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Cipro, le conseguenze del contagio greco (6.7.2012) Euronews

La fila alla mensa dei poveri della Chiesa Ortodossa di Limassol, nella Repubblica di Cipro, aumenta di giorno in giorno. Famiglie, giovani disoccupati e bambini vengono qui per ricevere pasti gratuiti. La Chiesa avverte: è il segnale che qualcosa nel Paese (non va) sta cambiando. Il Governo in carica ammette di essere in difficoltà. Cipro è l’ultimo Paese europeo a richiedere un piano di salvataggio. E la disoccupazione continua ad aumentare.

Tra le persone in fila alla mensa troviamo Costas: ha 57 anni, è disoccupato e in cerca di un impiego di qualunque genere. Ci racconta che per lui la ragione della mancanza di occupazione non sono gli investimenti sbagliati delle banche nè l’assenza di competitività dell’economia cipriota o le riforme non attuate dal Governo, ma la liberalizzazione del mercato del lavoro europeo:“Oggi Cipro deve affrontare un grave problema. E la situazione peggiora perché sempre più persone vengono a mangiare qui. Non hanno cibo. Si tratta di famiglie intere..non c‘è lavoro a Cipro…a causa dei bulgari e dei rumeni che arrivano qui e prendono i lavori dei ciprioti..”.

Non lontano dalla Chiesa Ortodossa turisti stranieri e ciprioti si rilassano sulla spiaggia di Limassol.

La Repubblica di Cipro si è distinta in passato per un ritmo di crescita economica sostenuto e per i continui investimenti stranieri. Ora, però, la gravissima crisi greca inizia a farsi sentire anche qui. Quando la Chiesa Ortodossa di Limassol ha avviato la mensa gratuita nel 2004 a far ricorso al servizio erano poche decine di anziani. Oggi la mensa lavora al ritmo quotidiano di 300 pasti e 500 sacchetti per il pranzo destinati alle vicine scuole elementari. Come racconta Giouli Chatzaki, Assistente sociale:“Qui vengono molte famiglie. Il numero è aumentato negli ultimi due anni. Le famiglie vengono qui perchè offriamo un servizio gratuito. La causa di questo aumento in genere è dovuta al fatto che uno dei genitori, a volte tutti e due, ha perso il lavoro. Ci sono bambini che non possono comprarsi un panino o un succo di frutta a scuola”.

Cipro rischia ora di dover ricorrere ad aiuti finanziari che potrebbero superare la metà dei 17 miliardi di euro del Pil nazionale.

L’ufficio di collocamento di Nicosia è affollato quasi tutti i giorni. Il tasso di disoccupazione a Cipro è salito oltre il 10%. Niente in confronto ai livelli greci, ma altissimo per la media cipriota.

In fila all’ufficio di collocamento troviamo Andreas, ha 28 anni. Nonostante le qualifiche non riesce a trovare un impiego da oltre due anni:“Se sarò fortunato forse riuscirò a trovare un lavoro in un altro Paese europeo. Magari in Germania o in Francia. Ma sto cercando anche in Australia o in Canada, anche se per questi Paesi serve il visto e non credo sia facile ottenerlo in questo momento”.

Il record della disoccupazione giovanile spetta alla Grecia con il 53% degli under 25 senza lavoro. A Cipro è al 29%. Il tasso di disoccupazione giovanile più basso spetta alla Germania, dove la percentuale arriva appena all’8%. Mentre la media europea si attesta al 22%.

Yianna ha 27 anni, studia grafica. Nonostante abbia messo le ambizioni di carriera da parte, non riesce a trovare nemmeno un posto come segretaria. La madre di Yianna è disoccupata da oltre due anni e il padre, che lavora nel settore edile, è anche lui alla ricerca di lavoro. Racconta Yiann:“Cerco lavoro da oltre 6 mesi. Tutti i miei amici si trovano nella stessa identica situazione. Non riescono a trovare nulla. Sono stata licenziata, la società per cui lavoravo ha chiuso a causa della crisi tutti e tre i negozi che aveva”.

Le banche di Cipro soffrono per la crisi greca: circa 23 miliardi di euro sono transitati dagli istituti ciprioti verso quelli greci. In questa situazione una ricapitalizzazione si fa sempre più urgente. Tra gli istituti ciprioti, la Laiki Bank è esposta verso la Grecia per il 42% del capitale, Hellenic Bank al 17% e Bank of Cyprus al 34%.

L’accordo tra gli investitori sull’Haircut, ovvero la ristrutturazione del debito, greco ha comportato la perdita di ingenti somme di capitale per i creditori.

Tra questi soprattutto le banche cipriote, che avevando acquistato i titoli spazzatura greci, hanno perso circa i 3/4 delle somme investite.

Andreas Lazarides è il parrucchiere di Alexander Apostolides, docente di economia all’Università di Cipro ed esperto di tagli e crisi.

Andreas domanda al suo cliente di sempre:“Esiste una qualche soluzione al problema? Cosa accadrà? Possiamo migliorare? Oppure peggiorerà?”.

Alexander, risponde:“La programmazione economica è stata fallimentare, il Governo ha preso delle decisioni basate su prospettive di ripresa, mentre era evidente che non c’era nessuna ripresa europea. La mia paura sono le elezioni del 2013. Spero che ci sia un accordo tra i diversi partiti per attuare quelle riforme, che ci permetterebbe di mantenere sotto controllo le tensioni sociali”.

Le agenzie di rating hanno classificato il ranking di Cipro a livello della spazzatura e non soltanto a causa della situazione in cui versano le sue banche, ma anche a causa del mancato controllo dei conti pubblici da parte del Governo.

Mentre la Banca Centrale europea e il Fondo monetario internazionale controllano lo stato delle banche cipriote e le finanze del Paese, il Governatore della Banca Centrale, Panicos Demetriades,si oppone alla politica dei tagli:“Il mio consiglio è di avviare le discussioni su politiche future che si concentrino su dei programmi rivolti alla protezione della crescita economica”.

Oggi a Cipro le strade sono piene di cartelli vendesi e affittasi di case, ma anche di negozi. Segno tangibile di una crisi che avanza.

Symeon Matsis è un’economista. Conosce bene sia il settore pubblico che quello privato, i meccanismi della finanza e della pubblica amministrazione cipriota. Cosa potrebbe riportare Cipro a crescere come una volta?

