggioranza dei messicani si informa attraverso la televisione, che è controllata da due catene, Televisa e TvAzteca. Una delle principali richieste del movimento «YoSoy132» è proprio che queste catene smettano il loro sfacciato favoritismo per la candidatura di Peña Nieto.

La candidata del Pan, Josefina Vázquez Mota, ha giocato per parte sua la carta del genere, mettendo l'accento sul fatto che è «differente» dagli altri candidati. Malgrado l'interesse che ha risvegliato per essere la prima donna di un grande partito che compete per la presidenza, i sondaggi indicano che Vázquez Mota è condannata a pagare gli errori di dodici anni di governi del Pan.

López Obrador, che sei anni fa ha perso l'elezione contro Calderón per poco più di mezzo punto (0.56 per cento), ha fatto questa volta una campagna molto diversa da quella che fece allora. Nel 2006, la sua posizione anti-establishment e il suo rifiuto iniziale di accettare i risultati spaventarono molti. Oggi López Obrador dice che, in Messico, essere di sinistra vuol dire essere onesto ed etico.

López Obrador ha avuto anche l'audacia di nominare il suo futuro governo prima delle elezioni. Vari dei designati sono stati legati al Pri o al Pan, ma si sono allontanati delusi da questi partiti. Annunciando pubblicamente il loro appoggio a López Obrador, hanno manifestato la speranza che questi possa diventare l'equivalente messicano di Luis Inacio «Lula» da Silva, l'izquierdista che ha saputo sviluppare l'economía brasiliana.

Quello che è in gioco in questa elezione è la sopravvivenza della democrazia messicana. Nel passato, il presidente uscente designava il proprio successore; oggi, i gruppi di potere fanno lo stesso, ma attraverso il controllo della transizione fra un presidente e l'altro. Peña Nieto è il candidato che assicura la continuità per le classi dominanti. Perfino l'ex-presidente Fox e un ex-leader del Pan hanno annunciato pubblicamente che appoggiano la sua candidatura.

Indipendentemente dai punti di vista e dalle preferenze politiche di ciascuno, e malgrado la vaghezza retorica di López Obrador, la sua vittoria potrebbe portare un cambiamento più che necessario alla politica messicana e rinnovare le speranze nel futuro della democrazia. Una vittoria di Peña Nieto, al contrario, dovrebbe essere causa di allarme. La questione centrale che si chiarirà domani è se le stesse élites che hanno diretto il paese dagli anni '40 continueranno a farlo o se una vera opposizione avrà finalmente l'opportunità di governare.

 

Attacchi a due chiese cristiane nell'est del Kenya, 10 morti (1.7.2012) Tmn

Nella città di Garissa; Consiglio musulmani condanna attentati.

Uomini armati hanno aperto il fuoco e lanciato granate contro due chiese cristiane questa mattina nella città di Garissa, nell'est del Kenya, provocando 10 morti: lo si apprende da fonti della polizia locale. "Dieci persone sono state uccise nel recinto della chiesa indipendente cristiana Aic (Africa Inland Church), e altre tre sono rimaste ferite nella Cattedrale Cattolica", ha indicato il numero due della polizia regionale, Philip Ndolo. Gli attentatori erano almeno sette, secondo il poliziotto. "Non abbiamo arrestato alcun sospetto, ma abbiamo informazioni sulla presenza di cinque aggressori all'Aic e di due alla Cattedrale", ha spiegato Ndolo. Il Consiglio supremo dei musulmani in Kenya ha condannato questi nuovi attacchi, ricordando che "tutti i luoghi di culto vanno rispettati", e ha espresso le condoglianze ai parenti delle vittime. Garissa si trova nel nord-est del Kenya, a circa 140 chilometri dal confine con la Somalia. La città si trova inoltre a 70 chilometri dall'immenso campo profughi di Dadaab, che accoglie circa 465mila rifugiati somali e dove quattro operatori umanitari stranieri sono stati rapiti venerdì.

 

Grimsson rieletto presidente dell'Islanda, è quinta volta (1.7.2012) Tmn

Con 52,78% dei voti; battuta giovane sfidante donna (33,16%).

