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All'interno dell'estero

Notizie varie dal mondo


 

Siria: attivisti, 34 morti solo oggi (1.4.2012) Ansa

In violenti scontri tra ribelli, forze governative e disertori.

Almeno 34 persone sono state uccise oggi in Siria, tra cui 15 membri delle forze governative, nel corso dei violenti combattimenti in varie zone del Paese. Lo ha reso noto oggi l'Osservatorio siriano dei diritti umani. Tra gli episodi piu' cruenti quelli avvenuti a Qurriye', nella provincia di Deir Ezzor (est), dove cinque ribelli, quattro soldati - tra cui un ufficiale - e un civile hanno perso la vita, secondo l'ong.

 

Sud Sudan: 'Sudan lancia nuovi attacchi' (1.4.2012) Ansa

Accusa lanciata al vertice Unione Africana in corso in Etiopia.

Il Sud Sudan ha accusato oggi il Sudan di lanciare nuovi attacchi alla frontiera tra i due Paesi. Lo ha detto il principale negoziatore sud-sudanese ai colloqui in corso ad Addis Abeba in Etiopia, sotto l'egida dell'Unione africana (Ua). ''Siamo qui per tentare di fare la pace. Il governo del Sudan porta avanti una guerra contro il Sud Sudan - ha detto Pagan Amum - Khartoum ci bombarda anche ora mentre stiamo parlando''. Amum ha riferito di nuovi attacchi oggi a Manga e Panakuach.

 

Birmania: 'Suu Kyi ha vinto con 99% voti' (1.4.2012) Ansa

Lo riferisce un responsabile del partito della Premio Nobel.

La leader dell'opposizione birmana Aung San Suu Kyi ha ottenuto il 99% dei voti nella sua circoscrizione rurale a Kahwmu. Lo ha detto all'Afp Soe Win, un dirigente della Lega nazionale per la democrazia (Lnd), il partito della Premio Nobel per la pace. Secondo il responsabile, Suu Kyi avrebbe vinto in tutti i seggi di questa circoscrizione a due ore da Rangoon.

 

Sud Sudan: fiction e realtà (27.3.2012) Il Manifesto

Dopo la scena con George Clooney in manette, girata davanti all'ambasciata nord-sudanese a Washington, è andata sul set Hillary Clinton che, con le lacrime agli occhi, ha espresso la profonda preoccupazione degli Stati uniti per la crisi umanitaria e le sue molte vittime nella parte meridionale del Sudan. Scene toccanti della fiction washingtoniana, destinata alla platea mondiale. Ben diversa la vera storia. Per decenni Stati uniti e Israele hanno sostenuto le forze secessioniste del Sud Sudan finché, nel 2005, Nord e Sud hanno firmato un accordo, considerato dall'amministrazione Bush un vero e proprio trionfo in politica estera. Ne ha raccolto i frutti l'amministrazione Obama: il 9 luglio 2011 il Sud Sudan si è autoproclamato indipendente. È così nato un nuovo Stato, con una superficie di oltre 600mila km2 (il doppio dell'Italia) e appena 8-9 milioni di abitanti. Separandosi dal resto del paese, il Sud Sudan è entrato in possesso del 75% delle riserve petrolifere sudanesi. È però il Nord a possedere l'oleodotto, attraverso cui il petrolio del Sud viene trasportato sul Mar Rosso per essere esportato. Da qui il contenzioso tra i due governi sulla spartizione dei proventi petroliferi, acuito dallo scontro per il controllo di zone di frontiera lungo gli oltre 1500 km di confine, condotto anche attraverso gruppi armati locali. In tutto questo, continuano a svolgere un ruolo chiave gli Stati uniti. Il Sud Sudan è sempre più inserito nel programma Imet (International Military Education and Training), gestito dal Comando Africa con fondi del Dipartimento di stato, in cui ogni anno vengono formati 10mila «leader militari e civili» africani, che frequentano corsi in 150 scuole militari statunitensi. Contemporaneamente, con la regia di Washington, si sta mettendo a punto il progetto di un nuovo corridoio energetico che - formato da un oleodotto, un'autostrada e una ferrovia - permetterà di trasportare il petrolio dal Sud Sudan fino al porto kenyano di Lamu. I vantaggi per Washington saranno molteplici. Da un lato, tagliando fuori l'oleodotto nord-sudanese, assesterà un altro duro colpo al paese, già debilitato dalla perdita dei due terzi delle riserve petrolifere, così da far crollare il governo di Khartum. Dall'altro, emarginerà le compagnie cinesi che, insieme ad alcune indiane e malesi, estraggono il petrolio sudanese: la maggior parte potrà così essere controllata da compagnie statunitensi e britanniche. E il Sud Sudan non ha solo petrolio, ma ricchi giacimenti di oro, argento, diamanti, uranio, cromo, tungsteno, quarzo ancora da sfruttare, cui si aggiungono circa 50 milioni di ettari di terra coltivabile, usando l'abbondante acqua del Nilo. Affari d'oro per le multinazionali, i cui interessi sono assicurati dal nuovo governo di Juba, la cui affidabilità è garantita non solo da Washington ma da Tel Aviv. Significativo che il Sud Sudan aprirà la propria ambasciata a Gerusalemme, riconoscendola quindi come capitale, e Israele «formerà» migliaia di rifugiati sud-sudanesi prima di rimpatriarli. Mentre il governo di Juba, tra i suoi primi atti, sceglie l'inglese e non l'arabo come lingua ufficiale e chiede di entrare nel Commonwealth britannico. Alle ex vecchie colonie se ne aggiunge una di tipo neocoloniale.

 

Venezuela: Chavez, $200mila al giorno per le cure (1.4.2012) Ansa

Secondo l'opposizione. Presidente Venezuela a Cuba per terapia.

Superano i 200mila dollari al giorno le spese sostenute dal presidente del Venezuela, Hugo Chavez, per curarsi da un tumore a Cuba. Lo sostiene l'opposizione mentre Chavez ha iniziato una nuova sessione di radioterapia all'Avana. Secondo il deputato dell'opposizione, Carlos Berrizbeitia, lo Stato venezuelano paga tra i 200mila e i 300mila dollari al giorno per assicurare il trattamento. A questo si aggiungono i costi per la delegazione che lo accompagna, formata da oltre 200 persone.