Ci spiega Symeon:” Il Governo deve ridurre il numero dei dipendenti pubblici. E deve diminuire i loro stipendi. Inoltre dovrebbe occuparsi di più del sistema sanitario, controllarne i costi, ma anche trovare un accordo per le pensioni, perché si tratta di un settore importantissimo per il quale l’esecutivo non ha ancora trovato delle misure adeguate”.

La Commissione europea ha chiesto a Cipro di riformare il sistema sanitario con l’obiettivo di aiutare il Governo a contenere il deficit di bilancio. Nell’ospedale pubblico di Nicosia lavorano 2100 persone, tra di loro 170 medici.

Evangoros Nicolaides, Direttore del reparto di Cardiologia dell’ospedale di Nicosia racconta:“Lo staff è giù di morale, a causa dell’aumento dei pazienti, dell’aumento di lavoro, e per il fatto che gli stipendi stanno diminuendo come primo effetto delle misure anti crisi”.

Spostiamoci ad Agros, un villaggio localizzato tra le montagne nella regione meridionale del Paese.

La Commissione europea ha chiesto a Cipro di liberalizzare il mercato del lavoro nella speranza che questo aiuti a creare occupazione.

Marios e Andri sono due vittime della crisi: dopo anni di studi e formazione non hanno nessuna prospettiva di carriera.

Racconta Marios:“E’ difficile. Ho studiato 4 anni. Eppure non riesco a trovare un lavoro che corrisponda alla mia qualifica universitaria. La metà dei miei amici è alla ricerca di lavoro, ma non riescono a trovarlo. Hanno il mio stesso problema”. Mentre Andri aggiunge:“Posso farvi il mio esempio: quando mi sono presentata, il capo mi ha detto che ero qualificata, ma che se avessi voluto lavorare lì avrei dovuto fare una prova gratuita di tre mesi. Per capire se mi piaceva. Per capire se ero in grado di fare tutto ciò che mi veniva chiesto. E’ come se tutti fossero alla ricerca non di dipendenti, ma di schiavi!”.

C‘è però una buona ragione per sperare che il futuro sia diverso. Cipro, infatti, ha appena scoperto al largo delle sue coste dei giacimenti di gas. Le estrazioni dovrebbero iniziare già dal 2016.

 

Libia: elezioni; seggi aperti (7.7.2012) TicinoNews

Alle 08.00 di questa mattina si sono aperte le urne in Libia per l'elezione dei deputati del Congresso Nazionale, in uno storico voto che segna l'avvio del processo democratico del dopo Gheddafi. I seggi si chiuderanno questa sera alle 20.00. Più di 2,7 milioni di persone, pari a circa l'80% degli aventi diritto, si sono registrate per poter votare. Il Congresso Nazionale avrà poteri legsilativi e nominerà un nuovo governo. Sarà composto da 200 deputati, 120 eletti direttamente e 80 sulle liste di partito. A rappresentare la Libia occidentale, compresa Tripoli, saranno 106 deputati, mentre la regione orientale, con Bengasi, ne avrà 60 e gli altri seggi andranno al sud. Questa suddivisione ha provocato forti malumori a Bengasi, dove vi sono appelli al boicottaggio del voto e ieri sera vi è stato un morto in un attacco armato contro un elicottero che trasportava materiale elettorale.

 

Romania: Parlamento vota contro il Presidente Traian Basescu. Ora referendum (7.7.2012) DirettaNews**0,5

Le sorti di Traian Basescu, attuale presidente in Romania, sono state delineate ieri da una votazione tenutasi in Parlamento. I deputati romeni si sono espressi sfavorevolmente rispetto all’adeguatezza di Basescu a ricoprire la propria carica e, di fatto, ne hanno chiesto la destituzione pronunciandosi con un procedimento di impeachment. Il verdetto dell’assemblea parlamentare dovrà ora essere confermato dalla popolazione che, nel corso di un referendum che si svolgerà presumibilmente tra il 15 o il 22 luglio prossimi, sceglierà se rendere effettivo l’allontanamento di Basescu dalla presidenza. La vittoria degli scettici nei confronti dell’operato del presidente è stata netta: 256 voti a favore del provvedimento, 114 contrari e solamente un deputato astenuto. E’ stato il centro-sinistra capeggiato dal primo ministro Victor Ponta, leader di un esecutivo che in Parlamento ha una considerevole maggioranza e in carica da appena due mesi, da quando cioè lo stesso Basescu era stato sfiduciato come premier e aveva dovuto rassegnare le dimissioni. Le imputazioni che sono state fatte a Basescu e per le quali si è deciso di ricorrere all’impeachment sono principalmente violazione della Carta costituzionale e allargamento dei propri poteri a quelli pertinenti al primo ministro. In realtà la situazione che si è delineata in Romania è il frutto di controversie interne tra partiti e corsa per l’affermazione del potere. Il partito di Ponta, l’Usl intende infatti conquistarsi la piena amministrazione del Paese, dopo che è riuscito a tornare al governo successivamente ad un quadriennio dominato interamente dal Pdl, il gruppo di Basescu.

 

Senegal: elezioni legislative, ampia maggioranza per coalizione del presidente Macky Sall (5.7.2012) Atlas

Con 119 seggi sui 150 che compongono il parlamento di Yaoundé, la coalizione di partiti che sosteneva il presidente senegalese Macky Sall ha ottenuto un’ampia maggioranza alle elezioni legislative di domenica.

Secondo i risultati provvisori pubblicati ieri sera, infatti, il Partito democratico senegalese (Pds) del presidente uscente Abdoulaye Wade, che aveva dominato finora il Parlamento, non ha ottenuto che 12 deputati ai quali si sommano gli altri quattro di una corrente dissidente separatasi dal Pds.

I restanti 15 seggi sono andati ad altri partiti minori, inclusi 9 seggi andati ad alcune liste guidate da esponenti religiosi in un paese laico e musulmano al 95%.

Il tasso di partecipazione alle elezioni di domenica è stato confermato molto basso, 36,6%, soprattutto se paragonato al secondo turno delle elezioni presidenziali tenutosi il 25 marzo scorso, quando il 55% degli aventi diritto si recò alle urne.

Il dato di domenica, comunque, risulta più alto di quello fatto registrare per l’affluenza alle legislative del 2007, quando solo il 34,7% degli iscritti alle liste elettorali si recò nei seggi.

