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Notizie da vari paesi del mondo


 

In Senegal cala Wade e sale Sall (11.3.2012) Il Manifesto

Il ballottaggio per le elezioni presidenziali in Senegal si terrà il prossimo 25 marzo. Come di consueto le forze armate voteranno una settimana prima per garantire il presidio dei seggi elettorali. A nulla è servito il ricorso presentato al Consiglio costituzionale dal presidente in carica Wade per «forzare» i risultati del primo turno elettorale dello scorso febbraio, eliminando il ricorso al ballottaggio.

Lentezza disarmante

Occorre segnalare che i risultati ufficiali raccolti finora riguardano lo scrutinio effettivo di non più del 16,3% di tutti i seggi nel paese (2052 su 12555), una lentezza disarmante a fronte di tutti i soldi spesi per informatizzare il sistema elettorale investiti negli ultimi sette anni in Senegal. La Commissione elettorale ha indetto il ballottaggio basandosi su dati provvisori e incompleti. Tanti senegalesi restano convinti che se si fosse completato lo scrutinio Wade sarebbe stato eliminato già al primo turno.

L'opposizione si ricompatta

Macky Sall (nella foto Reuters), leader del Partito Apr (Alleanza per la repubblica) ha ricevuto negli ultimi giorni il sostegno di quasi tutti gli altri 12 candidati alle elezioni presidenziali, compattando di fatto il fronte dell'opposizione. Al ballottaggio si presenterà con il sostegno della maggioranza dei movimenti e delle associazioni che animano la società civile senegalese. In più qualche membri dell'attuale governo stanno abbandonando il «Titanic» di Wade cercando un futuro nel prossimo assetto politico. La crisi profonda del partito al governo è evidente. Wade appare sempre più solo e prossimo alla sconfitta.

La confraternita

In un tentativo disperato dalle forze che sostengono l'attuale presidente, in corsa per il suo terzo mandato, è stato sollecitato l'appoggio al ballottaggio della confraternita musulmana più influente del Senegal, i Mourid. La loro guida religiosa più importante si è defilata, lasciando a esponenti non di primo piano l'incarico di mobilitare i fedeli a fare quadrato intorno a Abdoulaye Wade. Operazione che è un altro chiaro indicatore dell'estrema fragilità e debolezza dell'85enne presidente senegalese.

 

Russia: Putin, flop dei «nastri bianchi» (11.3.2012) Il Manifesto

Obama si congratula Come molti temevano, la nuova manifestazione del movimento dei «nastri bianchi» per contestare la legittimità dell'elezione di Vladimir Putin si è rivelata ieri molto debole. Autorizzato per cinquantamila persone, il raduno sulla via Novy Arbat ne ha raccolte sì e no diecimila sul grande marciapiede, e sembravano ancor meno visto che il traffico ha continuato a scorrere regolare lì accanto. A frenare la partecipazione hanno contribuito ovviamente le temperature sottozero e il massiccio spiegamento di polizia, che ha blindato con 2500 agenti tutta la zona: ma è chiaro che il freno principale è politico, ed è rappresentato dalla delusione e dal senso di impotenza diffusi tra gli oppositori per non essere riusciti minimamente a influire sull'esito delle presidenziali di domenica scorsa. Si aggiungano le crescenti polemiche fratture interne: ieri i nazionalisti hanno lasciato il luogo del comizio dicendo che «i liberali si sono arresi», mentre la sinistra ha voluto fare un suo corteo e tutti hanno voluto tenere ben in vista le proprie bandiere.

Obama si congratula

Se qualcuno sperava poi nell'aiuto dell'Occidente democratico, le telefonate di congratulazioni ricevute in questi giorni da Putin - ultima quella di Barack Obama, ieri - hanno fatto capire che su quel fronte non c'è margine.

Gli stessi oratori che si sono succeduti numerosi sul palco hanno dato nei loro interventi l'impressione di un relativo disarmo. Anche il più veemente, il leader del fronte di sinistra Sergei Udaltsov, ha usato parole violentissime contro Putin e i suoi («ladri, cialtroni, impostori») ma ha rinviato l'appuntamento decisivo di due mesi, parlando di «una manifestazione di un milione di persone a maggio» - quando Putin si insedierà ufficialmente al Cremlino prendendo il posto di Dmitrij Medvedev. Poi ha rilanciato con la sua parola d'ordine, restare in piazza e non andarsene: come tentato il 5 marzo da alcune centinaia di persone, tutte immediatamente prese dalla polizia e tenute in stato di fermo per alcune ore. La stessa scena si è svolta anche ieri, al termine del comizio, quando Udaltsov con un gruppo di militanti si è avviato verso piazza Pushkin per «occuparla», venendo immediatamente fermato. Idem a San Pietroburgo, dove una piccola manifestazione anti-Putin è finita con la polizia che ha compiuto diversi fermi. A Mosca la protesta si è chiusa al grido di «Libertà per i prigionieri politici», intesi sia come manifestanti finiti dietro le sbarre (anche se pochissimi ci sono rimasti) negli ultimi mesi sia come presunti oppositori di lungo corso, come l'ex oligarca Mikhail Khodorkovskij. La verità è che l'opposizione ha un compito assai difficile: deve trovare una nuova strategia, che non può consistere solo nel concludere ogni manifestazione annunciandone un'altra. Serve un programma comune e obiettivi non solo negativi, mandar via Putin non basta: se ne è accorta e lo ha detto dal palco perfino la «golden girl» Ksenia Sobchak. Servono leader credibili con idee. È vero che anche per Putin il compito è difficile, con la crisi economica del paese che incombe da un lato, la crisi di credibilità sua che pesa dall'altro e la necessità di riformare un po' tutto (sistema politico, sistema economico, welfare) alla svelta: ma almeno lui il potere ce l'ha, i suoi oppositori no.

 

Il nuovo presidente dello Yemen (25.2.2012) Il Post

Abd Rabbuh Mansour al-Hadi era l'unico candidato ed è stato eletto con oltre il 99 per cento dei voti, ma l'ex presidente Saleh ha annunciato che non lascerà la politica.