Olafur Ragnar Grimsson è stato rieletto presidente dell'Islanda per un quinto mandato: un record. Il 69enne socialista ha ottenuto il 52,78% dei consensi, battendo la principale avversaria, la giornalista televisiva Thora Arnorsdottir, 37 anni, che si è fermata al 33,16%. L'affluenza è stata del 69,2%. Poco dopo la chiusura delle urne, ieri sera, la candidata Arnorsdottir, ha ammesso la sua sconfitta davanti alle telecamere. "E' stata un'esperienza molto preziosa. Per ora mi occuperò della nostra nuova bimba e degli altri miei figli, prenderò un congedo di maternità e rifletterò per trarre vantaggio da questa esperienza", ha spiegato la giovane donna, che a maggio aveva interrotto la campagna elettorale per una settimana per far nascere il terzo figlio. A gennaio, Grimsson aveva dichiarato che non si sarebbe presentato per un quinto mandato di quattro anni e i sondaggi prevedevano una vittoria di Arnorsdottir, che correva senza partito. Ma a marzo una petizione firmata da più di 30mila islandesi (circa il 10% della popolazione) ha chiesto al presidente uscente di ricandidarsi. E' dal 1966 che Grimsson, ex ministro delle Finanze, ricopre questo incarico, puramente onorifico, dato che il potere esecutivo è esercitato dal governo.

 

Germania/ Spd esclude Grosse Koalition dopo voto 2013 (1.7.2012) Tmn**0,5

Gabriel sicuro vittoria, ma non rivela nome candidato cancelliere.

Finora i socialdemocratici tedeschi non si sono sbottonati più di tanto sulle elezioni politiche in programma nell'autunno prossimo in Germania, tanto più che il loro candidato ufficiale alla cancelleria non è ancora stato annunciato. Sulle pagine della Welt am Sonntag, il segretario Spd Sigmar Gabriel esclude già da ora la possibilità di una Grosse Koalition, un governo formato cioè dai "rossi" e dal partito di Angela Merkel. "Nessuno pensa a una riedizione dei nero-gialli (Cdu-Csu e Fdp, attualmente al governo, ndr). E non ci sarà nessuna Grande coalizione", ha messo in chiaro il leader 52enne, che assapora ancora l'effetto positivo della vittoria del partito in Nordreno Westfalia. Gabriel tuttavia non rivela chi sarà lo sfidante di Merkel nel settembre 2013: "Peer Steinbrueck, Frank Walter Steinmeier e io ci siamo accordati: rimaniamo insieme", ha spiegato. "Continueremo a fare campagna elettorale insieme, chiunque diventi candidato alla cancelleria", ha aggiunto. Gabriel, l'ex ministro degli Esteri Steinmeier e l'ex ministro della Finanze Steinbrueck sono i tre aspiranti candidati alla cancelleria. La Spd rivelerà solo a inizio dell'anno prossimo chi di loro sfiderà l'attuale cancelliera. La maggioranza dei tedeschi, tuttavia, vorrebbe sapere al più presto chi di loro sarà il candidato cancelliere Spd: il 49 per cento - secondo un sondaggio Emnid per Focus - chiede al partito di decidere il prima possibile il loro candidato. Gabriel, intanto, afferma alla Welt am Sonntag che in caso di vittoria, almeno la metà del governo dovrà essere formato da donne. Nella squadra, perchè no, anche uno straniero, o una straniera.

 

Il Pri torna al potere in Messico, Peña Nieto eletto presidente (2.7.2012) Tmn

Ha governato per 71 nel Paese. Avanti di 7 punti su Obrador. Flop per il partito di Calderon. In 80 milioni alle urne.