Al voto di domenica hanno partecipato 24 liste di partiti e coalizioni.

Macky Sall aveva chiesto una vittoria del proprio schieramento politico di riferimento per poter disporre di una solida maggioranza che gli possa permettere di realizzare le profonde riforme annunciate in campagna elettorale rispetto alle politiche del suo predecessore.

 

Libia: miriade di candidati per le prime elezioni libere (6.7.2012) Euronews**1

La Libia prima aveva un unico volto: quello di Gheddafi. Il Colonnello era Rais e sovrano assoluto. In mano teneva le redini del paese. I libici, a parte i piu’ anziani, non avevano conosciuto altro.

La Libia oggi è invece una Babele affollata da una miriade di poster elettorali e di facce che manda definitivamente in soffitta il ricordo di 42 anni di regime. I candidati in lizza per le prime elezioni libere sono circa 4 mila. Tra loro 2500 sono gli indipendenti. I partiti invece sono 150. Quanto basta per sollevare qualche perplessità.

Un elettore ci scherza su:

“Quell’uomo che vedete in foto..non so neanche chi sia..come faccio a votarlo? e perchè? non è granchè logico..”

Le stamperie hanno funzionato a pieno regime durante la campagna elettorale. In compenso i meeting e i comizi sono stati pochi e certi candidati si sono lanciati nella corsa solo all’ultimo minuto. Per i libici orientarsi e scegliere sarà molto difficile. Ma per molti di loro queste elezioni segnano comunque uno spartiacque.

Un’anziana signora si emoziona:

“E’ una celebrazione nazionale! Non posso descrivere la gioia che ho provato il giorno in cui ho ricevuto il kit per votare. Siamo pronti e spero che Dio starà dalla nostra parte!”

Le elezioni serviranno a rimpiazzare l’attuale Consiglio nazionale di transizione con il Congresso nazionale che dovrà eleggere il nuovo presidente, il primo ministro e preparerà l’elezione di un comitato ristretto incaricato di redigere la nuova Costituzione. Il comitato sarà composto da 60 membri. Il Congresso invece avrà 200 deputati cosi ripartiti: 100 verranno scelti dal popoloso ovest, 60 dall’est e 40 dal sud.

Una ripartizione che tiene conto della demografia di ogni regione e che pero’ ha provocato una reazione rabbiosa in alcune aree della Cirenaica. Dei manifestanti convinti che la regione sia stata sottorappresentata hanno saccheggiato alcuni uffici elettorali, bloccando anche i terminal petroliferi. Sono stati lanciati anche appelli per boicottare il voto

Un clima teso che ha messo in allerta le forze di sicurezza. 40 mila uomini appoggiati da 13 mila soldati del nuovo esercito libico tenteranno di garantire la correttezza delle scrutinio.

Intanto il tasso di partecipazione si annuncia comunque molto elevato.

 

Angola: elezioni, ecco chi parteciperà al voto (3.7.2012) Atlas

Sono nove i soggetti politici, partiti e coalizioni, che potranno partecipare alle prossime elezioni generali in Angola: lo ha annunciato, in una nota diffusa durante la notte, la Corte Costituzionale angolana dopo aver analizzato le richieste dei partiti.

“La Corte ha giudicato favorevolmente le richieste di nove soggetti politici, cinque partiti e quattro coalizioni” si legge nella nota, nella quale si precisa inoltre erano 27 i soggetti che avevano presentato richieste e che 18 sono stati respinti.

Le formazioni le cui richieste non sono state accolte avranno 48 ore di tempo per presentare ricorso e la Corte altre 48 per esprimersi.

Sia il partito di governo Movimento popolare per la liberazione dell’Angola (Mpla) che il principale schieramento d’opposizione Unione Nazionale per l’Indipendenza dell’Angola (Unita) potranno partecipare alle elezioni del 31 agosto.

Oltre ad altri tre partiti – Fronte di liberazione nazionale dell’Angola (Fnla), Partito per il rinnovamento sociale (Prs) e Nuova Democrazia (ND) – anche quattro coalizioni sono state accettate, tra le quali spicca Ampia alleanza per la salvezza dell’Angola (CASA dall’acronimo portoghese), fondata lo scorso marzo da un ex esponente di spicco dell’Unita e che raccoglie insieme ben quatro partiti.

Alcune delle formazioni escluse hanno denunciato iregolarità nel processo di registrazione, definendo la loro esclusione politica e non formale.

Le elezioni di quest’Estate saranno le terze dall’indipendenza ottenuta nel 1975.

Nelle ultime consultazioni, il partito di governo Mpla ottenne una schiacciante maggioranza con l’81% delle preferenze.

Il presidente angolano Jose Eduardo dos Santos (al potere da 33 anni è il secondo più longevo capo di Stato africano dopo il guineano Theodore Obiang Nguema) e l’ex capo della potente azienda petrolifera nazionale Sonangol sono in cima alla lista dei candidati del partito di governo.

In base a una nuova Costituzione approvata nel 2010, il presidente sarà scelto da vertici della lista del partito che risulta vincitore delle elezioni.

 

Russia: Approvata dal parlamento russo la legge che mette sotto controllo finanziario le ONG (6.7.2012) Euronews

É considerata come una scure sulle ONG la nuova legge che il parlamento russo ha approvato oggi, in prima lettura. Il controverso testo pone sotto controllo tutte le organizzazioni non governative che ricevono finanziamenti dall’estero. Definite “agenti dello straniero”, dovranno ora presentare i giustificativi dei propri conti. Il testo di legge redatto da Russia Unita, partito al potere è stato appoggiato dalla maggioranza delle altre formazioni. “Le ONG dovranno d’ora in poi redigere delle relazioni – ha dichiarato Vladimir Zhirnovsky, leader del partito liberal-democratico – Non è sempre chiaro come spendono i soldi. Non si tratta di mettere un divieto alle donazioni. Semplicemente ora dovranno chiarire dove vengono spesi i soldi dei finanziamenti”. D’ora in poi in Russia chi non rispetterà la legge sulle ONG rischia multe salate e condanne fino a quattro anni di carcere. Le ultime misure riflettono la linea politica del presidente Putin che negli ultimi mesi ha criticato le ONG che hanno denunciato frodi alle legislative in combutta, secondo il Cremlino, con le potenze occidentali