Abd Rabbuh Mansour al-Hadi ha vinto le elezioni presidenziali ed è ufficialmente il nuovo presidente dello Yemen. Hadi ha giurato nella mattinata di sabato e ha promesso in diretta tv di fare tutto il possibile per “preservare l’unità nazionale dello Yemen”, che in questo momento è a rischio a causa di diversi fattori, tra i quali le rivolte sciite a nord del paese, i separatisti nel sud e la minaccia dei terroristi di Al Qaeda nella Penisola Araba. Hadi sarà dunque presidente ad interim per due anni, durante i quali si dovrà consultare con i vari movimenti politici perché si elegga un’assemblea costituente che scriva una nuova Costituzione, prima delle elezioni presidenziali e legislative che si terranno nel 2014. Dopo il giuramento di oggi, la cerimonia ufficiale della sua elezione a presidente sarà lunedì.

Hadi succede all’ex presidente Ali Abdullah Saleh, come previsto dall’accordo firmato da quest’ultimo e il Consiglio di Cooperazione del Golfo che nei mesi scorsi si è impegnato a fermare la rivolta e le violenze in Yemen degli ultimi mesi. Hadi, ex vicepresidente di Saleh per 17 anni, era l’unico candidato alle elezioni presidenziali che si sono tenute il 21 febbraio, in quanto l’unico nome su cui maggioranza e opposizioni parlamentari si sono accordate per gestire la transizione politica dello Yemen fino al 2014. Secondo i dati ufficiali della Commissione Elettorale, ha votato il 66 per cento degli aventi diritto (ossia 6,635,192 su un totale di 10,243,364 cittadini), tra cui anche il premio Nobel per la Pace 2011 Tawakkul Karman, sostenitrice di Hadi. Hadi è stato eletto con il 99,8 per cento dei voti.

Al giuramento di Hadi ha assistito anche Saleh, tornato qualche ora prima dagli Stati Uniti, dove si era recato per sottoporsi ad alcune visite mediche dopo l’attentato dello scorso giugno. Saleh ha ripetuto anche ieri tramite i suoi portavoce che continuerà ad avere un ruolo di primo piano nella politica dello Yemen e che si ricandiderà alle elezioni del 2014 con la sua lista, il Partito del Congresso del Popolo.

 

Le dimissioni del primo ministro di Haiti (25.2.2012) Il Post

Garry Conille era in carica da soli quattro mesi, ma i rapporti con il presidente Martelly non erano buoni: mentre a oltre due anni dal terremoto la ricostruzione va a rilento.

Venerdì Garry Conille, primo ministro del governo di Haiti, si è dimesso dall’incarico a causa dei contrasti con il presidente della repubblica Michel Martelly, in carica da aprile del 2011. Conille, medico di 45 anni già funzionario delle Nazioni Unite e consigliere dello staff di Bill Clinton, era stato nominato primo ministro dallo stesso Martelly soltanto quattro mesi fa dopo quasi cinque mesi di discussioni in parlamento: l’opposizione aveva rifiutato i primi due candidati proposti dal presidente per guidare il governo.

I contrasti e le tensioni tra Conille e Martelly, causate soprattutto dalla gestione della ricostruzione dopo il terremoto del gennaio 2010, sono esplose in seguito all’annuncio di Conille di voler rivedere le procedure di assegnazione di contratti per un totale di 300 milioni di dollari, assegnati dal suo predecessore dopo il terremoto. Ad aggravare le tensioni tra i due sono state anche le polemiche sulla doppia cittadinanza di alcuni membri del governo: la doppia cittadinanza è vietata dalla costituzione haitiana e sulla questione sta indagando una commissione parlamentare.

Il presidente Martelly non ha ancora nominato il successore di Conille. Secondo il New York Times, Martelly potrebbe decidere di passare l’incarico all’attuale ministro degli Esteri Laurent Lamothe o a un altro membro del governo. Nel frattempo gli Stati Uniti, la comunità internazionale e gli investitori interessati alla ricostruzione chiedono di decidere in fretta, dato che a due anni di distanza dal terremoto del 2010 mezzo milione di haitiani vivono ancora nelle tendopoli della capitale Port-au-Prince e per le strade ci sono ancora cumuli di detriti.

 

Siria: Il doppio «no» per Kofi Annan a Damasco (11.3.2012) Il Manifesto

La «mission impossible» dell'inviato speciale dell'Onu giunto nella capitale siriana.

È cominciata ieri la mission impossible di Kofi Annan, l'inviato speciale designato da Onu e Lega araba per la crisi siriana. Kofi è arrivato a Damasco dove ha incontrato prima il ministro degli esteri Walid al Moallem e poi, per due ore, il presidente Bashar al Assad. La televisione di stato siriana ha riferito che il colloquio Annan-Assad si è svolto in un'atmosfera «positiva». Ma, in realtà, gli scogli all'avvio di un'uscita negoziata dalla crisi (che assomiglia sempre più, come per il caso libico, a una guerra civile) sono enormi. Assad infatti, secondo l'agenzia di stampa ufficiale Sana, ha assicurato Kofi che «la Siria è pronta a favorire qualsiasi sforzo onesto per trovare una soluzione agli eventi» in corso ma, ha tenuto a precisare, «non ci potranno essere dialogo politico o iniziative politiche mentre ci siano gruppi terroristi armati che operano e diffondono il caos e l'instabilità». Come dire, le operazioni contro gli insorti continueranno (e infatti anche ieri ci sono notizie di massicci bombardamenti contro la città di Idlib, vicino al confine con la Turchia, e, stando alle fonti dell'opposizione, i morti nelle diverse aree del paese sarebbero 77). Così, Annan si trova di fronte a due no. Ancora prima di arrivare a Damasco, al no del Consiglio nazionale siriano, il settore dell'opposizione prevalentemente residente all'estero che però gode dell'appoggio dell'Occidente e dei paese arabi (Arabia saudita e Qatar in testa), che esclude qualsiasi negoziato con Assad e urla la sua richiesta di un intervento militare esterno tipo quello della Nato in Libia. Poi, una volta arrivato in Siria, al no di Assad, che esclude la possibilità di qualsiasi negoziato finché continui l'attività di «gruppi terrorist armati», alimentati secondo Damasco «da forze esterne». In questa situazione, la prima richiesta con cui si è presentato Annan - un immediato cessate il fuoco da entrambe le parti (richiesta ribadita anche dal pallido segretario dell'Onu, Ban Ki-moon) - ha scarse chanches di essere raccolta. A Damasco, da dove ripartirà oggi, Kofi ha incontrato anche il settore dell'opposizione dell'interno, il Comitato nazionale per il cambiamento democratico guidato da Haytham al Manna, che al contrario di Cns di Bohuran Gharioun, si oppone alle ipotesi di un intervento militar-umanitario dall'esterno. Una volta uscito dalla Siria incontrerà anche gli esponenti del Cns. Mentre Annan era a Damasco, al Cairo il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov incontrava i suoi omologhi della Lega araba. Un meeting marcato dalle profonde divisioni fra la Russia, che pur ribadendo di «non proteggere nessun regime» a priori non sembra avere intenzione di mollare Assad, e molti fra i paesi arabi. Lavrov ha messo in guardia gli arabi dalla tentazione di «grossolane interferenze» negli affari interni siriani. Si è dovuto confrontare con la posizione del Qatar, il cui ministro degli esteri Hamad bin Jassem al-Thani ha ribadito che è tempo di inviare «forze arabe e internazionali» in Siria quale «obbligo morale e umanitario» (il Qatar...) per fermare «il genocidio» praticato da Assad. Alla fine l'incontro si è concluso con un documento congiunto Lega araba-Russia in 5 punti sullo stop alle violenze «da entrambe le parti», monitoraggio «neutrale», nessuna «interferenza straniera», via libera agli aiuti umanitari e «appoggio» alla missione di Kofi. Aria fritta, purtroppo, con l'aria che tira un anno dopo l'inizio della crisi siriana. Un anno che, secondo quanto scriveva ieri il Washington Post citando fonti dei servizi Usa di intelligence, non è servito a scalfire la presa di Assad. Che continua a mantenere il controllo della situazione senza che vi siano segni di defezioni significative nelle fila del regime.