Il Partito rivoluzionario istituzionale (Pri), che ha governato il Messico per 71 anni, torna alla guida del Paese: come da pronostico, il suo candidato Enrique Peña Nieto è stato eletto ieri presidente con il 38%% delle preferenze, secondo i primi risultati ufficiali diffusi questa mattina. Nieto ha preceduto di circa 7 punti percentuali il suo principale sfidante, il rappresentante di una coalizione di sinistra, Andres Manuel Lopez Obrador. Le elezioni di ieri hanno segnato inoltre una dura sconfitta per il Partito di azione nazionale (Pan) dell'attuale presidente Felipe Calderon. La candidata del Pan, Josefina Vazquez Mota, non è andata oltre il 25% dei voti.

Quasi 80 milioni di messicani sono stati chiamati alle urne per eleggere il presidente, rinnovare il Parlamento, designare 6 nuovi governatori e il sindaco di Città del Messico. Poco dopo la chiusura delle urne, il presidente dell'Istituto federale elettorale, Leonardo Valdes, ha sottolineato che "incidenti minori" non hanno inciso sul regolare svolgimento della consultazione elettorale".

Nella capitale la sinistra manterrà la guida del municipio, che detiene dal 1997, grazie alla larga vittoria del suo candidato, l'ex procuratore Miguel Angel Mancera, eletto con il 60% delle preferenze. Quanto ai governatori, il Partito rivoluzionario istituzionale si sarebbe aggiudicato 4 dei 6 posti in gioco, tra cui quello di Jalisco, la cui capitale Guadalajara rappresenta la seconda città del Messico. Peña Nieto, avvocato di 45 anni, ha promesso "un governo efficace", capace di contrastare la criminalità e di alimentare la crescita economica a fronte di una crescente povertà, che interessa ormai il 43% della popolazione. Secondo Javier Oliva, dell'Università nazionale autonoma del Messico, "la sfida più importante è però quella di ricostruire la pace sociale nelle zone più colpite dalle violenze in Messico". Insomma, i narcos e la guerra tra i cartelli fanno paura. E non è un caso che quelle di ieri in Messico siano state delle elezioni blindate. Un importante dispositivo di sicurezza è stato messo a punto in tutto il paese. Le forze dell'ordine hanno presidiato in massa i seggi, mentre numerosi elicotteri militari hanno controllato dall'alto il regolare svolgimento delle operazioni di voto e scrutinio. L'esercito ha pattugliato inoltre le aree più a rischio, quelle in cui la guerra tra narcos ha fatto oltre 60.000 morti dall'inizio del mandato di Calderon, a fine 2006.

 

Gran Bretagna, Tories vogliono ridefinire rapporti con Bruxelles (2.7.2012) Tmn

Premier Cameron apre la porta a un referendum.

Il partito Conservatore britannico sta facendo pressioni sul premier David Cameron perché ridefinisca le relazioni con l'Unione Europea riassumendo alcuni poteri attualmente delegati a Bruxelles: è quanto pubblica il quotidiano britannico The Times. Cameron ha infatti aperto la porta ad un referendum che riguarderebbe non tanto la permanenza nell'Unione Europea quanto un negoziato sulle relazioni fra Regno Unito ed Ue alla luce delle prevedibili riforme in corso nei Ventisette per far fronte alla crisi economica: tuttavia, non è stata fissata alcuna data - o alcun testo - per una eventuale consultazione. Negli ultimi giorni il premier britannico ha sottolineato come vi fosse "troppa Europa", in termini di costi e burocrazia ma anche di leggi che "sono di competenza degli Stati, della società civile o degli individui", come "questioni sociali, orari di lavoro e affari interni".

 

Turchia/ Parlamento abolisce i tribunali speciali (2.7.2012) Tmn

Proseguono processi in corso contro golpisti e terroristi curdi.