 

Usa 2012: Paul, resto in gara (1.4.2012) Ansa

Senatore Wisconsin Johnson appoggia Romney.

''Non lascio''. Il candidato repubblicano alla Casa Bianca, Ron Paul, non intende lasciare la corsa presidenziale e lo ribadisce in un'intervista alla Cbs. Il 3 aprile si terranno le primarie in Texas e Wisconsin, dove Mitt Romney e' in vantaggio e ha incassato nelle ultime ore anche l'appoggio del senatore del Wisconsin, Ron Johnson. Ai microfoni della Cbs, poco prima di Paul, l'ex speaker della Camera, Newt Gingrich, ha detto che sosterra' il candidato repubblicano, chiunque sia.

 

Gran Bretagna, settimana nera per i Tory di Cameron (1.4.2012) Ansa

Sondaggi stroncano governo, Miliband esulta.

Settimana nera per i Tory e i laburisti festeggiano. Intervistato dall'Observer, il leader del Labour Ed Miliband sostiene che l'ultima settimana - tra lo scandalo delle donazioni, le polemiche sulle tasse e la tempesta sulla benzina - e' stata talmente disastrosa per i conservatori di David Cameron che e' ormai una certezza che saranno battuti dal partito laburista alle prossime elezioni, dopo un unico mandato al governo.

 

Iraq: vicepresidente espatria in Qatar (1.4.2012) Ansa

Governo sciita aveva emesso un ordine di cattura su di lui.

Il vicepresidente iracheno, Tareq al-Hashemi, al centro di una crisi politica che sta esasperando le divisioni tra le tre componenti del paese (sciiti, sunniti e curdi), ha lasciato oggi la regione autonoma curda nel nord del paese ed e' andato in Qatar. Lo ha annunciato il suo ufficio. Hashemi, uno dei politici di punta della minoranza sunnita, e' accusato dal governo di Baghdad, guidato dagli sciiti, di aver formato una sua milizia, un'accusa che lui smentisce.

 

Usa 2012/ Sondaggio: Obama precede Romney di 9 punti in 12 Stati (2.4.2012) Tmn

Presidente guadagna consensi tra le donne under 50.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama sarebbe in vantaggio di nove punti percentuali in dodici tra i principali Stati del paese sul suo probabile sfidante repubblicano Mitt Romney per le elezioni presidenziali di novembre: è quanto emerge da un sondaggio Gallup compiuto per Usa Today. Secondo quanto emerso dall'indagine popolare, Obama sarebbe accreditato del 51% delle preferenze, contro il 42% di Romney. Solo un mese fa, la distanza tra i due era soltanto di due punti percentuali, fa notare Usa Today. Il cambiamento sarebbe dovuto soprattutto alla decisione delle donne under 50 di votare per l'attuale inquilino della Casa Bianca. Gli Stati interessati dal sondaggio sono stati Colorado, Florida, Iowa, Michigan, Nevada, New Hampshire, New Mexico, North Carolina, Ohio, Pennsylvania, Virginia e Wisconsin.

 

Birmania: Suu Kyi, e' vittoria del popolo (2.4.2012) Ansa

Appello del Premio Nobel ai suoi a evitare eccessi.

La leader d'opposizione birmana Aung San Suu Kyi, che ieri ha conquistato il suo primo seggio in parlamento dopo 15 anni di arresti domiciliari, ha salutato oggi in un comunicato la ''vittoria del popolo'' e ha chiesto al suo partito e ai suoi sostenitori di astenersi da qualsiasi esternazione eccessiva. ''Chiedo a tutti i membri dell'Lnd di essere particolarmente attenti, sopratutto al fatto che la vittoria del popolo sia una vittoria degna'', ha dichiarato la premio Nobel per la pace.

 

Nord Corea abbassa requisiti fisici minimi richiesti per l'esercito (2.4.2012) Tmn

Accettati i soldati alti 142 cm. I giovani soffrono di rachitismo per la carestia che devastò il Paese negli anni '90.

La Corea del Nord ha deciso di rivedere i requisiti fisici richiesti ai suoi soldati, riducendo la taglia minima necessaria per l'arruolamento, poiché la generazione attuale soffre di rachitismo a causa della carestia mortale che ha devastato il Paese a metà degli anni '90. Secondo quanto si legge sul Daily NK, l'altezza minima richiesta per i suoi soldati è di 142 centimetri, contro i 145 ritenuti necessari fino a oggi. "Ci sono troppi giovani di statura bassa che non rispondono ai requisiti, così l'esercito ha accettato tutti coloro che sono alti 142 centimetri o più", ha dichiarato una fonte nordcoreana al giornale. Tutti gli uomini nordcoreani di 16 o 17 anni devono obbligatoriamente svolgere il servizio militare per un minimo di 10 anni. Anche alle donne in buona salute è richiesto l'arruolamento, ma per un periodo inferiore. L'esercito nordcoreano conta 1,2 milioni di soldati e rappresenta la quarta forza armata del mondo per numero di effettivi.

 

Bolivia: SALARIO MINIMO, SINDACATI PRONTI A SCENDERE IN PIAZZA (6.4.2012) Misna

I sindacati degli operai boliviani hanno indetto per mercoledì prossimo uno sciopero per protestare contro la proposta del governo di aumentare quest’anno del 15% il salario minimo (da una somma pari a circa 89 euro a 102 euro), ritenuta insufficiente. “Respingiamo la proposta e dichiariamo lo sciopero di 24 ore con manifestazioni di piazza” ha detto in una conferenza stampa il leader della ‘Central Obrera Boliviana’ (Cob, principale sindacato nazionale), Juan Carlos Trujillo. Il dirigente ha anche respinto una richiesta per aprire un negoziato giunta dal ministro delle Finanze, Luis Arce: “Parleremo solo con il presidente (Evo Morales) – ha puntualizzato – lo invitiamo a sedersi a un tavolo e a discutere il piano dei lavoratori”. L’esecutivo, che si è detto pronto anche a un “aggiustamento generale” degli stipendi pari al 7%, ha rilevato che la sua proposta di aumento del salario minimo è in ogni caso superiore all’inflazione che nel 2011 si è attestata sul 6,9% e a più riprese ha chiarito che le casse statali non consentono un incremento superiore.