 

YEMEN RAID «ANTI-TERRORISTA»: UCCISI «23 MEMBRI AL QAEDA» (11.3.2012) Il Manifesto

Ventitrè persone definite «membri di Al Qaeda» sono stati uccise nel corso di un raid aereo anti-terrorismo contro alcune basi della rete estremista islamica nelle montagne vicino alla città di Bayda, nel centro dello Yemen.

 

SOMALIA ATTACCO ISLAMISTA CONTRO FORZE ETIOPI, DIVERSI MORTI (11.3.2012) Il Manifesto

«Diversi» morti a seguito di un attacco degli islamisti di al Shebaab contro i militari etiopi nel sud-est della Somalia. Lo hanno reso noto responsabili militari e testimoni. «I combattimenti sono stati i più violenti da quando le forze etiopiche sono entrate in Somalia», nel novembre scorso, ha assicurato un testimone.

 

USA/PRIMARIE ROMNEY: ALTRI 9 DELEGATI ALLE ISOLE MARIANNE (11.3.2012) Il Manifesto

Mitt Romney ha vinto il caucus repubblicano delle isole Marianne del nord (Saipan, Tinian e Rota), con l'87% dei voti, aggiudicandosi il voto dei 9 delegati alla convention del partito di Tampa. Il candidato aveva vinto il giorno prima anche a Guam, dove tutti i 215 partecipanti del caucus hanno assicurato il loro appoggio, e quindi quello dei 9 delegati Solo il 6% per Rick Santorum, il 3% per l'ex speaker della Camera, Newt Gingrich. È stato il figlio, Matt Romney, a visitare Saipen al posto del padre. Con i risultati dei caucus nelle isole Usa del Pacifico, Mitt Romney sale a 437 delegati, Rick Santorum lo insegue con 181. Molto più distanziati Newt Gingrich, con 107 e Ron Paul con 46 delegati. Al conteggio finale di ieri mancavano i 40 delegati che dovevano essere assegnati dal caucus del Kansas.

 

GRAN BRETAGNA SALMOND RIBADISCE: INDIPENDENZA PER LA SCOZIA (11.3.2012) Il Manifesto

Torna a chiedere a gran voce e con toni sempre più decisi l'indipendenza della Scozia il «first minister» e leader dell'Snp Alex Salmond. Nel discorso che ha tenuto alla conferenza di primavera del suo partito, ha sollecitato gli elettori scozzesi a scegliere fra «il nostro governo» e quello «dei Tory da Westminster», in vista del referedum che sta cercando di organizzare per l'ottobre del 2014. I delegati hanno anche votato, all'unanimità, una mozione che proibire il prima possibile la navigazione dei sottomarini nucleari Trident dalle acque scozzesi. «Con gli scozzesi al governo, con la possibilità di parlare con la nostra voce e riflettere sui nostri valori e le nostre priorità, renderemo il nostro un paese migliore. Questo è un messagio di speranza», ha detto Salmond precisando di avere un messaggio diretto a Cameron, Clegg e Miliband (i leader dei tre principali partiti britannici): «Sono finiti i giorni in cui i politici di Londra dicono alla Scozia cosa fare e cosa pensare».

 

GRECIA PAPANDREOU LASCIA LA GUIDA DEL PASOK (11.3.2012) Il Manifesto

George Papandreou, il leader socialista greco ha lasciato ieri la guida del Pasok per permettere al suo partito di eleggere un successore prima delle elezioni anticipate in calendario ad aprile. «È venuto per me il momento di condurre le mie battaglie da un'altra parte», ha detto Papandreou che aveva già rassegnato le dimissioni come primo ministro nel novembre scorso per consentire la formazione di un governo di coalizione per risolvere la crisi del debito. «Ho preso alcune decisioni difficili. Mi sono costate care politicamente, ma ne valeva la pena», ha aggiunto nel discorso tenuto nella riunione di partito e interrotto spesso dagli applausi. Il ministro delle finanze, Evangelos Venizelos, prenderà verosimilmente il posto di Papandreou in attesa che il partito nomini il nuovo leader il 18 marzo.

 

SLOVACCHIA IERI AL VOTO, LA PREMIER RADICOVA LASCIA POLITICA (11.3.2012) Il Manifesto

Circa 4,5 milioni di elettori ieri alle urne per il rinnovo dei 150 seggi del parlamento unicamerale. Le elezioni anticipate dopo meno di 2 anni di governo della coalizione di 4 partiti di centro-destra della premier Iveta Radicova (che lascerà la politica), sfiduciata a ottobre durante la ratifica del fondo salva-Stati europeo. Favorito (40%) il partito socialdemocratico Smer di Robert Fico. Segue il Movimento dei cristiani democratici (12%). I principali partiti della destra in calo, colpiti dagli scandali di corruzione.