 

In Islanda presidenza al femminile (1.7.2012) Il Manifesto**1

Per la prima volta nella storia del paese, in Islanda, all'elezione per le presidenziali che si sono svolte ieri hanno concorso sei candidati. Fra questi, il conservatore Olafur Ragnar Grimsson, capo di stato in carica da sedici anni, che punta a un quinto mandato. Una vecchia volpe della politica, che ha occupato diverse cariche nei partiti di sinistra per poi approdare a destra. A contendergli la carica, diversi attivisti della società civile e un volto noto della tv nazionale, Thora Arnorsdottir, 37 anni, una senza-partito da poco madre per la terza volta (di una bambina). Potrebbe essere lei a rompere la consuetudine per cui è il presidente uscente, se si presenta, a essere eletto. Arnorsdottir sarebbe la seconda donna a occupare la più alta carica istituzionale nella storia dell'isola. Trentadue anni fa, a capo del paese andò Vigdis Finnbogadottir, prima donna al mondo a diventare presidente, rimasta in carica dal 1980 al 1996. La vittoria di Arnorsdottir renderebbe ancora più evidente il ruolo politico delle donne, che sono già in maggioranza nel governo attuale di Reykjavik. Qualunque sia il responso delle urne, oggi, l'elezione presidenziale non cambierà la sostanza del quadro politico in un paese in cui il potere è detenuto dal Primo ministro e dal suo governo, cioè dalla socialdemocratica Johanna Sigurdardottir, in carica dalle legislative dell'aprile 2009. Sposata come prevede la legge a un'altra donna, dirige un governo di 8 ministeri (Finanze, Educazione, Industria e Ambiente), diretti per metà da donne. L'Islanda (320.000 abitanti) vanta anche un'arcivescova. Nonostante un'indubbia ripresa (si prevede una crescita del 3% nell'anno in corso), l'isola porta ancora il trauma del tracollo economico registrato il 6 ottobre del 2008: una doccia gelata per un paese che, in 70 anni, era passato dai banchi dei più poveri d'Europa al rango di sesta nazione al mondo per reddito medio per abitante. Una situazione che, a livello politico, ha lasciato il segno. Il governo di centro-sinistra ha solo il 25% del gradimento, incalzato da una sinistra radicale che ha imposto dal basso altre uscite alla crisi e un nuovo progetto di costituzione. I conservatori sperano di rifarsi nelle legislative del 2013. All'inizio del prossimo anno, ci sarà anche il referendum per decidere l'adesione alla Ue, chiesta nel luglio 2009. Uno dei temi caldi di queste presidenziali.

 

Egitto: La piazza ha un leader (1.7.2012) Il Manifesto

Mohammed Morsy pronuncia il suo primo discorso da presidente Il nuovo capo di stato sa che la vera sfida per il potere comincia adesso.

Dal palco dove nel giugno del 2009, Barack Obama ha dettato l'agenda degli Stati uniti in Medioriente, Mohammed Morsy pronuncia il suo primo discorso da presidente. Una gran folla di studenti e attivisti attende l'ingresso del corteo presidenziale. 21 vetture hanno attraversato il Cairo dalla Corte costituzionale nel quartiere residenziale di Maadi, sulla Corniche che costeggia il Nilo, fino all'Università del Cairo a Giza. «Perché chiudono le porte a noi studenti? Abbiamo occupato l'Università per un cambio della dirigenza, ma dopo le elezioni il rettore non è cambiato», denunciano Ahmed e Ranya dell'Unione universitaria. Espongono cartelli contro l'esercito. «È lui il nostro presidente e non Tantawi», aggiungono dei salafiti, brandendo la foto dello sheikh cieco Omar Abdel Rahman. Decine di politici di Libertà e giustizia tentano di entrare. Il Consiglio supremo delle forze armate al completo si è accomodato in prima fila. Tra il pubblico in platea, siedono ambasciatori, parlamentari e capi tribù del Sinai. A fianco al maresciallo Hussein Tantawi e al capo di stato maggiore Sani Annan, si sono sistemati l'ex premier Kamal al-Ghanzuri, il presidente della Camera Saad al-Katatni, Mohammed al-Baradei e Amr Moussa. In fondo si sentono le lamentele della delegazione della moschea di Al Azhar, guidata dal mufti el-Tayeb, senza posti riservati nelle prime fila. «Abbasso, abbasso il governo militare!», urla Nureddin, avvolta nel suo velo, tenuta in arresto per due mesi, dopo gli scontri di Abbasseya tra salafiti e polizia militare. Vicino a lei gli esponenti della gioventù islamica che prima avevano appoggiato Aboul Fotuh ed ora sono tornati al fianco di Morsy. Ma i vecchi generali non trattengono la stizza, rispondendo con urla, i polsi uno sull'altro in segno di arresto immediato. «L'esercito e il popolo mano nella mano», si leva in coro tutta l'aula. «Ora Morsy parlerà della seconda repubblica. Su come professionismo e conoscenza cancelleranno corruzione e malgoverno», dice al manifesto Mohammed al-Qassas, giovane parlamentare di Libertà e giustizia. «Il nuovo presidente saprà controllare il suo ego, non sarà un agente nelle mani di Israele come era Mubarak», continua il politico. Eppure, nonostante il bagno di folla di venerdì di fronte alla sua base elettorale in piazza Tahrir, con il giuramento di sabato mattina alla Corte costituzionale, Morsy ha di fatto accettato lo scioglimento del parlamento. Il picchetto militare ha accolto il presidente, mentre le salve di cannone facevano tremare le pareti del teatro dell'Università. Dal palchetto vicino al proscenio è entrato Morsy. «Pane, libertà e giustizia sociale», hanno gridato a squarciagola al-Qassas e i suoi compagni. È iniziata la preghiera cantata da uno sheykh, avvolto in un mantello dorato, mentre Morsy era seduto alla scrivania al centro. I versi del Corano hanno invaso l'aula magna, le madri dei martiri della rivoluzione hanno innalzato le foto dei loro figli, tenute sul petto per ore. Le lacrime scorrevano lungo le guance della gente. «Oggi si apre una pagina luminosa per la storia egiziana», ha detto Morsy. Il discorso è stato interrotto continuamente dalle richieste di gente comune. «L'Egitto non si separerà dalla nazione araba e islamica». «È un discorso panarabo e panislamico, non solo per gli egiziani», farfugliavano tra il pubblico. «Sosterremo i palestinesi finché non otterranno i loro diritti», ha proseguito tra gli applausi Morsy. «E in Siria, fermeremo lo spargimento di sangue», ha aggiunto. Gelida è stata la reazione di Tantawi, che ha fissato il presidente per tutto il tempo del discorso, alla frase «l'esercito deve tornare nelle sue caserme». Anche la moglie di Morsy, Nagla Ali Mahmud, avvolta nel suo velo beige, si è seduta tra il pubblico. All'uscita era già tempo di previsioni per il nuovo esecutivo. «Stiamo lavorando ad un governo tecnico sostenuto da una coalizione politica», ci ha assicurato il blogger Wael Ghonim. «Anche Abou el-Fotuh potrebbe farne parte», ha continuato l'attivista. Mentre sono tornate alte le quotazioni di el-Baradei come primo ministro. Nel pomeriggio, Morsy si è spostato nel deserto sulla strada verso Ismailia per la parata militare. Il passaggio di consegne da esercito a presidente eletto, si è consumato formalmente. Ma il potere legislativo resta nelle mani del Consiglio militare in assenza del Parlamento. Non solo, la dichiarazione costituzionale limita l'operato dell'esecutivo che è sempre sottoposto al veto dei militari. Non sono stati approvati principi sovra-costituzionali, come avevano chiesto i militari, molto di più. Hanno il controllo diretto sull'attività presidenziale. Ma Mohammed Morsy ha già sorpreso molti per l'uso che ha fatto dello spazio pubblico. Il presidente si è riappropriato della piazza e dell'Università, i luoghi e le istituzioni che Hosni Mubarak aveva lasciato vuoti. Anche l'esercito è dovuto apparire in pubblico e ha raccolto la sua dose di invettive. Il nuovo presidente deve rendere conto al popolo. Ma Morsy sa bene che la sfida per il potere inizia adesso. Per questo i Fratelli musulmani hanno chiesto alla loro gente di rimanere ancora in piazza Tahrir, in attesa che dai discorsi formali si passi allo scontro quotidiano sulla gestione del potere. Le porte dell'Università sono state chiuse per far uscire il corteo presidenziale. La folla si è accalcata tra le urla di chi si sentiva male. In uscita, una ressa furibonda. Un uomo ha apostrofato la guardia presidenziale «Ascoltate il presidente, non vorrebbe che trattaste così il suo popolo». La rivoluzione senza leader oggi ha trovato la sua guida.