Il parlamento turco ha approvato nella notte l'abolizione del tribunali speciali, oggi titolari dei maxiprocessi su presunti colpi di Stato e organizzazioni terriristiche. La nuova normativa sposterà le competenze sui tribunali locali e sui tribunali per i reati gravi, mentre i procedimenti in corso non saranno toccati dal provvedimento. Lo scrivono i principali quotidiani turchi. Con la votazione sono state aboliti gli articoli del Codice di procedura Penale turco che prevedevano poteri speciali ai giudici alle prese con processi sul "crimine organizzato". Stando a quanto riporta il quotidiano Hurriyet la competenza sui crimini connessi al terrorismo passa alla Corte per reati gravi, che in questi mesi vedrà ridefiniti i suoi compiti e sarà riorganizzata. Alla Corte verranno affiancati i tribunali nelle città e in alcune regionali, che si occuperanno anche loro di reati connessi a terrorismo ed eversione. Dalla riorganizzazione rimangono fuori i tre grandi processi in corso che da anni fanno discutere il Paese: il processo per il golpe del Martello, dove 365 militari, fra cui l'ex capo di Stato Maggiore, sono imputati per tentato golpe contro l'allora neo eletto governo di Recep Tayyip Erdogan nel 2003, il processo su Ergenekon, organizzazione segreta che avrebbe lavorato per anni a una strategia della tensione, sempre mirata a rovesciare Erdogan, 1l processo sul Kck, l'unione delle comunità curde, una maxi organizzazione terroristica curda di cui farebbero parte anche i ribelli armati del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan. I tribunali speciali, istituiti dal governo Erdogan nel 2005, erano stati criticati dallo stesso Erdogan, che li aveva definiti "uno Stato nello Stato", dopo la convocazione da parte dei magistrati del capo del servizio segreto turco Hakan Fidan, per testimoniare a proposito dei contatti con il Pkk avviati su mandato dello stoesso premier. In seguito alla conovocazione di Fidan il partito di Erdogan aveva introdotto una norma che prevede l'autorizzazione del governo per le indagini sugli uomini dei servizi segreti. La discussione di ieri non è stata pacifica. I quotidiani hanno infatti pubblicato foto della rissa fra deputati dell'Akp, il partito per a Giustizia e lo Sviluppo al governo, e del Bdp, il partito filocurdo per la Democrazia e la Pace, questi ultimi contrari alle modalità con cui le competenze sui processi verranno assegnate.

 

Kosovo/ A 4 anni da indipendenza, in arrivo piena sovranità (2.7.2012) Tmn

Per Comunità internazionale Pristina può camminare su sue gambe.

Il Kosovo, indipendente da febbraio 2008, si avvia a divenire uno Stato pienamente sovrano dal prossimo autunno, quando dovrebbe venire meno la supervisione internazionale esercitata fino ad ora sulle giovani autorità di Pristina. Lo ha confermato il ministro degli Esteri austriaco, Michael Spindelegger, a margine di una riunione a Vienna del Gruppo di supervisione internazionale (International stearing group - Isg), composto da 25 Paesi. Dopo l'estate "la Comunità internazionale deciderà se la supervisione dell'indipendenza del Kosovo può essere conclusa. Ciò rappresenta una chiara prova di fiducia nel Kosovo, che è ora maturo abbastanza per camminare sulle sue gambe e assumersi la piena responsabilità del futuro dei suoi cittadini", ha detto Spindelegger, intervistato dai media austriaci. L'Isg esercita la supervisione sul Kosovo attraverso il proprio organo operativo, la Cancelleria civile internazionale (International civil office - Ico). Il capo di quest'ultimo, Peter Feith, ha confermato all'emittente serba B92 che "l'Ico chiuderà a settembre e terminerà il periodo di supervisione sull'indipendenza del Kosovo". La chiusura dell'Ico, non implica comunque la fine delle due missioni internazionali, della Nato, Kfor, e dell'Ue, Eulex.

 

Giappone in piazza contro il nucleare, nuove proteste ad Oi (2.7.2012) Tmn

Riavviato ieri il reattore numero 3 della centrale Kepco, il primo a ripartire dopo il disastro di Fukushima.