 

Domani si vota in Senegal (25.2.2012) Il Post

Le foto degli ultimi giorni di campagna elettorale: l'atmosfera è tesa per le proteste contro il presidente Wade, l'opposizione chiede il rinvio delle elezioni.

Domani in Senegal si voterà per eleggere il nuovo presidente della repubblica: il principale candidato, largamente favorito, è l’attuale presidente Abdoulaye Wade, 85 anni, del Partito Democratico Senegalese, che è al potere dal 2000. La durata della carica è di sette anni. Nel paese si susseguono da quasi un mese le proteste e gli scontri tra contestatori del presidente Wade e la polizia. Oggi i capi del M23, movimento che raggruppa diversi partiti e organizzazioni che si oppongono a Wade, attraverso un comunicato alla radio pubblica del paese hanno chiesto di rinviare le elezioni previste per domani. L’annuncio è stato fatto in seguito a un incontro tra l’M23 e l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, che sta cercando di fare da mediatore tra i due schieramenti. Ma le speranze che venga accolto sono praticamente nulle.

L’M23 vorrebbe infatti un periodo di transizione di nove mesi durante il quale Wade avrebbe il compito di riformare le istituzioni, formando una nuova corte costituzionale e una commissione elettorale realmente indipendente: le condizioni necessarie, secondo l’opposizione, per un’elezione regolare. Proprio la decisione della corte costituzionale di ammettere per la terza volta la candidatura di Wade alle prossime presidenziali – la legge impone un limite di due mandati consecutivi – è stato l’elemento scatenante degli scontri che nell’ultimo mese hanno causato morti e feriti tra i manifestanti.

 

Il referendum in Siria (26.2.2012) Il Post

Oggi Assad fa votare una nuova costituzione: gli oppositori del regime boicotteranno il voto, mentre nel paese continuano le violenze.

Oggi in Siria si vota per il referendum costituzionale indetto la settimana scorsa dal presidente Bashar al Assad. Secondo le autorità, sono 14,6 milioni i cittadini aventi diritto al voto (su una popolazione di circa 23 milioni di abitanti). Ma ci sono ancora molti dubbi sullo svolgimento di questa consultazione (oltre che sulla sua regolarità), soprattutto per quanto riguarda le circoscrizioni di Homs, Hama e Idlib, dove da mesi oramai alcune zone non sono più controllate dalle forze governative.

Gli oppositori siriani (e anche gli Stati Uniti) hanno detto che il referendum è solo “una presa in giro” e dunque hanno deciso di boicottarlo. Secondo gli attivisti siriani, alla luce della violenza degli ultimi mesi dell’esercito di Assad, la maggioranza della popolazione non andrà a votare. Le violenze continuano quotidianamente e i gruppi di attivisti denunciano la morte di decine di persone ogni giorno: solo ieri sarebbero morte 72 persone in tutto il paese, di cui oltre 20 a Homs.

Il referendum prevede che i cittadini si esprimano sulla bozza di una nuova costituzione (qui è disponibile in testo integrale in inglese).

I partiti politici

La nuova Costituzione elimina un articolo fondamentale di quella vecchia, e cioè quello che definisce il partito Baath di Assad come “il partito guida della società e dello Stato”, ossia l’unica espressione politica e sociale del paese. Se approvata, ci sarà la possibilità, almeno in teoria, di formare nuovi partiti di opposizione (a differenza di quelli attualmente in Parlamento, tutti favorevoli ad Assad). Tuttavia, i nuovi partiti non potranno basarsi “su principi religiosi, etnici, tribali o regionali”. Questo escluderebbe automaticamente il già fuorilegge partito dei Fratelli Musulmani in Siria, oltre a qualsiasi rappresentanza del popolo curdo, per esempio.

Il Presidente

Il Presidente della Siria, anche con la nuova Costituzione, mantiene più o meno tutti i suoi attuali poteri: potrà decidere “la politica generale dello Stato”, dichiarare lo stato di emergenza, scrivere leggi e assumere i poteri del Parlamento quando questo non si riunisce o non viene convocato.

Il candidato presidente dovrà avere 40 anni per essere eletto (Assad ne aveva 35 quando nel 2000 è succeduto a suo padre Hafez), essere musulmano e avere il sostegno di almeno 35 parlamentari. Una delle norme più controverse è l’obbligo per ogni candidato di aver vissuto in Siria nei dieci anni precedenti alla sua candidatura. Questa norma escluderebbe dalla elezioni presidenziali tutti gli esuli e gli oppositori all’estero.

Limite dei mandati

Con la nuova Costituzione la stessa persona potrà essere presidente per due soli mandati da 7 anni. Il secondo mandato di Assad scade nel 2014, ma è già stato deciso che questa nuova norma non si applicherà in maniera retroattiva. Dunque Assad, se in futuro sarà rieletto altre due volte, potrebbe rimanere comunque al potere fino al 2028.

Economia

Abbastanza sorprendentemente, la nuova Costituzione siriana esclude la frase che definisce la Siria “un’economia socialista pianificata” e la dichiara invece basata sullo “sviluppo delle attività pubbliche e private” attraverso misure che favoriranno la “crescita dei salari, della produzione industriale e dell’occupazione”.

Qualora il referendum popolare approvasse la nuova Costituzione, sono previste nuove elezioni legislative “multipartitiche” entro 90 giorni.

 

Le proteste di oggi in Russia (26.2.2012) Il Post

Migliaia di persone hanno partecipato alle proteste contro Putin degli ultimi giorni, a Mosca e a San Pietroburgo: le immagini e il racconto dell'inviato del Post.

“Oggi si festeggia la fine del lungo inverno putiniano!”, si compiace Sergei Udalzov, leader del Fronte di Sinistra. Il movimento che da più di due mesi si batte per delle elezioni pulite è sceso nuovamente in piazza domenica 26 febbraio, ultimo giorno di Masliniza, il carnevale che celebra l’inizio della primavera. In risposta al rifiuto della prefettura di autorizzare una manifestazione, uno dei collettivi nati sull’onda delle proteste di quest’inverno ha mobilitato 40 mila persone che, tenendosi per mano, hanno formato un immenso girotondo lungo il Sadovoe Kalzo, la periferica di 15 km che ruota intorno al centro di Mosca. Senza slogan, cartelloni ma con semplici nastrini bianchi hanno formato un’impressionante cerchio umano che ha simbolicamente accerchiato la città.