 

Ruanda: processo Victoire Ingabire, verdetto rinviato a settembre (29.6.2012) Atlas**1

E’ stato rimandato al 7 settembre il verdetto che doveva essere pronunciato oggi dall’Alta Corte di Kigali al processo contro l’oppositrice Victoire Ingabire Umuhoza, presidente delle Forze democratiche unificate (Fdu-Inkingi). La motivazione ufficiale data dal tribunale sarebbe, stando a fonti locali, la necessità di tempo supplementare. Detenuta dal 14 ottobre 2010 nella capitale ruandese la Ingabire, che tentò invano di candidarsi alle presidenziali del 2010 contro il presidente Paul Kagame, è accusata dal regime di Kigali di vari reati, quali attentato alla sicurezza dello Stato, negazionismo e di veicolare l’ideologia genocidaria. La procura ha chiesto l’ergastolo. “Siamo molto delusi, ci troviamo di fronte all’ennesimo sotterfugio per tenere più a lungo un’innocente in prigione” ha commentato ad Atlas Boniface Twagirimana, vice-presidente ad Interim delle Fdu-Inkingi. I vertici delle Fdu, una coalizione nata in esilio in opposizione al Fronte patriottico ruandese (Fpr) del presidente Paul Kagame, denunciano un processo politico e negano in blocco tutte le accuse rivolte all’imputata. “In Rwanda – sottolinea Twagirimana – basta solo un accenno in pubblico alle vittime hutu che ci sono state durante il genocidio o dopo, per essere accusati di negazionismo o di ideologia genocidaria. Le famiglie hutu non hanno nemmeno avuto il diritto di seppellire i propri cari nella dignità”. Victoire Ingabire fuggì dal ‘paese delle mille colline’ pochi mesi prima del genocidio iniziato nell’aprile del 1994 contro i tutsi ad opera di estremisti hutu. I massacri causarono, secondo l’attuale governo di Kigali, un milione di morti prevalentemente tutsi.

Nell’avanzata del Fpr, allora ribellione tutsi basata in Uganda, per prendere il potere in Rwanda e fermare i genocidari furono uccisi molti hutu. Nel periodo successivo anche diversi tutsi, diventati testimoni scomodi dei metodi violenti dell’Fpr, furono eliminati o entrarono in contrasto con il nucleo del partito di governo guidato da Kagame. La difesa della Ingabire ha introdotto un ricorso presso la Corte suprema denunciando alcune irregolarità nel processo, in particolare nell’applicazione delle leggi sull’ideologia genocidaria. In questi giorni, pare che il Parlamento abbia emendato tali leggi, ma non si conosce ancora la natura delle modifiche.

 

Romania: Impeachment per il presidente romeno Traian Basescu (6.7.2012) Euronews**0,2

Il Parlamento ha votato la mozione presentata dalla maggioranza di governo di centro-sinistra, guidato dal premier Victor Ponta. Il prossimo passo sarà dunque un referendum, entro la fine del mese, che deciderà le sorti di Basescu. Gravi le accuse: violazione della Costituzione, in particolare della separazione dei poteri dello Stato e usurpazione del ruolo del primo ministro. Questo è solo l’ultimo atto della lunga lotta politica tra il presidente e il primo ministro socialdemocratico Victor Ponta, che ha assunto l’incarico due mesi fa dopo una mozione di sfiducia contro l’ultimo governo fedele a Basescu. In autunno sono previste le elezioni legislative e il partito di Ponta appare favorito. Basescu, che conquistò il potere nel 2004 con la promessa di sconfiggere la corruzione e modernizzare il Paese, si presenta alla sfida con una popolarità molto piu’ bassa rispetto al 2007.