Centinaia di manifestanti si sono dati appuntamento davanti alla centrale nucleare di Oi per protestare contro il riavvio di un reattore dell'impianto, il primo a essere rimesso in funzione in Giappone dopo il disastro di Fukushima. A partire dalle ore 21 di ieri, le 14 in Italia, la centrale atomica nella prefettura di Fukui (ovest) è di nuovo una fonte energetica grazie al suo reattore numero 3. Soddisfazione da parte della Kansai Eletric Power (o Kepco, gestore di servizi di riferimento per l'impianto) mentre accese sono state le proteste da parte dei cittadini giapponesi evacuati dopo la devastazione seguita al sisma tsunami dell'11 marzo 2011. Nella giornata di sabato, decine di migliaia di persone erano scese in piazza a Tokyo nella più grande manifestazione nella capitale giapponese dagli anni Sessanta. Il 16 giugno scorso, l'esecutivo guidato da Yoshihiko Noda ha disposto il riavvio di due unità della centrale di Oi - i reattori 3 e 4 - giudicate sicure dall'Agenzia di sicurezza nucleare, da un comitato ad hoc e dai rappresentanti della comunità locale. Si dovrà comunque attendere fino alla fine del mese perché la produzione entri pienamente a regime. In questi giorni, come ha scritto il quotidiano Asahi Shimbun, sono state raccolte circa 7,5 milioni di firme per una petizione che vorrebbe l'addio al nucleare nel paese del Sol Levante attraverso un referendum nazionale. Ad alimentare il vento della protesta, la notizia che il reattore numero 4 di Oi ha già evidenziato problemi al sistema di raffreddamento: l'ultimo blocco lo scorso sabato, quando è rimasto fuori uso per circa un giorno e mezzo mettendo a rischio la stabilità di oltre 1.500 barre di uranio.

 

Usa 2012/ L'allarme di Obama: Servono maggiori finanziamenti (2.7.2012) Tmn

"Potrei essere primo presidente battuto da rivale in fundraising".

Barack Obama potrebbe essere il primo presidente in carica battuto dallo sfidante nella raccolta fondi. E' stato lo stesso Obama a lanciare l'allarme nel discorso tenuto telefonicamente a un gruppo di suoi grandi finanziatori, venerdì scorso, in conference call dall'Air Force One che lo riportava a Washington dopo il sopralluogo in Colorado, devastato dagli incendi. "La maggior parte di voi ha contribuito in misura determinante a finanziare la mia campagna elettorale l'ultima volta. Ho davvero bisogno che lo facciate anche stavolta". Queste le parole usate dal presidente per convincere i suoi finanziatori a mettere ancora mano al portafogli, in vista delle presidenziali del 6 novembre. La registrazione della telefonata, che sarebbe dovuta rimanere top secret, è stata ottenuta dal Daily Beast. Obama ha lanciato un grido d'allarme, a causa delle tante donazioni che stanno affluendo nelle casse della campagna elettorale di Mitt Romney, grazie soprattutto allo strumento dei 'super-PAC', i comitati fiancheggiatori con cui si acquisiscono i grandi finanziamenti privati senza i limiti fissati per il comitato elettorale principale. "Di questo passo - sono state le parole del presidente - gli interessi particolari che si stanno coalizzando attorno al mio avversario riusciranno a impossessarsi sia del Congresso sia della Casa Bianca". Il presidente ha menzionato lo smacco subito a maggio con il primo 'sorpasso' di Romney nelle donazioni ricevute e ha affermato che, a causa dell'abrogazione della legge che imponeva che i finanziamenti elettorali fossero elargiti solo dalle persone fisiche e non direttamente dalle aziende, rischia di divenire "il primo presidente in carica nella storia moderna a trovarsi contro nella campagna per la propria rielezione un candidato in grado di spendere di più".

 

Usa 2012/ Giovani più lontani da Obama, potrebbero votare Romney (2.7.2012) Tmn

Giovani di età inferiore a 24 anni disillusi dalla politica.