Vladimir, 25 anni, giornalista dell’Izviestno: “Erano molti gli scettici alla vigilia, io stesso ho deciso all’ultimo di partecipare alla protesta di oggi. Ad alcuni la storia del girotondo proprio non andava giù, la trovavano una carnevalata. Per altri l’idea era buona, ma impossibile da realizzare: un conto è radunare migliaia di persone in un punto preciso, ma qui si trattava di disporle lungo più di 15 km. E invece è stata un colpo di genio! Non abbiamo avuto bisogno di autorizzazioni, perché formalmente non si tratta di una manifestazione, la gente ha aderito entusiasta e poi la visibilità dell’evento è imparagonabile, qui ci vedono tutti, non siamo più nascosti su un’isoletta della Moscova”. Nato all’indomani delle elezioni parlamentari del 5 dicembre, con una protesta semi-spontanea contro i brogli elettorali, il movimento ha raggiunto un portata considerevole, portando in piazza, a più riprese, decine di migliaia di persone, nelle più grandi manifestazioni d’opposizione degli ultimi quindici anni.

Questi “nuovi decabristi” (come alcuni di loro amano definirsi, riferendosi ai gruppi liberali che sfidarono l’assolutismo dello Zar Nicola I, e di cui fece parte anche Aleksander Pushkin, poeta e eroe nazionale) sono un gruppo politicamente molto eterogeneo. Come dice Sergei, studente di relazioni internazionali all’Università Statale di Mosca: “Certo, l’indignazione per la truffa elettorale e un’avversione viscerale per Putin e la sua cricca sono il collante di base. Ma il comune denominatore è la passione civica che unisce tutte queste persone. Al di là delle loro convinzioni politiche opposte, comunisti, liberali e nazionalisti si danno la mano con la convinzione di avere a fianco innanzitutto altri cittadini. Ad ogni modo, siamo tutti nella stessa situazione, senza alcun candidato in grado di rappresentarci. La gente che manifesta è pronta a votare per qualsiasi candidato al di fuori di Putin. Zhirninovsky, Mironov, Zhuganov, che differenza fa? L’importante è minare l’autorità di Putin. Io voterò per i comunisti”.

Ciò che li unisce, passione civica a parte, è il loro essere in gran parte giovani, istruiti e urbanizzati. Rappresentano quella classe media che in Russia si va sempre più ingrossando e quella nuova generazione di russi che, per sua fortuna, è nata troppo tardi per ricevere un’educazione sovietica e che ha solo un vago ricordo dei dolorosi anni Novanta, quando la parola “demokratia” cominciò presto col far rima con “dermokratia” – merdocrazia. Molti di loro ne fanno una questione generazionale. “Noi viaggiamo all’estero, siamo interconnessi e sognamo di una Russia democratica e pulita, cosa incompatibile con la classe politica attualmente al potere”. È per questo che la prospettiva di altri sei anni di putinismo li preoccupa cosi tanto. Liudmila, pensionata, dice che è stufa di dittatori: “Li ho passati tutti, Stalin, Kruscev, Brezhnev, Putin… tutti! Spero che Putin sia l’ultimo”. Ha fiducia nelle nuove generazioni, che “sono finalmente libere dalle vecchie paure”. Anche Anna, studentessa dell’Alta Scuola d’Economia, la pensa così. “La democrazia in questo paese sarà possibile solo quando morirà l’ultima persona che, per sua sfortuna, ha vissuto sotto l’URSS”.

Mancando di strutture organizzative e mezzi di comunicazione tradizionali il movimento si struttura tramite internet: Facebook e LiveJournal, la piattaforma-blog più in voga in Russia, sono gli spazi pubblici sui quali vengono incessantemente discusse nuove strategie e i programmi. Il sito che coordinava la manifestazione di oggi è stato più volte messo fuori uso, prima di essere trasferito su un server irlandese. Anche il finanziamento degli eventi avviene per lo più tramite raccolte di fondi su internet, dove privati donano piccole somme tramite Yandex Dengy, sito di pagamenti online.

Certo, non mancano comitati e collettivi che si occupano dell’organizzazione tecnica delle manifestazioni: alcuni attivi da diversi anni, come Solidarnost, altri nati sull’onda degli eventi di dicembre, come la Liga degli Elettori, gruppo di intellettuali e giornalisti. I membri di queste associazioni rispecchiano la grande eterogeneità politica del movimento. Tra di loro si trovano letterati, come lo scrittore Akunin e il poeta Bykov, blogger e giornalisti, come Pozner e Navalny, rappresentati della società civile e capofila di partiti d’opposizione extraparlamentare come Yabloko di Yavlinsky e il Partito della Libertà Popolare di Boris Nemzov. Il movimento tuttavia rimane acefalo e in larga misura spontaneista.

“Ad inizio dicembre erano in molti a sognare o a temere di trovarsi all’inizio di un ciclo rivoluzionario capace di scuotere il paese” dice Vladislav, imbianchino sulla trentina con un passato da NazBol, piccolo partito illegale anarco-comunista. “Dopo tutto, gli ingredienti c’erano tutti: malumore diffuso, intellettuali in rivolta, un ciclo elettorale in corso”. Eppure, a quasi tre mesi dall’inizio delle proteste il movimento si è gradualmente stabilizzato: è rimasto circoscritto a Mosca e San Pietroburgo, senza attecchire nei grandi centri urbani di provincia, dove le manifestazioni, spesso vietate dalle autorità locali, hanno riunito poche migliaia di persone. Al di là delle proteste di piazza, non si sono registrati né scioperi, né mobilitazioni studentesche. Il movimento è rimasto “elitario”. Espressione di una classe media urbanizzata e con alti livelli di istruzione, al movimento manca l’appoggio delle classi popolari. “Troppo poco per minacciare un sistema che, per quanto corrotto e autoritario, è rodato da anni”, dice Vladislav.