 

SENEGAL (1.7.2012) Il Manifesto**0,1: Oggi al voto per le legislative. Tre mesi dopo la schiacciante vittoria alle presidenziali di Macky Sall, i senegalesi votano oggi per eleggere i loro deputati. Si prevede una partecipazione ancora più bassa di quella registrata il 26 febbraio e il 25 marzo scorso, quando aveva votato solo un elettore su due. Nelle 24 liste presenti, molte donne che entreranno in buon numero in parlamento, in virtù di una legge sulla parità approvata il 28 maggio del 2010.

 

SUDAN (1.7.2012) Il Manifesto: Secondo le cifre fornite ieri dalle organizzazioni di opposizione, oltre mille persone sono state fermate o arrestate venerdì scorso a margine delle manifestazioni contro l'aumento dei prezzi e contro il governo del presidente Omar el-Bashir. Ci sarebbero anche centinaia di feriti. Un numero analogo di oppositori sarebbe finito in carcere nelle due settimane di proteste che stanno scuotendo il paese. Il ministro dell'Informazione, Ghazi al-Sadiq, ha dichiarato che i sudanesi hanno il diritto di esprimersi pacificamente, ma ha chiesto alla popolazione di «non lasciar spazio ai provocatori».

 

La Grecia riapre i giochi con l’Europa (6.7.2012) Euronews**0,2

Nel suo primo intervento ufficiale in Parlamento il neo premier Antonis Samaras, ha infatti annunciato che il paese chiederà due anni in più rispetto al piano concordato con Bruxelles, per azzerare il deficit e sanare i conti in rosso. La Grecia non chiederà alcuna modifica degli obbiettivi generali compresi nel piano di salvataggio ma rinegozierà quelle politiche che sembrano impedirne il successo. Il nemico numero uno è secondo Atene la recessione, che va attenuata affinché il paese possa raggiungere i propri obiettivi fiscali, ha detto il premier. Samaras, che domenica dovrà affrontare il voto di fiducia del Parlamento, ha inoltre affermato, senza entrare nello specifico, che le misure di austerità che hanno causato la perdita di posti di lavoro devono essere sostituite.

 

Il Venezuela entra, esce il Paraguay (1.7.2012) Il Manifesto

Il 31 luglio di quest'anno il Venezuela entrerà a pieno titolo nel Mercado Común del Sur. (Mercosur). Lo ha annunciato ieri la presidente dell'Argentina, Cristina Fernández, durante il vertice del blocco regionale che si è svolto a Mendoza, nel suo paese. «Questa è una giornata storica che il Venezuela aspettava da 13 anni», ha detto Hugo Chávez da Caracas, e ha definito la decisione «una lezione di etica e di politica vera e una disfatta sia per l'imperialismo nordamericano che per le borghesie lacchè della regione». In questo modo - ha fatto notare ancora il capo di stato venezuelano - il blocco regionale «avrà una delle maggiori riserve di gas, petrolio e acqua di tutto il continente». A sbarrare il passo a Caracas, in questi anni, aveva pensato il senato del Paraguay: egemonizzato dal Partido Colorado, maggioritario anche alle ultime elezioni che avevano portato al governo il presidente Fernando Lugo. Ma dopo la destituzione dell'ex «vescovo dei poveri» provocata il 22 giugno proprio dal senato di Asunción, i paesi progressisti dell'America latina avevano protestato contro il «golpe istituzionale» e sospeso il Paraguay «fino al ripristino dell'ordine democratico». Il nuovo capo di stato, Federico Franco - l'ex-vicepresidente, appartenente alla parte più a destra dell'alleanza di governo, il Partido Liberal Radical Auténtico (Plra) - subentrato a Lugo, non era stato invitato e il Mercosur aveva preannunciato sanzioni. «Moltissimi fratelli della Repubblica del Paraguay vivono e lavorano in Argentina da anni. Non crediamo alle sanzioni economiche, perché non le pagano i governi, ma i popoli», ha detto però Cristina Fernández alla Cumbre di Mendoza, ricordando il feroce «bloqueo» imposto dagli Usa a Cuba. Al contempo, ha motivato la sospensione del Paraguay usando toni molto duri contro la destituzione di Lugo: «La legalità e la legittimità in Sudamerica - ha aggiunto - sono indissolubilmente legate alla stabilità di cui la regione ha bisogno per continuare a crescere in pace, soprattutto in un momento molto complicato a livello internazionale. Dobbiamo consolidare l'unità politica ed economica del blocco regionale mettendo al centro la crescita e l'inclusione sociale». Dopo il vertice continentale della Unión de Naciones Suramericanas (Unasur), riunito in contemporanea a Mendoza, le ha fatto eco il suo ministro degli esteri, Héctor Timerman: «Non si può sottovalutare che negli ultimi anni ci sono stati golpe e tentativi di colpi di stato contro i governi legittimi - ha affermato Timerman - esistono gruppi di potere interessati a interrompere il processo democratico». Poi ha citato il tentato colpo di stato contro il governo Chávez (2002), quello «separatista» in Bolivia contro Evo Morales (2008) e in Ecuador contro Rafael Correa (2010). E quello realizzato in Honduras contro il governo di Manuel Zelaya il 29 giugno del 2009 «Non vogliamo che si ripetano», ha detto. Quindi ha comunicato la decisione di sospendere il Paraguay e di inviare un gruppo di osservatori di alto livello ad Asunción. Intanto, davanti all'ambasciata del Paraguay, a Buenos Aires, i movimenti sociali manifestavano il loro sostegno al popolo paraguayano.

 

Perù: stato d’emergenza al nord dopo nuove proteste per progetto minerario Conga (5.7.2012) Atlas

Lo stato d’emergenza è stato dichiarato in tre province della regione della Cajamarca, nord del Perù, in seguito a disordini e scontri avvenuti nei giorni scorsi e che hanno provocato la morte di almeno tre perone e il ferimento di altre 21.

A informare il paese della decisione è stato il ministro della Giustizia, Juan Jiménez, il quale ha precisato che lo stato d’emergenza resterà in vigore per 30 giorni e interessa le province di Celendín, Hualgayoc e Cajamarca.

Il provvedimento limita il diritto all’assemblea e alla riunione, il principio di inviolabilità del domicilio e il libero transito delle persone.