I giovani elettori che votarono in massa per Barack Obama alle elezioni del 2008 restano fondamentali per il presidente degli Stati Uniti, ma Mitt Romney potrebbe riuscire a ottenerne la fiducia. Secondo il New York Times, il candidato repubblicano alla presidenza, che il prossimo 6 novembre cercherà di sconfiggere Obama, sarebbe ben posizionato fra i giovani di età compresa fra i 18 e i 24 anni. "I sondaggi mostrano che gli americani di età inferiore ai 30 anni sono ancora largamente inclini a votare per Obama", scrive il quotidiano newyorkese, "ma il presidente incontrerà maggiori difficoltà fra gli elettori di età compresa fra i 24 e i 30 anni". Secondo un sondaggio online dell'Harvard Institute of Politics condotto in primavera, in quella fascia di età il suo vantaggio nei confronti di Mitt Romney, che è di 12 punti, è dimezzato rispetto a quello nella fascia fra i 25 e i 29 anni. Il vantaggio di Obama svanisce del tutto nella fascia di età più giovane se si considerano i soli elettori bianchi. Il sondaggio mostra inoltre come fra i giovani di età compresa fra i 18 e i 29 anni ci sia un maggior numero di indecisi: il 30% ha risposto di non aver ancora scelto il proprio candidato. In questo gruppo, oltretutto, l'affluenza alle urne dovrebbe essere estremamente più bassa rispetto alle altre fasce di età. L'impatto della recessione e della lenta ripresa economica non va sottovalutato. I nuovi potenziali elettori, circa 17 milioni, sono cresciuti in una difficile situazione economica che secondo gli esperti ha influito fortemente sugli anni della formazione e che non li spingerebbe a votare. L'impatto della recessione sui giovani, hanno suggerito alcuni esperti al quotidiano newyorkese, ha creato una grande disillusione nei confronti della politica.

 

Sud Sudan, FELICI MA ANCHE DELUSI: L’INDIPENDENZA UN ANNO DOPO (7.7.2012) Misna

Felici di essere “finalmente liberi” ma anche “delusi” perché sul piano dello sviluppo “non è stato fatto nulla”, anche a causa del conflitto con Khartoum: Albino Tokwaro, direttore a Juba dell’emittente Radio Bakhita, descrive così alla MISNA lo stato d’animo dei sud-sudanesi un anno dopo l’indipendenza. “La gente è felice di aver conquistato la libertà – sottolinea Tokwaro – ma si rende conto che sul piano dello sanità, dell’istruzione o della sicurezza alimentare non c’è stato alcun progresso tangibile”. Molto è dipeso dalle tensioni con gli ex nemici della guerra civile (1983-2005), legate soprattutto al controllo dei giacimenti di petrolio, la risorsa dalla quale dipendono in modo decisivo entrambi i Sudan. A gennaio il governo del Sud ha bloccato le esportazioni dopo essersi rifiutato di adeguarsi alle tariffe chieste da Khartoum per l’utilizzo dei suoi oleodotti, a oggi gli unici che consentano di raggiungere i mercati internazionali. “Questo conflitto – sottolinea il direttore di Radio Bakhita – ha privato lo Stato del 98% delle sue entrate, costringendolo a tagliare su molte voci di spesa fondamentali; il risultato è che a Juba la corrente elettrica c’è solo qualche ora al giorno e che di costruire strade nuove ormai non si parla nemmeno più”. Più che nei negoziati con il Sudan, in corso ad Addis Abeba, molti sperano in un nuovo oleodotto che promette di rompere il monopolio di Khartoum sulle esportazioni. Il nuovo corridoio energetico, di un valore stimato di 15 miliardi di euro, punterebbe sul porto keniano di Lamu. Gli osservatori indipendenti sottolineano le difficoltà logistiche e di finanziamento di un progetto di questa portata, ma viste da Juba le cose appaiono più facili. Il governo sostiene di essere in grado di procurarsi i fondi dai “donatori” internazionali, mentre gli ingegneri assicurano che i tubi saranno deposti in due anni. Tutti pronti, allora, per la festa. “A Juba – dice Tokwaro – le strade sono pulite come non sono mai state”.

 

Elezioni: "il matrimonio del popolo libico con la Libia" (7.7.2012) AsiaNews

Code di persone ai seggi aperti da questa mattina alle 8.00 (ora locale). Le votazioni democratiche sono le prime nella storia del Paese dopo 43 anni del regime di Muhammar Gheddafi. Fonti di AsiaNews descrivono un clima tranquillo nonostante le violenze dei giorni scorsi costate un morto. I Fratelli musulmani membri del Cnt premono per una Costituzione basata sulla sharia.