 

Madagascar: OMICIDI E FURTI IN AUMENTO, AL VIA PIANO PER LA SICUREZZA (6.4.2012) Misna

Un piano nazionale di lotta all’insicurezza e il dispiegamento di altri 1500 uomini ad Antananarivo: è la risposta delle autorità di transizione alla crescente insicurezza che da mesi si manifesta, non soltanto nella capitale, con omicidi, furti e aggressioni a mano armata.

La recrudescenza di violenza interviene in un contesto politico problematico, quello di una transizione istituzionale avviata tre anni fa sotto la guida del presidente Andry Rajoelina. Da marzo 2009, in un paese già molto povero, la situazione socio-economica è notevolmente peggiorata. Nell’africana dell’Oceano Indiano, quotidianamente la popolazione, sia in città che nelle remote zone rurali, denuncia rapine in casa, aggressioni per strada, furto di bestiame e altri reati che le Forze armate, anche per mancanza di fondi e mezzi, non sono finora riuscite ad arginare.

I provvedimenti decisi dal governo e dalle forze dell’ordine sono stati annunciati all’indomani di un omicidio eccellente che ha avuto una grande eco ad Antananarivo. Il 4 aprile, è stato ritrovato morto nella sua abitazione, assieme alla moglie e alla figlia, un noto generale a riposo dal 2010. La vittima è Claude Ramananarivo, 62 anni, ex comandante di gendarmeria dal 2006 al 2008, addetto alla sicurezza del primo ministro e capo nazionale degli ispettori di gendarmeria durante gli anni della presidenza di Marc Ravalomanana. Per il medico legale, in realtà l’uccisione risalirebbe a due settimane fa visto lo stato di decomposizione avanzato dei corpi. Gli investigatori non escludono l’ipotesi del furto poiché mancano diversi oggetti di valore, anche se la pista di un regolamento di conti o di un conflitto d’interessi appare più plausibile.

 

SENEGAL (6.4.2012) Misna – Si è svolta nella “discrezione” e nella “sobrietà” la cerimonia di consegna del potere tra l’ex primo ministro Souleymane Ndéné Diaye e il suo successore Abdoul Mbaye. La stampa senegalese riferisce che al termine del passaggio di consegne Mbaye ha detto che “il nuovo governo porrà fine alle vecchie abitudini”. Il quotidiano locale ‘Enquête’ (‘Inchiesta’) ritorna sul passato giudiziario del cinquantanovenne uomo d’affari, ricordando che a suo carico c’è ancora un procedimento aperto per un contenzioso di mezzo miliardo di franchi Cfa.

 

R. D. CONGO (6.4.2012) Misna – E’ “catastrofica” la situazione umanitaria delle popolazioni sfollate dal 12 gennaio scorso, in fuga dagli scontri tra l’esercito regolare e i miliziani di ‘Raia Mutomboki’ nei pressi di Shabunda, nella provincia del Sud-Kivu. A denunciarlo è l’ultimo rapporto della società civile locale che documenta carenza di cibo, di medicinali e di ripari per gli abitanti scappati dal villaggio di Tshombi. Gli operatori umanitari chiedono il rispetto della tregua e dei corridoi umanitari e la tutela dei diritti umani degli sfollati anche nei territori di Walungu e Kalehe. Da Beni, nella provincia del Nord-Kivu, giungono invece nuove notizie di scontri tra le truppe regolari (Fardc) e i ribelli ugandesi ‘Adf-Nalu’.

 

MADAGASCAR (6.4.2012) Misna – Si acuisce il dibattito sulla legge di amnistia, sottoposta in questi giorni all’esame del parlamento. La corrente politica dell’ex presidente Marc Ravalomanana ha minacciato di ritirarsi dalle istituzioni di transizione se il processo non dovesse essere monitorato da giuristi internazionali. I deputati di opposizione chiedono l’applicazione di alcuni articoli dell’accordo per un’uscita dalla crisi (‘Road Map’) firmato lo scorso settembre per consentire anche a Ravalomanana, finora escluso dall’amnistia, di rientrare in patria. Almeno una tornata elettorale potrebbe tenersi entro fine anno in base a quanto annunciato da Béatrice Attalah, la nuova presidente della Commissione elettorale (Ceni-T), in carica da ieri.

 

Mali: AZAWAD, “NO” DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE ALL’INDIPENDENZA (6.4.2012) Misna

E’ stata respinta e condannata all’unanimità la proclamazione dell’indipendenza dell’Azawad da parte del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla), guidato da Bilal Ag Acherif. L’Azawad, immenso territorio del Sahara, è collocato a nord del fiume Niger e comprende tre regioni amministrative – Kidal, Timbuctù e Gao – con una bassa densità di popolazione.

Fonti locali della MISNA contattate a Bamako riferiscono dell’“incredulità” della popolazione che “non immagina nemmeno lontanamente che il proprio paese venga diviso” e spera che “con ogni mezzo, nazionale, regionale o internazionale la sicurezza possa essere ristabilita” nel Nord. “Condanniamo con fermezza il processo attuato dal’Mnla con le armi, in violazione aperta della sovranità del Mali – entità territoriale indivisibile e internazionalmente riconosciuta – ma anche delle norme internazionali” ha detto alla MISNA Brahima Koné, presidente dell’Unione interafricana dei diritti umani (Uidh). L’avvocato attivista non risparmia però le critiche nei confronti della comunità regionale e internazionale “che non ha mosso un dito per difendere l’integrità del territorio maliano e oltretutto ha imposto sanzioni che nuoceranno ulteriormente alla gente, già in difficoltà”. Per l’Unione Africana (UA), che insiste sul principio fondamentale dell’intangibilità delle frontiere, la “presunta dichiarazione di indipendenza” da parte dell’Mnla è da considerare “nulla e senza alcun valore”. Nel suo intervento, il presidente della Commissione dell’UA, Jean Ping, ha anche ribadito “l’attaccamento indefettibile dell’organizzazione continentale all’unità nazionale e all’integrità territoriale” del Mali. Il diplomatico gabonese ha invitato tutti gli Stati membri dell’UA a dare il proprio sostegno alla Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas) “per adottare misure concrete tese a proteggere il territorio maliano, tra cui il dispiegamento dei suoi militari”. Dalla confinante Algeria è intervenuto il primo ministro Ahmed Ouyahia, ex mediatore nei negoziati con i tuareg, per chi “la situazione è davvero molto preoccupante per questo focolaio di tensione lungo i mille chilometri di frontiere comuni”. D’altra parte Ouyahia ha espresso la sua contrarietà a un intervento straniero, che “porterebbe soltanto ulteriore incertezza” e suggerito di seguire la strada del dialogo per “ristabilire l’integrità territoriale del Mali”. Il primo ministro ha annunciato una riunione da tenersi nei prossimi giorni a Nouakchott, del Comitato di stato maggiore operativo congiunto (Cemoc), ancora attivo tra Algeria, Mali, Niger e Mauritania, per valutare la nuova situazione.