Il ministro ha poi lanciato un appello alla calma diretto alla popolazione dopo gli scontri tra forze di sicurezza e manifestanti tornati in strada nei giorni scorsi per esprimere il loro dissenso al progetto minerario di Conga, dell’azienda statunitense Newmont.

Da parte sua, il ministro dell’Energia, Jorge Merino, parlando con la stampa ha detto che a Cajamarca “si sta dimostrando che esistono alcuni elementi agitatori che, senza aver argomenti, fomentano la violenza”, ma ha comunque ribadito la volontà del governo a dialogare con i settori critici del progetto minerario.

Gli incidenti di martedì, che hanno portato al fermo di una quindicina di manifestanti, sono avvenuti a margine di uno sciopero generale indefinito in corso da 33 giorni a Cajamarca proprio per esprimere la contrarietà al progetto minerario di Conga.

Le miniere di Conga sono il più grande investimento minerario (quasi 5 miliardi di dollari) della storia del Perù, ma sono da mesi al centro da mesi di un acceso conflitto sociale.

La provincia andina di Cajamarca, nel nord del paese, è paralizzata dalla fine di Novembre da blocchi stradali e manifestazioni (che hanno avuto momenti violenti) contro il progetto minerario di Conga affidato all’azienda Yanacocha, filiale della statunitense Newmont, proprietaria della miniera.

Il piano di Yanacocha prevede il prosciugamento di quattro lagune, due per estrarre oro, le altre per utilizzarle come depositi di residui e scarti.

La popolazione di Cajamarca, che vive di agricoltura e allevamento, si è mobilitata a tempo indeterminato al grido di “Conga no va” esigendo la paralisi di un progetto “altamente distruttivo e contaminante”.

Il settore minerario, con il 60% delle esportazioni, è la principale voce economica del Perù, ma anche la prima causa di conflitti sociali ed ambientali.

Anche per questo la situazione di Cajamarca è percepita come un test per il nuovo presidente di sinistra Ollanta Humala, impegnato a trovare un compromesso tra le necessità dell’industria estrattiva e la difesa delle comunità locali.

 

Traian Basescu non può guidare la Romania (6.7.2012) Euronews**0,2

A dirlo il voto con cui il parlamento nazionale ha deciso per l’impeachment contro il presidente accusato di abuso di potere e indegnità. Questo è l’ultimo atto di una guerra politica che ha visto opposti lo stesso Basescu, apparso molto provato in aula, e il premier Victor Porta che ha assunto l’incarico due mesi fa. Basescu ha cercato di difendersi davanti ai deputati affermando di aver rispettato la legge in un periodo di profonda crisi, ma non è stato abbastanza. Ora la parola passa al popolo. Entro un mese si terrà un referendum per confermare la decisione del parlamento. L’opinione pubblica è spaccata fra innocentisti e colpevolisti, ma il destino di Basescu appare comunque segnato. Il presidente conquistò il potere nel 2004 con la promessa di sconfiggere la corruzione e modernizzare il paese. La crisi economica e le pessime condizioni della cosa pubblica hanno fatto crollare a picco la sua popolarità.

 

Bolivia: raggiunto un accordo, finisce l’ammutinamento dei poliziotti (28.6.2012) Atlas

Il Governo di Evo Morales e i delegati dei poliziotti ammutinati hanno firmato a La Paz, nella notte tra martedì e mercoledì, un accordo che prevede miglioramenti salariali e di condizioni di lavoro e che pone fine ad una settimana di proteste. D’accordo con il ministro dell’Interno Carlos Romero, concordati un aumento dello stipendio mensile di 100 bolivianos (circa 14 dollari) e la sospensione della legge di regime disciplinare del corpo della Policía Nacional.

Ad accelerare le trattative, l’imminente ingresso nella capitale degli indigeni Tipnis (territorio indigeno e parco nazionale Isiboro Secure), che manifestano contro la costruzione di una strada attraverso la riserva naturale in cui risiedono.

Martedì il loro leader Fernando Vargas aveva dichiarato di essere disposto a ritardare l’arrivo nella città per evitare che la marcia venisse associata all’ammutinamento dei poliziotti, etichettato come golpe dall’entourage di Morales. Vargas smentisce le accuse del vicepresidente Álvaro García, che vogliono il movimento Tipnis implicato in un presunto colpo di stato.

Il ministro della Comunicazione Amanda Davila ha dichiarato domenica e ribadito martedì a Radio Panamericana che “questi episodi i violenza sono le chiare premesse di un golpe (…) Gli agenti sono pericolosamente armati (…) Anche i nostri servizi di intelligence e la stampa sostengono che un colpo di stato stia prendendo forma, ordito da piccoli da piccoli gruppi politici”.

I rappresentanti dei manifestanti assicurano che “gli agenti non hanno alcun interesse ad appoggiare un cambio di Governo violento (…) In Bolivia l’unico golpista è la fame e l’assenteismo delle autorità”.

L’ammutinamento della stragrande maggioranza degli agenti della Polizia è iniziato sei giorni fa, dopo la proposta dell’Esecutivo di un aumento salariali del 10%. Accompagnati dalle mogli, i poliziotti hanno lasciato venerdì la sede dell’Unidad Táctica de Operaciones Policiales (UTOP), occupata giovedì con la forza, e marciato verso il Palacio Quemado. Da lì la presa dell’Inteligencia de la Policía Nacional, interamente saccheggiata. Gli archivi sono stati dati alle fiamme.

In prima linea le mogli degli agenti. In 300 hanno portato avanti per una settimana uno sciopero della fame e organizzato picchetti agli ingressi degli edifici occupati dai mariti.

Lunedì gli agenti ammutinati, con abiti civili e passamontagna, hanno bloccato l’ingresso di piazza Murillo a La Paz, dove sono ubicati Presidenza, Parlamento e Ministero degli Esteri, lanciando gas lacrimogeni contro i contadini e i dirigenti sindacali e di quartiere intenzionati ad occupare l’area antistante Palacio Quemado per una veglia in sostegno di Morales.

Nel weekend il presidente Morales ha finalmente deciso di dispiegare l’Esercito a La Paz, Oruro, Potosí e Sucre dando però l’ordine di “non reagire alle provocazioni dei poliziotti per non assistere ad uno spargimento di sangue”.