Al via in Libia le prime elezioni democratiche nella storia del Paese. I seggi hanno aperto questa mattina alle 8,00 (ora locale). Fonti di AsiaNews raccontano che le votazioni si sono aperte in un clima tranquillo. "La popolazione è felice di votare - affermano - per la prima volta possono scegliere il loro futuro dopo 43 anni di dittatura di Muhammar Gheddafi. Fuori dai seggi la gente definisce questo storico evento come 'il matrimonio dei libici con la Libia". Fra oggi e domani, voteranno in totale 2,8 milioni di persone. Essi dovranno scegliere i 200 rappresentanti incaricati di scrivere la nuova Costituzione del Paese. I candidati sono circa circa 2500.

Secondo Tiziana Gamannossi, imprenditrice italiana residente a Tripoli, queste elezioni sono un banco di prova per tutto il Paese e un test per il nuovo sistema democratico entrato in vigore dopo la caduta di Muhammar Gheddafi e dei suoi fedelissimi. "Il mio augurio - afferma - è che la politica non diventi ostaggio di gruppi di potere corrotti e che i libici imparino dagli errori dei Paesi occidentali dove è nata la democrazia".

L'euforia per le elezioni è stata però macchiata da diversi scontri e attacchi fra forze di sicurezza e gruppi di miliziani favorevoli alla partizione del Paese, che nei giorni scorsi hanno messo più volte a rischio il regolare andamento del voto. Le fonti sottolineano che la Libia è ancora lacerata dalla triplice guerra fra sostenitori dell'ex regime, ribelli fedeli al Consiglio nazionale di transizione (Cnt) e indipendentisti delle città della Cirenaica, contrari all'unificazione del Paese.

Ieri, alcuni ribelli hanno sparato contro un elicottero che trasportava materiale elettorale da Bengazi a Tukara. Uno dei membri dell'equipaggio è morto per le ferite riportate. Ad Ajdabiya un gruppo di sostenitori di un candidato indipendente ha incendiato un seggio elettorale. Un altro ufficio è stato invece attaccato vicino a Bengazi. Per protesta contro la distribuzione dei seggi fra le città del Paese, gruppi di ribelli armati hanno bloccato cinque centri petroliferi fra cui quelli di Brega, Ras Lanouf e Sidra. Agli scontri armati, si aggiunge l'aggressività della campagna elettorale, dove i principali protagonisti sono stati gli affiliati ai Fratelli musulmani. Per settimane essi hanno tenuto comizi, sit-in, impegnandosi nel mantenere la sicurezza nelle città, tentando di vincere la diffidenza del popolo libico, che a eccezione di Bengasi non si fida degli islamisti e teme l'imposizione della sharia nel Paese. Ieri, Saleh Darhoub, portavoce del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) vicino ai Fratelli musulmani ha dichiarato che la nuova Costituzione sarà basata sulla sharia. "I libici - ha affermato - sono attaccati all'islam e alle sue leggi, e mi auguro che la futura Assemblea scelga il Corano come fonte ispiratrice".

 

LIBIA, IL PAESE ALLE URNE PER LA PRIMA VOLTA NEL DOPO GHEDDAFI (7.7.2012) Il Velino

Si sono aperte questa mattina alle 8 le urne in Libia per l'elezione dei deputati del Congresso nazionale. Un voto storico - che dopo più di quaranta anni resituisce ai libici il potere di nominare propri rappresentanti - accompagnato da notizie di disturbi nella zona orientale del paese. Più di due milioni e settecento mila elettori, quasi l'80 per cento degli aventi diritto, ha tempo fino alle 20 di questa sera per designare un'assemblea di 200 deputati, cui spetterà poi il compito di indicare il nuovo governo. La distribuzione dei seggi su base territoriale, con una decisa prevalenza per l'area di Tripoli, ha suscitato alcune proteste a Bengasi e nella Cirenaica. Un elicottero con a bordo materiale elettorale è stato attaccato venerdì con colpi di arma da fuoco provocando la morte di un funzionario, mentre da alcuni distretti arrivano notizie dello stop alle operazioni a causa di disordini nei pressi delle sezioni. Di "momento importante per la transizione democratica" ha parlato il ministro degli Esteri Giulio Terzi in un intervento sul social network twitter.