Per l’Unione europea, “nessuna soluzione potrà essere trovata fin quando l’ordine costituzionale non verrà ristabilito”. Bruxelles assicura allo stesso tempo il proprio aiuto umanitario alle popolazioni bisognose. Più ambigua è stata la prima reazione della Francia, ex potenza coloniale in Mali, per cui “la dichiarazione di indipendenza unilaterale del’Mnla non ha alcun senso se non viene riconosciuta dagli altri Stati africani” ha detto Gérad Longuet, il ministro della Difesa di Parigi. Ieri il capo della diplomazia francese, Alain Juppé, ha dichiarato che “nell’ambito di un dialogo nazionale, la rivendicazione del’Mnla potrebbe tradursi in una forma di autonomia accompagnata da un’ambiziosa politica di sviluppo per la regione settentrionale, come quella già attuata nel Sud”. L’ultima posizione appena espressa dal portavoce del ministero degli Esteri, Bernard Valero, respinge l’indipendenza proclamata dalla ribellione tuareg e ribadisce che “la Francia difende l’unità e l’integrità territoriale del Mali”.

 

Sudan: CITTADINANZA, SUD-SUDANESI IN ANSIA PER LE NUOVE NORME (6.4.2012) Misna

Apprensione e incertezza sono i sentimenti dominanti a Khartoum per l’entrata in vigore, lunedì, di norme sulla cittadinanza che trasformeranno in “stranieri” centinaia di migliaia di sud-sudanesi: lo dicono alla MISNA fonti dell’arcidiocesi, sottolineando di sperare fino all’ultimo in una soluzione di compromesso. “Per restare – dice un religioso toccato personalmente dalle nuove misure – circa 700.000 sud-sudanesi potrebbero dover dimostrare di essere residenti o avere un impiego che gli consenta di avere un permesso di soggiorno”. Quello della cittadinanza è uno dei nodi irrisolti lasciati in eredità dalla guerra civile (1983-2005) e dall’indipendenza proclamata dal Sud nel luglio scorso. Nel tentativo di favorire accordi tra il governo di Khartoum e gli ex ribelli al potere a Juba, ieri nella capitale del Sud Sudan è arrivato il mediatore dell’Unione Africana Thabo Mbeki. “Cristiani e musulmani – sottolineano le fonti della MISNA – condividono la speranza che le trattative riprendano e permettano di sciogliere non solo il nodo della cittadinanza ma anche quelli dei confini comuni e della suddivisione dei proventi petroliferi”.

 

Mali: CONFLITTO E SANZIONI, È EMERGENZA UMANITARIA (6.4.2012) Misna

“Lo stato d’animo dei maliani è molto cupo e preoccupato per un futuro sempre più incerto. In molti qui a Bamako non riescono a mettersi in contatto con parenti e amici da tempo residenti al Nord, la cui vita è messa in pericolo dal conflitto. A questo si aggiungono le difficoltà crescenti della vita quotidiana come conseguenza delle sanzioni decise dai paesi dell’Africa occidentale nei confronti della giunta. Nei due scenari sono i civili a pagare il prezzo più alto della crisi. Bisogna agire, e in fretta, per salvare vite umane”: è l’appello rivolto alla MISNA da padre Timothé Diallo, curato della cattedrale di Bamako e responsabile della comunicazione dell’arcidiocesi.

L’unico motivo di speranza è la prospettiva di una sospensione in tempi brevi dell’embargo deciso lunedì dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas) per spingere la giunta militare al potere dal 22 marzo a favorire un ritorno all’ordine costituzionale. Una possibile distensione nella crisi è stata annunciata ieri da Djibril Bassolé, ministro degli Esteri del Burfina Faso, paese mediatore, al termine dei suoi colloqui con il capitano Amadou Sanogo. “La gente - aggiunge padre Diallo - si aspetta che la giunta esca dal silenzio per darci qualche buona notizia. Ne abbiamo tutti bisogno” .

Il deteriorarsi della situazione umanitaria in Mali è stato anche confermato dal Comitato internazionale della Croce Rossa (Icrc), da Caritas Internationalis e da altre organizzazioni. I primi a essere colpiti sono le decine di migliaia di persone scappate dai combattimenti, in corso dal 17 gennaio, e le circa 100.000 fuggite negli ultimi giorni da Kidal, Gao e Timbuctù. Bisognose di aiuti è anche chi si trova ancora nelle tre città e nei villaggi del Nord. “Numerose infrastrutture essenziali per la popolazione, in particolare centri sanitari e ospedali, sono state pesantemente danneggiate. Molti depositi di aiuti alimentari sono stati saccheggiati, soprattutto a Gao. Anche a Timbuctù la gente, già colpita dalla crisi alimentare, non ha più accesso a cibo e cure. Una situazione destinata ad aggravarsi nei prossimi giorni e settimane” riferisce un comunicato del ‘Icrc’, annunciando nuovi interventi umanitari a Gao e Timbuctù. “A complicare ulteriormente l’intervento umanitario – sottolineano fonti del ‘Icrc’ – sono i numerosi elementi che hanno armi in dotazione in tutte le città e nei villaggi della regione: per potere intervenire in modo neutrale e imparziale, è cruciale riuscire a stabilire o ristabilire il dialogo con loro”. Oltre agli sfollati interni, ci sono i rifugiati, stimati in almeno 400 al giorno, il doppio rispetto all’ultimo periodo, che stanno varcando i confini col Burkina Faso e la Mauritania.