Putin e Medvedev si sono mantenuti al lungo in un imbarazzato silenzio. Lo smarrimento tuttavia è durato poco. “Finora l’establishment ha giocato la partita in modo impeccabile” – spiega Anna Karetnikova, membro del direttivo di Solidarnost, una delle organizzazioni leader della protesta. “Il movimento è stato alternativamente sbeffeggiato e preso sul serio, riconosciuto come portatore di rivendicazioni legittime e accusato di essere un burattino nelle mani di potenze straniere che vogliono rigettare la Russia nel caos degli anni Novanta”. Pochi giorni fa, mentre Putin tacciava i portavoce del movimento di “essere pronti a tutto pur di soddisfare le loro personali ambizioni politiche” e di essere appoggiati da potenze straniere, il presidente Medvedev incontrava gli stessi per discutere una possibile liberalizzazione del sistema politico. Infine, una serie di massicce manifestazioni di supporto a Putin sono state organizzate in quella che è spesso apparsa come una prova di muscoli da parte del regime, pronto a sfidare le proteste sul loro stesso campo: la piazza. Ciò che a prima vista appare come una strategia contraddittoria, si è rivelato un tira e molla efficace per prendere tempo, scommettendo che, conclusa la tornata elettorale, chi protesta rientrerà nei ranghi.

“A dicembre pretendevamo fondamentalmente due cose: delle elezioni oneste e un inverno degno di questo nome. Possiamo dire che la metà delle nostre rivendicazioni sono state soddisfatte!”, ride di gusto Aleksander Cherkasov, attivista di Memorial, una delle principali associazioni per la difesa dei diritti umani in Russia. “Scherzi a parte” continua Cherkasov “se è forse ancora troppo presto per un bilancio definitivo, il ciclo di proteste ha segnato definitivamente la fine di quel consenso unanime e incondizionato al sistema-Putin degli anni 2000, quando non essere d’accordo significava essere un povero marginale”.

Putin vincerà facilmente le presidenziali della prossima settimana ma il mandato si preannuncia molto movimentato. “Putin lo vedo malissimo”, dice Yuri, imprenditore di 50 anni. “Qui se non si riforma il paese si rischia la rivoluzione. Il problema è che lui non se ne rende conto, non sa dove vive, non capisce che la sua base si erode inesorabilmente. Gli imprenditori lo hanno già mollato, la burocrazia gli si rivolta già contro, presto non rimarranno che i pensionati e le casalinghe rimbambiti dalla propaganda televisiva”. Per lui il problema fondamentale del paese è la corruzione. “Io ho fondato un’industria petrolchimica a Tomsk, in Siberia, so di cosa parlo quando dico che la nostra burocrazia è una classe parassitaria. Mi hanno già estorto centinaia di migliaia di euro, minacciando controlli arbitrari e denuncie”. Poi riprende a fare campagna per Prokhorov, miliardario e candidato liberale alle presidenziali: “Per Prokhorov presidente e Khadarkovsky primo ministro! Europa, capitalismo e democrazia!”

Che cosa succederà dopo le elezioni rimane un mistero. Nessuno sa se il movimento di protesta saprà trasformarsi in una forza capace di fare pressione sulla classe politica russa. Come nessuno sa se la classe politica russa vorrà prestare orecchio a queste aspirazioni. Putin, per formazione, convinzioni politiche e interessi personali, non sembra certo essere la migliore persona per adempiere questo compito. L’unica cosa sicura è che il periodo post elettorale sarà molto movimentato. Denis, 35 anni, programmista e attivista dell’organizzazione “Cittadino Osservatore” è già sul piede di guerra. “Ci saranno nuovamente brogli massicci. Putin vuole vincere al primo turno, non ammetterebbe mai l’umiliazione di un ballottaggio. Ma questa volta siamo pronti, abbiamo un esercito di osservatori. Dopo le scandalose elezioni parlamentari di dicembre abbiamo registrato un boom di nuovi volontari che monitoreranno il processo elettorale e riporteranno ogni minima scorrettezza”. I comitati di protesta, dal canto loro, hanno già chiesto al comune l’autorizzazione per tre manifestazioni che con tutta probabilità si terranno l’8, il 9 e il 10 marzo.

 

Spagna: Prove generali di sciopero (13.3.2012) Il Manifesto

Sindacati pronti a tornare indietro se ci sarà apertura al dialogo, ma il governo tira dritto.

Le piazze di 60 città spagnole sono tornate, domenica, a riempirsi di manifestanti contrari alla riforma del mercato del lavoro voluta dal governo di Mariano Rajoy, del Partido popular (Pp). Chiamate dalle confederazioni sindacali Comisiones Obreras (CcOo) e Unión General de Trabajadores (Ugt), centinaia di migliaia di persone hanno risposto positivamente all'invito a continuare la mobilitazione contro un provvedimento ritenuto «inutile, inefficace e ingiusto»: i cortei più partecipati si sono tenuti a Madrid, Barcellona e Valencia, dove da tempo sono in agitazione i settori della sanità e dell'istruzione.

Nella marcia della capitale, in maniera particolare, è stato visibile il ricordo degli attentati islamisti dell'11 marzo del 2004, che costarono la vita a 191 persone. Nei discorsi di chiusura degli oratori, non sono mancati riferimenti alla memoria delle vittime e l'orgogliosa rivendicazione della vicinanza del movimento sindacale ai loro familiari, contro le accuse di insensibilità per aver scelto quella data, mosse con cinismo dai politici populares. Nella furibonda campagna antisindacale in corso in Spagna, infatti, la destra non si ferma di fronte a nulla e dimentica intenzionalmente che le organizzazioni dei lavoratori hanno offerto spazi e risorse all'associazione che raccoglie la maggioranza dei familiari delle vittime - presieduta, infatti, da una sindacalista che ha perduto il proprio figlio ventenne. Associazione consultata prima di convocare la mobilitazione nel giorno della ricorrenza. Anche questa sgradevole polemica è un segno della tensione politica e sociale che si vive nel Paese iberico. Dalla maggioranza di governo i segnali verso i sindacati continuano a essere di chiusura. Ieri è toccato alla numero due del Pp, Dolores de Cospedal, ribadire in una conferenza stampa che la riforma è fatta nell'interesse dei disoccupati e che CcOo e Ugt «pregiudicano l'attività economica», ponendo «ostacoli sul cammino della ripresa». Le confederazioni continuano a offrire all'esecutivo la propria volontà di aprire un negoziato, dicendosi pronte ad annullare la convocazione dello sciopero generale del prossimo 29 marzo. Ma tutto lascia pensare che non succederà.