 

Paraguay: Lugo denuncia “golpe parlamentare”, il paese rischia l’isolamento (25.6.2012) Atlas

Il neo presidente paraguayano Federico Franco è in cerca di legittimazione tra i paesi dell’America Latina. L’ipotesi di un Paraguay “isolato” si fa sempre più concreta, soprattutto dopo che Argentina, Brasile e Uruguay, che condannano la destituzione di venerdì del predecessore Fernando Lugo, hanno richiamato i propri ambasciatori.

“Sono tranquillo (…) Chiariremo la situazione e stabiliremo i contatti con i nostri vicini al momento opportuno. Sono sicuro che si renderanno conto di quanto stia accadendo in Paraguay”, assicura Franco, ex vicepresidente di Lugo dal 2008 e veterano del partito liberale.

L’ex vescovo progressista, cui mancavano pochi mesi alla fine del mandato, ha contestato il voto parlamentare (39 voti a favore della destituzione, 4 contrari) che gli ha strappato il potere con procedura di impeachement accusandolo di non essere riuscito a mantenere la “pace sociale”, in occasione di uno scontro della scorsa settimana tra contadini e poliziotti che ha lasciato 17 morti.

Ieri, in un intervento alla televisione di stato negli studi di Asunción, Lugo ha parlato di “verdetto ingiusto, un golpe parlamentare contro i cittadini e la democrazia”, ma allo stesso tempo ha invitato i sostenitori a manifestare in maniera pacifica.

 

Romania: verso l’impeachment di Basescu, proteste (6.7.2012) Euronews**0,3

Difendere Basescu per difendere la democrazia: circa tremila persone hanno manifestato a sostegno del presidente della Repubblica di Romania, alla vigilia del probabile voto d’impeachment. La maggioranza parlamentare di centro-sinistra, di cui è espressione l’attuale governo, ha già sostituito i presidenti dei due rami del Parlamento e l’avvocato del popolo, e mira a liberarsi anche del Presidente. “Non accettiamo una dittatura rossa, non vogliamo un altro regime come in Bielorussia”, dice un manifestante pro-Basescu. In un’altra piazza di Bucarest, sono invece in quattrocento a manifestare contro il Presidente, accusato di aver impoverito il popolo con i tagli a pensioni e stato sociale, e di aver causato la paralisi politica. “Ero qui a protestare l’inverno scorso contro Basescu, per le stesse ragioni. Ora lo rifaccio”. La maggioranza accusa Basescu di azioni “suscettibili di mettere in pericolo il funzionamento delle istituzioni”, accuse dalle quali il Presidente si difende davanti al Parlamento, che dovrebbe votare oggi sull’impeachment. Nel frattempo dovrebbe esprimersi anche la Corte Costituzionale, con un giudizio non vincolante. Se il Parlamento destituirà Basescu, la palla passerà poi agli elettori, che dovranno esprimersi per via referendaria.

 

Mongolia: elezioni, in attesa dei risultati e delle donne in politica (2.7.2012) Atlas

Si fanno attendere i risultati delle elezioni in Mongolia del 28 giugno, ma il paese aspetta, e spera nel cambiamento. Soprattutto in quello che potrebbero portare le donne, visto che una recente modifica alla legge elettorale impone il 20% di quote rosa in quello che è uno dei parlamenti più maschili del mondo. Su 544 candidati in corsa per 76 seggi, 174 sono donne, cioè un numero superiore rispetto a quello previsto dalla stessa legge.

Attualmente al Khural Ikh di gonne se ne vedono pochissime, e la responsabilità, dicono gli attivisti, è delle politiche governative e di una cultura smaccatamente patriarcale.

Un dossier del centro di ricerca Monfenmet evidenzia addirittura come dal 2000 a oggi la presenza femminile in politica sia caduta a picco: l’11,8% nel 2000, il 6,6% nel 2004, il 3,9% nel 2008.

“E’ un paradosso che le donne occupino il 70% dei posti di lavoro nella sanità e nell’istruzione e il 90% dei posti di potere, invece, sia ancora nelle mani degli uomini”, scrive Otgonsuren Jargal, un giornalista e attivista per l’ambiente, direttore di Nomad Green, un sito online di informazione verde.

Ma il rapporto tra le donne e la politica in Mongolia è stato controverso. Nel 2005, dopo le pressioni dei gruppi femministi, i partiti politici stabilirono che dalle successive elezioni il 30% delle quote doveva essere rosa.

Nel 2008, la legge fu revocata poco prima delle elezioni e di donne elette ce ne furono solo tre. Oggi le quote sono state reintrodotte, e per gli attivisti si tratta di una vittoria, anche se il tetto è stato abbassato dal 30% al 20%.

Per Odmaa Davaanyam, però, la legge non risolve il problema della diseguaglianza di genere in politica, perché nelle dinamiche dei partiti le donne continuano a non essere prese in considerazione.

Non è un caso se nelle liste elettorali, i primi nomi femminili compaiano solo in fondo agli elenchi. In quelle del Partito Democratico, per esempio, che ha candidato nove donne, la prima compare in settima posizione, e in quelle del Partito Popolare, bisogna aspettare la decima posizione.

La speranza, per Odmaa, è l’assegnazione di quei 48 seggi attribuiti col sistema misto e che dovrebbero agevolare i partiti minori, gli indipendenti, e le stesse donne. Si tratta di “chiamate individuali”, grazie alle quali, forse, il Khural Ikh inzierà a essere un parlamento misto. Non mancano però esempi di partiti che hanno candidato una maggioranza di donne. Quello del Movimento Civile, che ha portato alle urne un 90% tutto rosa e che nel paese è percepito come un segno di cambiamento.

Forse proprio quel cambiamento che la Mongolia ha chiesto a queste elezioni, soprattutto in campo economico, per valorizzare le grandi risorse minerarie del sottosuolo, dice a Eurasianet Naranjargal Khaskhuu di Globe International Corruption Perceptions. Le “donne sono percepite come meno corrotte”, e non è una considerazione da poco, visto che l’Index of Transparency ha classificato la Mongolia al 123° posto su 183 paesi per quanto riguarda la corruzione. Khaskhuu è ottimista, perché sa che almeno dieci donne quei seggi li conquisteranno.

“Per il resto” – dice – “bisogna aspettare i risultati elettorali. Solo allora capiremo quanta voglia ci sia di invertire la rotta”.

20:03:33 . 07 Lug 2012
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