“Abbiamo testimonianze dirette e notizie certe che comprovano che i diritti elementari delle persone non vengono rispettati. Bisogna aprire un corridoio umanitario per salvare vite umane” dice alla MISNA Brahima Koné, presidente dell’Unione interafricana dei diritti umani (Uidh), contattato a Bamako. Il difensore dei diritti umani e altre fonti locali della MISNA confermano che a scappare dal Nord sono stati “non solo i cristiani ma anche la popolazione del Sud, Bambara e Malinké, costretti dagli assalitori a andarsene”. La situazione per chi è rimasto è altrettanto rischiosa e difficile: “La gente è abbandonata a sé stessa, senza cibo né medicinali – prosegue Koné –. Edifici e negozi sono stati saccheggiati e gli interventi umanitari sono in parte bloccati. Le donne sono le prime vittime delle violenze dei ribelli e oltretutto si vedono imporre leggi, usi e costumi che non riconoscono come propri”. La situazione più grave è quella di Gao, ma in parte anche quella di Timbuctù. Chi è riuscito a fuggire e si trova ora al sicuro racconta alla MISNA che “tribù arabe e alcune etnie stabilite da decenni nella zona non sembrano disposte ad accettare le regole imposte da Ansar al Din; potrebbero esprimere il proprio dissenso anche con le armi”.

Un altro problema sono le sanzioni economiche e commerciali decise dalla Cedeao, che stanno quasi bloccando l’arrivo di prodotti alimentari e di vario genere – in particolare il carburante – dei quali il Mali è molto dipendente. Una limitazione che comincia a farsi sentire tra le fasce più deboli della popolazione, con tre milioni e mezzo di persone colpite da una grave insicurezza alimentare. La carenza di cibo sta avendo ripercussioni sui prezzi, in aumento, mentre la gente ha difficoltà a prelevare denaro contante dalle banche per via del rallentamento delle attività commerciali e dell’embargo che blocca le attività della Banca centrale.

 

Malawi, I VESCOVI: ORA UNA TRANSIZIONE CHE AFFRONTI I PROBLEMI (6.4.2012) Misna

Serve una transizione che consenta di affrontare subito i problemi economici e sociali del Malawi: lo dice alla MISNA monsignor Mukasa Zuza, presidente della Conferenza episcopale, sottolineando l’incertezza per l’assenza di una conferma ufficiale della morte del capo dello Stato Bingu wa Mutharika. “Il paese – sottolinea monsignor Zuza – ha problemi economici e sociali che negli ultimi tempi si sono aggravati: è fondamentale una transizione pacifica e rispettosa delle norme, che permetta al governo di mettersi subito al lavoro”.

In caso di “incapacità” del capo dello Stato a esercitare le sue funzioni, l’articolo 8 della Costituzione prevede un trasferimento del potere al vice-presidente, in questo caso Joyce Banda, ex ministro degli Esteri entrata negli ultimi anni in rotta di collisione con Mutharika. Monsignor Zuza non dà giudizi su questi contrasti e sulle loro possibili conseguenze politiche. Sottolinea piuttosto l’incertezza nella quale da ieri sera vivono milioni di abitanti del Malawi. “I mezzi di informazione internazionali danno per certa la morte del presidente – dice monsignor Zuza – ma la tesi ufficiale resta che, dopo il ricovero d’urgenza a Lilongwe, Mutharika è stato trasferito in una clinica in Sudafrica”. Le incongruenze sono forti anche leggendo i resoconti della stampa locale. Se il “Nyasa Times” riferisce di messaggi di condoglianze già inviati dai governi di Kenya e Botswana, “The Nation” si limita a chiedere: “Se il presidente sta male, chi ha il potere?”.

 

Le elezioni amministrative in India (6.3.2012) Il Post

Si è votato per rinnovare gli importanti parlamenti regionali e si profila una sconfitta per il Congresso Nazionale Indiano del premier Singh e di Sonia Gandhi.

Oggi in India verranno resi noti i risultati delle elezioni amministrative. In gioco ci sono migliaia di seggi dei parlamenti regionali (detti “Vidhan Sabha”, la Camera Bassa, che in alcuni stati è l’unico parlamento regionale) di cinque singoli stati: Goa, Manipur, Punjab, Uttar Pradesh e Uttarakhand. Dai primi risultati è evidente la sconfitta del partito al governo del premier Mamohan Singh, Congresso Nazionale Indiano (INC, centrosinistra), del quale è presidente Sonia Gandhi. Il voto è visto come un test molto importante in vista delle elezioni legislative nazionali previste nel 2014: il partito di Gandhi e Singh è visto in grande difficoltà, soprattutto per l’inflazione crescente e i continui scandali di corruzione e malgoverno che recentemente hanno provocato un grande sciopero generale.

In tutti gli stati l’affluenza è stata sensibilmente più alta rispetto alle ultime elezioni che si erano tenute nel 2007 (ha oscillato tra 60 e 80 per cento). In Uttar Pradesh, lo stato più importante politicamente anche perché il più popoloso (oltre 200 milioni di abitanti) dove Rahul Gandhi (figlio di Sonia) ha fatto molta campagna elettorale, il Congresso Nazionale Indiano non governa da 22 anni. Ma in queste elezioni amministrative, a spoglio ancora in corso, sarebbe arrivato quarto con soli 38 seggi guadagnati sinora (su un totale di 403) dietro il Samajwadi Party (socialista, che rappresenta la casta degli “Other Backward Class”, con 181 seggi), il Bahujan Samaj Party (di centro ma tendente a sinistra, che sinora ha governato lo stato e che rappresenta i “paria”, i “fuori casta”, con 87 seggi) e il Bharatiya Janata Party (nazionalisti indù, che a livello nazionale è il più grande dopo l’INC, con 52 seggi). L’INC ha perso anche in Punjab, dove ha ottenuto 52 seggi contro i 61 del Bhartiya Janata Party, mentre avrebbe vinto di poco in Uttarakhand. A Goa e Manipur si stanno ancora contando i voti.

Tutti i risultati completi delle elezioni amministrative in India saranno annunciati oggi dopo un processo elettorale piuttosto tortuoso. In Uttar Pradesh, per esempio, si è votato, nelle varie circoscrizioni, dall’8 febbraio scorso sino al 3 marzo. A Goa si è votato il 3 marzo, ma in altri stati come Manipur, Punjab e Uttarakhand si è votato addirittura tra il 28 e il 30 gennaio. Si elegge dunque la Camera Bassa dei parlamenti regionali, che nel sistema federale indiano si differenziano dai due rami del Parlamento nazionale, il “Rajya Sabha” e il “Lok Sabha”. I parlamenti regionali indiani possono decidere su molte questioni politiche ed economiche (ma sempre nei limiti posti dallo Stato centrale), sono l’organo legislativo più importante a livello regionale e il loro mandato dura 5 anni.