Rajoy deve mostrarsi duro in casa propria per riuscire a conquistare il via libera dei soci europei e della Commissione al nuovo obiettivo di contenimento del deficit per il 2012. Madrid vuole poter concedersi il 5,8% di disavanzo in rapporto al Pil, mentre Bruxelles insiste nel mantenere la cifra pattuita in precedenza con Zapatero, ossia il 4,4%. E la strategia del governo comincia a dare i suoi frutti. Alla riunione dell'Ecofin di ieri, il ministro tedesco Wolfgang Schäuble ha elogiato la Spagna «per le riforme strutturali», ed è lecito dedurre che Berlino appoggerà Rajoy nella prova di forza con la Commissione. Garantendogli, quindi, la forza negoziale necessaria a condurre in porto la revisione del deficit.

 

Francia: Il doppio ultimatum di Sarkò gela l'Unione (13.3.2012) Il Manifesto

Sarkozy prende in ostaggio l'Europa, nell'ultimo tentativo di recuperare voti, a 40 giorni dal primo turno delle presidenziali. Con un discorso dai toni nazionalisti, l'uomo che fino all'altro ieri si vantava di aver «salvato l'Europa» con Angela Merkel, al grande meeting di domenica a Villepinte (lontana periferia parigina) ha voluto sedurre la Francia del "no" (nel 2005 la Francia votò "no" al referendum sul Trattato costituzionale).

Senza curarsi della coerenza, Sarkozy ha mostrato i muscoli a Bruxelles e posto ben due ultimatum all'Unione europea: se «entro dodici mesi» non ci sarà «nessun progresso serio» nella riforma (leggi: limitazione) di Schengen, la Francia «sospenderà la sua partecipazione» al trattato di libera circolazione delle persone, a cui aderiscono 27 paesi europei (non tutti i 27 della Ue, perché sono ancora escluse Romania, Bulgaria e Malta, ma con l'adesione di paesi non Ue, come Svizzera e Norvegia). Stessa minaccia sul protezionismo commerciale alle frontiere della Ue: se l'Europa non adotta un testo analogo al Buy American Act, la Francia «applicherà unilateralmente la propria carta» riservando gli appalti pubblici alla piccola e media impresa europea, escludendo i paesi extraeuropei.

Gli ultimatum alla Ue hanno lasciato di sasso Bruxelles. La Germania è nell'imbarazzo. «È fuori questione mettere in discussione Schengen» ha fatto sapere ieri il governo di Angela Merkel. In Francia, i socialisti sottolineano la contraddizione del presidente uscente, che fino alla vigilia di Villepinte aveva deriso François Hollande, giudicato «dilettante» per la sua volontà di ridiscutere, se verrà eletto all'Eliseo, i contenuti del trattato che impone l'austerità di bilancio, firmato da 25 paesi all'ultimo Consiglio europeo, ma non ancora ratificato da nessuno. Invece, Schengen, trattato intergovernativo negoziato a metà degli anni '80, nel '97 è stato inserito nei testi comunitari con il Trattato di Amsterdam. L'anno scorso, c'era stata una crisi tra Italia e Francia a causa dell'afflusso di tunisini dopo la "primavera". La risposta francese era stata la sospensione di Schengen. Poi, Sarkozy si era messo d'accordo con Berlusconi per fare pressione su Bruxelles con lo scopo di modificare le regole di Schengen, di renderle meno "comunitarie" per dare maggiori poteri di decisione agli stati. Queste discussioni sono in corso. Francia e Italia avevano chiesto di poter sospendere la libera circolazione fino a 6 mesi quando uno stato alle frontiere esterne - il bersaglio è anche in questo caso la Grecia - si mostra inadempiente. Per i socialisti, la posizione anti-Schengen di Sarkozy è la dimostrazione di «approssimazioni, panico e incoerenza» nella campagna del presidente uscente, che in un «tentativo disperato» sta cercando di «sostituire al dibattito pro o contro Sarkozy un dibattito pro o contro l'immigrazione».Sarkozy punta a sedurre una parte dell'elettorato del Fronte nazionale, riportando sulla paura dell'immigrazione il dibattito. Cercando di far dimenticare che è stato presidente per cinque anni e prima era ministro degli interni.

L'appello al Buy European ha invece rallegrato la sinistra della sinistra. «Sarkozy ci dà ragione» afferma Jean-Luc Mélenchon del Front de gauche, che si pone come il difensore del fronte del "no" da sinistra, contro l'Europa liberista. I socialisti ricordano che la destra europea si è sempre opposta a una regolazione del "giusto scambio", proposta dalla sinistra. L'improvvisazione di Sarkozy di riservare alle sole imprese europee gli appalti pubblici della Ue è inapplicabile, volerla adottare unilateralmente esporrebbe la Francia non solo alle sanzioni della Wto ma anche alle ritorsioni dei partner commerciali. Mentre, dicono i socialisti, l'esplorazione della strada del "giusto scambio" e della "reciprocità" è possibile. I prossimi sondaggi diranno se il discorso di Villepinte potrà cambiare la tendenza, che resta a favore di François Hollande. L'Ump ha speso 3 milioni di euro per portare a Villepinte circa 45mila persone da tutta la Francia, con l'illusione di replicare il percorso vittorioso del 2007. Ma fuori dal grande capannone di Villepinte, la radicale svolta a destra di Sarkozy non sembra trovare il riscontro sperato.

 

EL SALVADOR, Elezioni: L'arena (destra) in vantaggio sull'Fmln (13.3.2012) Il Manifesto

Oltre 4.5 milioni di elettori erano chiamati alle urne domenica per eleggere gli 84 deputati dell'Assemblea legislativa e rinnovare i 262 consigli municipali. Secondo i conteggi non ancora definitivi Arena (Alleanza repubblicana nazionalista, la destra) guida col 40% sull'Fmln (il Fronte Farabundo Martì di liberazione nazionale, la sinistra) che sarebbe al 37% e che non ha ancora riconosciuto la sconfitta in quanto il risultato sarebbe «praticamente un pareggio». Era un test importante per l'Fmln e il presidente Mauricio Funes (che fruisce di buoni indici di popolarità), il primo governo di sinistra dalla fine della guerra civile due decadi fa. L'Arena batte sulla «sicurezza», l'Fmln sulla «creazione di posti di lavoro» (36% il tasso di disoccupazione). Secondo i risultati preliminari l'Arena avrebbe 33 seggi e 31 l'Fmln con il resto diviso fra u rimanenti 9 partiti. Nella capitale San Salvador, è stato rieletto sindaco Norman Quijano, di Arena.