 

Libia: elezioni, aperti seggi a Tripoli, disordini a Bengasi (7.7.2012) TicinoNews

Una Libia divisa, anche nello svolgimento del voto, si sta recando alle urne oggi per eleggere l'Assemblea costituente, le prime elezioni democratiche dopo oltre quattro decenni. Se a Tripoli fin dalle prime ore del mattino si sono registrate lunghe code, nei principali quartieri a sud di Bengasi diversi seggi sono rimasti chiusi a causa di disordini provocati dai militanti indipendentisti della regione. Dimostranti hanno anche appiccato il fuoco alle schede elettorali.

Di affluenza "alta" ha parlato in una conferenza stampa a Tripoli, senza fare cifre, il presidente dell'Alta commissione elettorale, Nouri al-Abbar. Ma sui problemi di sicurezza in Cirenaica il governo, nell'appuntamento con la stampa della capitale, è finito subito sotto accusa, con diversi giornalisti che hanno parlato di "fallimento del piano di sicurezza", troppo concentrato su Tripoli e il nord a spese della Cirenaica. "Stiamo provvedendo a risolvere il problema della mancata apertura di alcuni seggi, ma non parlerei di fallimento", si è difeso un portavoce del ministero dell'interno.

"Abbiamo avuto problemi in alcuni seggi ad Ejdhbya, a 150 chilometri da Bengasi", ha confermato Mohammed Shaban, uno degli osservatori di Bedaya, una ong libica. "Il processo elettorale si è fermato, ma ha poi ripreso", ha aggiunto.

A Tripoli finora il voto si è svolto senza problemi e a prevalere è solo l'entusiasmo della gente. Mamme accompagnate dai bambini, uomini ma anche molti anziani hanno affollato i seggi, incuranti del caldo. Oggi è una giornata "storica" e tutti, o quasi, vogliono esserci. "Aspetto da un po', ma non mi importa. C'è gente che aspetta da 50 anni", dice sorridendo la giovane Mona, che accompagna l'anziana madre. "Siamo in giro per i principali seggi e il voto si sta svolgendo in modo tranquillo", dice Oksana Kurylim, che fa parte del team di osservatori di una ong canadese.

I libici votano oggi fino alle 20:00 per eleggere i 200 membri dell'Assemblea costituente che poi dovrà redigere la Costituzione, il primo passo verso la democrazia.

 

Libia. Domani l’elezione dell’Assemblea costituente (6.7.2012) Euronews**0,3

C‘è tensione in Libia alla vigilia del primo voto democratico in oltre un quarantennio: l’elezione dell’Assemblea costituente. Monitorato da osservatori internazionali, lo scrutinio serve a scegliere i 200 parlamentari che avranno il compito di redigere e approvare la nuova Carta fondamentale. Tre incognite pesano sulle urne: la possibilità di un boicottaggio da parte di certe aree che si sentono discriminate, l’eventualità di brogli massicci e la violenza che sta scuotendo il Paese. Gli inviati della Lega araba, comunque, sono ottimisti: “La Commissione elettorale è ben organizzata, rispetta gli standard internazionali – dice Mohammed al Khameshi, della Lega araba – da questo punto di vista non abbiamo dubbi sul fatto che tutto andrà bene”. Dopo l’intervento militare straniero e il crollo del regime di Muammar Gheddafi, nello Stato nordafricano sono riesplosi i conflitti interregionali e tribali. Le varie milizie protagoniste della ribellione non hanno deposto le armi e in certe zone seminano il terrore. La scorsa settimana si sono contati quasi 50 morti in scontri a fuoco fra opposte fazioni.

19:59:20 . 07 Lug 2012
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