Il prossimo 17 marzo si voterà anche in Kerala, lo stato dove sono attualmente detenuti i due militari italiani Massimiliano Latorre e Salvatore Girone accusati di aver ucciso due pescatori indiani. In questo caso, però, sono previste solo elezioni suppletive per un seggio del Parlamento locale, rimasto vacante dopo la morte di un deputato. Si tratta di una consultazione piuttosto importante perché il partito del governatore del Kerala Oommen Chandy ha una maggioranza molto risicata.

 

Usa: Guida completa al Super Tuesday (6.3.2012) Il Post

Oggi è il giorno più importante delle primarie repubblicane negli Stati Uniti: le cose da sapere, stato per stato, delegato per delegato.

Trovandosi a spiegare la politica statunitense ai lettori di un quotidiano britannico come l’Independent, quattro anni fa l’attore americano Richard Schiff decise di prenderla piuttosto larga. “Tutto è grande, in America. Ci piace questo genere di parole. Facciamo grandi film, abbiamo grandi aziende. In Montana chiamiamo il cielo The big sky. Il nostro esercito è il più grande in circolazione, il nostro più grande deserto lo abbiamo chiamato Valle della Morte, il nostro canyon più grande è il Grand Canyon, così come il colpo migliore nel baseball è il Grand Slam, e d’altra parte le nostre pianure sono le Grandi pianure. Il nostro supereroe è Superman, il nostro più importante evento sportivo è il Super Bowl. E quindi il giorno più importante delle nostre elezioni primarie si chiama Super Tuesday”.

Schiff scriveva queste cose nel 2008, e quello fu un Super Tuesday molto super: quel giorno si disputarono 24 primarie democratiche e 21 repubblicane, da una parte si sfidavano Obama e Clinton, dall’altra McCain, Romney e Huckabee. Quest’anno le cose hanno dimensioni più ridotte, per quanto parliamo sempre del giorno più importante delle primarie: Obama competerà – si fa per dire – soltanto in uno stato, mentre i repubblicani si contenderanno 416 delegati in 10 stati diversi (poi ci sono i superdelegati, i dirigenti del partito con diritto di voto quasi sempre autonomo, ma quello è un discorso a parte). I candidati rimasti in gioco sono quattro: Mitt Romney, ex governatore del Massachusetts; Rick Santorum, ex senatore della Pennsylvania; Newt Gingrich, ex deputato ed ex speaker della Camera; Ron Paul, deputato di lunghissima data in Texas.

Perché il Super Tuesday è importante

Banalmente perché assegna in un giorno solo una gran quantità di delegati, cioè le persone che durante le convention estive sceglieranno formalmente il candidato alla presidenza del loro partito. Ma il discorso è più ampio. A questo punto della competizione, infatti, i candidati hanno già battuto molti stati, hanno speso molti soldi, hanno già costruito la loro macchina organizzativa. E questa macchina organizzativa è chiamata a dare il massimo per il Super Tuesday. Si vota in dieci stati contemporaneamente e il candidato non può essere dappertutto: questo vuol dire innanzitutto saper trovare e adottare la giusta strategia, e avere abbastanza risorse per spostarsi in più luoghi possibile e saltare continuamente da una parte all’altra del paese. Dove il candidato non riesce ad andare, le campagne mandano uno dei cosiddetti surrogates: i politici celebri che lo sostengono. Romney ha una squadra di tutto rispetto, da John McCain a Tim Pawlenty a Nikki Haley e Chris Christie. Gli altri non ne hanno di altrettanto popolari e famosi. Negli stati che i candidati riescono a battere meno personalmente, acquisiscono più peso gli spot (e servono soldi per farli girare), il lavoro dei volontari (e servono macchine organizzative efficienti per sfruttarli al meglio) e l’atteggiamento della stampa (e serve sapienza e bravura per dettare l’agenda). E poi, naturalmente, serve avere delle buone proposte e sapere su quali puntare: dove puntare sull’economia e dove sui valori tradizionali, dove attaccare i propri avversari e su cosa. Il Super Tuesday, insomma, è la prova di forza finale per un candidato alle primarie: superarlo con successo non sempre assicura la vittoria – spesso sì – ma un risultato deludente assicura sempre la sconfitta.

A che punto siamo finora

I candidati repubblicani finora si sono misurati in 12 stati. Mitt Romney ha vinto in New Hampshire, Florida, Nevada, Maine, Arizona, Michigan, Wyoming e Washington, ottenendo a oggi 136 delegati certi (178 stimati aggiungendo quelli non vincolati). Rick Santorum ha vinto in Iowa, Colorado, Minnesota e Missouri, ottenendo 19 delegati certi (75 stimati). Newt Gingrich ha vinto solo in South Carolina, ottenendo fin qui 32 delegati (49 stimati). Ron Paul non ha vinto da nessuna parte e oggi ha 9 delegati (51 stimati). Il conteggio dei delegati non è semplicissimo: in alcuni stati si assegnano in modo proporzionale e in altri in modo maggioritario, alcuni sono vincolati a sostenere un candidato e altri no. Per ottenere la nomination servono 1144 delegati. Due cose sono evidenti, quindi: Romney è in grande vantaggio su tutti gli altri candidati, e non gli basterà vincere ovunque oggi per avere la certezza della nomination. Una sua significativa affermazione potrebbe dargli però un grande vantaggio politico, schiacciando la gara su di sé e rendendo inoffensivi i suoi avversari, già più deboli di lui sul fronte logistico ed economico.

Dove si vota, stato per stato

Georgia – 76 delegati

Non è solo lo stato che assegna più delegati tra quelli in gioco oggi: è soprattutto lo stato di casa di Newt Gingrich e quindi la sua ultima speranza. Spera di vincere e se possibile di stravincere: lui stesso ha detto che se questo non accadrà la campagna elettorale per lui è praticamente finita. Siamo a sud: oltre che da Romney, Gingrich dovrà difendersi anche da Santorum, il cui messaggio populista e religioso qui funziona bene. L’ultimo sondaggio CNN lo vede in vantaggio col 47 per cento, seguito da Romney col 24, Santorum col 15 e Paul col 9. I delegati si assegnano in modo cervellotico, qui come altrove: 31 si distribuiscono proporzionalmente tra i candidati che superano il 20 per cento, gli altri si distribuiscono collegio per collegio, dandone tre a chi ottiene la maggioranza assoluta (e dividendoli 2-1 ai primi due se nessuno ottiene la maggioranza assoluta).