 

SUD SUDAN: Oltre 200 morti in scontri per furti bestiame (13.3.2012) Il Manifesto

Una mattanza che ha provocato più di 200 morti negli scontri tra tribù rivali per il furto di bestiame al confine fra gli stati di Jonglei e dell'Alto Nilo. Lo rendono noto fonti ufficiali locali, aggiungendo che i raid sono avvenuti tra venerdì e sabato. «I morti sono 223 e i feriti sono 150», ha affermato Kuol Manyang, governatore dello Stato di Jonglei, da dove sono partiti diversi componenti dell'etnia dei Murle per attaccare la comunità dei Nuer alla frontiera con lo Stato dell'Alto Nilo.

 

Siria: Due attentati a Damasco, morti tra civili e forze dell'ordine (17.3.2012) Tmn

La tv di Stato parla di due autobomba.

Hanno fatto vittime, civili e membri delle forze di sicurezza, i due attentati suicidi avvenuti stamattina a Damasco, secondo quanto ha riportato la tv di Stato siriana, che ha parlato di attentati "terroristici". Secondo l'emittente ufficiale, obiettivi del duplice attacco erano la direzione della polizia giudiziaria e un centro dei servizi di intelligence dell'aviazione. Non si consosce ancora il numero delle vittime. Una prima esplosione è avvenuta nel quartiere al-Qasaa, la seconda nel quartiere di Duar al-Jamarik, ha precisato la tv. Dalle prime informazioni, si tratta di due autobomba. L'Osservatorio siriano per i diritti dell'Uomo (Sohr) ha indicato in un comunicato che più membri delle forze di sicurezza sono morti e altri sono rimasti feriti nelle due esplosioni.

 

Assange candidato al senato in Australia (17.3.2012) Ansa

Annuncio del sito su Twitter, puo' farlo anche se ai domiciliari.

Il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, ha deciso di presentarsi alle elezioni per il senato in Australia nel 2013. Lo ha annunciato Wikileaks su Twitter. "Abbiamo scoperto che Julian Assange puo' candidarsi anche se e' agli arresti domiciliari", ha scritto il sito. Assange si trova ai domiciliari in Inghilterra dopo essere stato arrestato nel dicembre 2010 a Londra per una indagine legata ad una presunta aggressione sessuale in Svezia, Paese che ha gia' chiesto la sua estradizione.

 

Usa: La riforma fiscale di Obama (23.2.2012) Journal

Nella riforma fiscale presentata dal Presidente americano Obama c'è molta attenzione alla piccola e media impresa, cioè a quella categoria di elettori che a novembre potrebbe fare la differenza nelle corsa alla rielezione alla Casa Bianca.

Una riforma del fisco per una maggiore parità fra grandi e piccole imprese, con una tassa sulle società che calerà al 28%, a fronte del 25% al quale si attesterà quella sulle industrie manifatturiere. Una stretta sulle multinazionali. E sgravi maggiori e permanenti per la ricerca.

Questi alcuni dei punti chiave della riforma del sistema fiscale presentata ieri dal presidente americano Barack Obama. Ecco le cinque grandi aree di intervento secondo l’inquilino della Casa Bianca:

1 – Eliminare le scorciatoie fiscali ed ampliare la base: l’obiettivo è ridurre le distorsioni, eliminando dozzine di spese e cavilli costosi e reinvestendo i risparmi per ridurre le tasse sulle imprese al 28%, mettendo gli Stati Uniti in linea con i maggiori competitors e favorendo gli investimenti.

2 – Rafforzare il settore manufatturiero e quello dell’innovazione: la riforma prevede una revisione delle deduzioni fiscali per le aziende del manufattutiero e utilizzerà i risparmi ottenuti per ridurre le imposte sulle società del settore al 25%, incoraggiando allo stesso tempo la ricerca e lo sviluppo e la produzione di energia pulita.

3 – Tassa minima sui profitti dall’estero per favorire gli investimenti: il sistema fiscale non deve incentivare lo spostamento della produzione e dei profitti all’estero, ma deve favorire gli investimenti negli Stati Uniti. La riforma prevede una tassa minima sugli utili esteri.

4 – Semplificare e tagliare le tasse per le piccole e medie imprese: la riforma renderà più facile le dichiarazioni dei redditi per le piccole e medie imprese così che possano concentrarsi nel far crescere la loro azienda.

5 – Responsabilità fiscale senza deficit: la riforma è interamente coperta e porterà a una maggiore responsabilità fiscale senza aggiungere un centesimo al deficit.

 

Venezuela, Chavez è rientrato a Caracas dopo il secondo intervento (17.3.2012) Tmn

Il presidente, operato di tumore a Cuba, prima di lasciare l'isola ha scritto su Twitter: torno in patria, grazie a Dio.

Il presidente venezuelano Hugo Chavez è rientrato ieri sera a Caracas, dopo essere stato nuovamente operato di tumore a Cuba, e aver trascorso un periodo di convalescenza di tre settimane nell'isola caraibica. Chavez, 57 anni, è stato accolto da un picchetto militare all'aeroporto internazionale di Caracas. Prima della partenza ha scritto su Twitter: "Buongiorno! Buon mondo! In questo stesso istante decolliamo dall'aeroporto internazionale José Marti (dell'Avana) in direzione sud, in direzione della patria! Grazie a Dio!". Il presidente cubano Raul Castro "è venuto all'aeroporto a dirci arrivederci", ha detto ancora Chavez, il quale ha anche pranzato con Fidel Castro. Il presidente venezuelano era stato già operato lo scorso giugno, sempre a Cuba, per un tumore nella zona pelvica. Il 26 febbraio è stato operato nella stessa zona.

09:43:37 . 30 Mar 2012
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