Ohio – 63 delegati

Stato fondamentale, non solo per i molti delegati che mette in gioco ma anche perché è storicamente un cosiddetto “stato viola”: uno di quelli in bilico tra i democratici e i repubblicani, cruciale alle elezioni di novembre. L’Ohio è anche uno degli stati dove la situazione è più equilibrata: tutti gli ultimi sondaggi vedono Romney e Santorum praticamente pari. 48 delegati vengono distribuiti a chi prende più voti collegio per collegio, altri 15 vanno a chi ottiene una maggioranza assoluta a livello statale oppure distribuiti proporzionalmente tra i candidati che ottengono più del 20 per cento dei voti. Occhio: in tre collegi Santorum non è riuscito a presentare la documentazione necessaria a fare arrivare il suo nome sulla scheda.

Tennessee – 55 delegati

Anche questo è uno stato repubblicano e caratterizzato da un gran numero di credenti. Santorum è in leggero vantaggio nei sondaggi ma Romney ha avuto il sostegno del governatore, molto popolare. E anche Gingrich è messo bene. Questo è il posto in cui Santorum è costretto a vincere: se non riesce a farlo qui non riuscirà a farlo altrove. 27 delegati si distribuiscono collegio per collegio, tre per volta: chi ottiene due terzi dei voti li prende tutti, se no si dividono 2-1 tra i primi due. Altri 28 delegati vanno a chi ottiene i due terzi dei voti in tutto lo stato oppure divisi proporzionalmente tra i candidati che ottengono più del 20 per cento dei voti.

Virginia – 46 delegati

Qui c’è una situazione particolare: Santorum e Gingrich non sono riusciti a presentare in tempo le carte per la candidatura – segnale di debolezza – e quindi sulle schede appariranno solo i nomi di Romney e Paul. Il primo ha appena ricevuto il sostegno di Eric Cantor, influente deputato repubblicano di casa in Virginia, il numero due dello speaker Boehner. La Virginia conta molto perché è uno degli stati strappati da Obama ai repubblicani: lo ha vinto nel 2008 e prima di allora l’ultimo democratico a vincerlo era stato Lyndon Johnson nel 1964. Romney dovrebbe stravincere. 33 delegati vanno a chi prende più voti collegio per collegio. Gli altri vanno a chi ottiene una maggioranza assoluta a livello statale, oppure divisi proporzionalmente.

Oklahoma – 40 delegati

Qui la battaglia è tutta a destra – l’Oklahoma è uno degli stati americani più conservatori – e Santorum sembra nettamente quello messo meglio. 15 delegati si distribuiscono proporzionalmente collegio per collegio, altri 25 a chi ottiene una maggioranza assoluta nello stato oppure distribuiti proporzionalmente tra chi ottiene almeno il 15 per cento dei voti. L’Oklahoma è l’unico stato di oggi in cui si vota anche per le primarie democratiche (roba simbolica, Obama non ha sfidanti degni di nota).

Massachusetts – 38 delegati

È lo stato di cui Mitt Romney è stato governatore e quindi è chiamato a stravincere, anche perché gli altri candidati appaiono davvero troppo indigesti per l’elettorato repubblicano storicamente moderato (di uno degli stati più democratici d’America). I delegati si distribuiscono proporzionalmente tra i candidati che ottengono almeno il 15 per cento dei voti.

Idaho – 32 delegati

Qui sono caucus, non primarie, e questo vuol dire che Ron Paul è chiamato a fare bene: ha puntato tutto sui caucus fin dall’inizio, giustificando così i suoi brutti risultati nelle primarie. Romney però ha un vantaggio notevole: un quarto degli abitanti dell’Idaho sono mormoni come lui. Altra incognita: è la prima volte nella storia che i repubblicani in Idaho fanno caucus e non primarie, quindi non si possono fare previsioni su partecipazione e comportamenti degli elettori. Risultato aperto. I delegati vengono prima distribuiti ai vincitori dei caucus contea per contea – che cos’è un caucus? – e poi, se uno di questi ottiene così la metà più uno dei delegati, li prende automaticamente tutti e 32, se no si distribuiscono proporzionalmente.

North Dakota – 25 delegati

Ecco, il contrario del Massachusetts: uno degli stati più solidamente repubblicani del paese. E sono caucus anche qui, quindi Ron Paul deve fare bene. I delegati si assegneranno in modo proporzionale, senza troppi fronzoli aritmetici.

Alaska – 24 delegati

Lo stato di Sarah Palin, che doveva essere la protagonista di queste primarie e invece sapete come è andata a finire. Qui il messaggio anti-Stato di Ron Paul dovrebbe ottenere il massimo, e infatti Paul è stato l’unico dei quattro candidati a visitare fisicamente lo stato (inoltre parliamo anche qui di caucus, quindi è doppiamente chiamato a far bene). Sarah Palin finora non si è mai davvero sbilanciata ma più volte ha dato dichiarazioni di qualche sostegno a Newt Gingrich. Le regole però sono piuttosto tortuose: si fanno i caucus e si fa anche un “sondaggio” delle preferenze dei partecipanti ai caucus, e i delegati si assegnano secondo i risultati del sondaggio.

Vermont – 17 delegati

Come gran parte degli stati nordorientali è solidamente democratico e quindi Romney non dovrebbe avere grandi difficoltà (Santorum però non è completamente fuori gioco). 14 delegati vanno a chi ottiene la maggioranza assoluta dei voti: se nessuno ci riesce, si distribuiscono proporzionalmente tra chi supera il 20 per cento. Gli altri tre sono superdelegati e vanno al vincitore finale.

Come seguirlo

I primi risultati ad arrivare saranno quelli degli stati orientali, quando in Italia sarà l’una di notte. Da lì in poi arriveranno in successione intention poll, exit poll, proiezioni e poi i risultati dello spoglio, mentre i candidati uno alla volta prenderanno la parola per commentare i risultati. Si andrà avanti almeno fino alle cinque, probabilmente: in North Dakota i seggi chiuderanno quando in Italia saranno le quattro del mattino. CNN e Fox News seguiranno i risultati tutta la notte: si possono seguire in tv se avete una parabola o in streaming su Internet. I risultati aggiornati in tempo reale si troveranno su vari siti di news americani, i più chiari e aggiornati sono quelli del New York Times e di Talking Points Memo. Diversi giornalisti italiani seguiranno in diretta su Twitter lo spoglio del Super Tuesday, oltre a chi scrive questo articolo: tra questi probabilmente Andrea Marinelli, Mario Platero, Christian Rocca, Alessandro Tapparini, Andrea Mancia. Tra gli americani, consigliati Ben Smith, Nate Silver, Ryan Lizza e Mike Allen.

 

Germania e Bielorussia litigano (6.3.2012) Il Post

«Meglio dittatore che gay», ha detto il presidente bielorusso al ministro degli esteri tedesco, riaprendo una crisi diplomatica e politica.

Domenica il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha dichiarato, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa BelTA, che secondo lui è «meglio essere dittatori che gay». La frase faceva riferimento al ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle, che è gay e qualche giorno prima aveva definito la Bielorussia «l’ultima dittatura d’Europa» (definizione molto usata e sensata, vista la situazione del paese). Westerwelle ha risposto a sua volta dicendo che questi commenti «dimostrano che tipo di persona è Lukashenko».

I pessimi rapporti tra Lukashenko e Westerwelle fanno parte però di uno scontro diplomatico molto più ampio tra Europa e Bielorussia. Dopo le contestate elezioni del dicembre 2010, vinte ufficialmente da Lukashenko tra accuse di brogli, e la repressione del governo bielorusso contro l’opposizione, i già precari rapporti tra Bielorussia e Unione Europea si sono deteriorati sempre di più. La settimana scorsa l’UE ha imposto nuove sanzioni contro la Bielorussia per non aver rispettato i diritti umani, congelando i beni e vietando l’ingresso nell’UE a 21 autorità giudiziarie e di polizia del paese. La Bielorussia allora ha richiamato i suoi ambasciatori da Bruxelles e dalla Polonia (il Parlamento polacco pochi giorni prima aveva chiesto ufficialmente all’Unione di esprimere solidarietà agli attivisti bielorussi) e lo stesso ha fatto l’UE con i suoi ambasciatori in Bielorussia.

Come sottolinea lo Spiegel, Lukashenko ha paura che l’Unione Europea possa imporre anche sanzioni economiche alla Bielorussia, che colpirebbero severamente la sua industria petrolifera: la Bielorussia, per esempio, è uno dei maggiori esportatori di petrolio proprio per Germania e Polonia. Secondo lo Spiegel, in caso di sanzioni economiche la fragile economia della Bielorussia, sostenuta sinora da una forte svalutazione della moneta, potrebbe subire pesanti ripercussioni dopo appena tre mesi. La settimana scorsa però due paesi dell’UE, Slovenia e Lettonia, si sono opposti a sanzioni volte a interrompere del tutto gli scambi commerciali con la Bielorussia.

Non è la prima volta che Lukashenko dice cose omofobe. L’anno scorso, riferendosi alla repressione successiva alle elezioni del 2010 e alle critiche dall’estero, aveva già detto: «Hanno cominciato a rimproverarmi per aver condannato i gay. Beh, a me i gay non piacciono e io gli ho detto ‘A me non piacciono i gay’». Su Westerwelle, invece, Lukashenko aveva dichiarato: «Gliel’ho detto sinceramente, guardandolo negli occhi: ‘Dovresti condurre una vita normale’».

 

Medio Oriente: I drusi delle alture del Golan (6.3.2012) Il Post

La storia degli abitanti di un territorio di grande importanza strategica ed economica, conteso tra Israele e Siria, e della loro dottrina religiosa.

Majdal al-Shams è una cittadina arroccata a 1130 metri di quota sulle alture del Golan, nell’estremo nord di Israele, a ridosso del confine con la Siria e con il Libano. Gli abitanti di Majdal al-Shams – circa 10mila persone – sono tutti drusi, una minoranza religiosa che accoglie nella proprio dottrina elementi di islamismo, giudaismo, induismo e cristianesimo e che vive prevalentemente di pastorizia e agricoltura.

Prima della Guerra dei sei giorni – il conflitto scoppiato nel 1967 tra Israele e Siria, Egitto e Libano – i drusi di Majdal al-Shams erano cittadini siriani. Dopo il conflitto le popolazioni dell’Alta Galilea e del Golan passarono sotto il controllo di Israele. La Siria continua a considerare i drusi di Majdal al-Shams come suoi cittadini, mentre Israele concede la cittadinanza a tutti i drusi che abitano le alture del Golan (gli altri insediamenti sono Buq’ata, Mas’ade e Ein Qiniyye) e non li riconosce come cittadini siriani. Soltanto il 10 per cento dei drusi ha accettato di beneficiare della cittadinanza israeliana. Israele rilascia comunque loro un lasciapassare per viaggiare all’estero, in cui vengono definiti genericamente come «abitanti delle alture del Golan». Dato che i drusi di Majdal al-Shams e degli altri villaggi risiedono stabilmente sul suolo israeliano hanno anche diritto all’assistenza sanitaria statale, a vivere e muoversi liberamente sul territorio nazionale e lavorare senza problemi all’interno dei confini israeliani.

Oltre che di agricoltura e allevamento, la maggior parte degli abitanti di Majdal al-Shams si guadagna da vivere grazie al turismo. Questo villaggio di confine è infatti l’ultimo insediamento umano abitato prima di arrivare al Mount Hermon Ski Resort, l’unico comprensorio sciistico di Israele. Anche se l’azienda che gestisce gli impianti è di proprietà israeliana, la maggior parte delle persone che lavorano nella stazione sciistica è di origine drusa, come quasi tutti i maestri di sci del Monte Hermon, gli addetti alla sicurezza sulle piste, gli impiantisti, i camerieri dei bar, dei ristoranti e gli impiegati alle casse.

La stazione ha aperto nel 1971 e da allora ha rappresentato una fonte di introiti importanti per queste popolazioni di montagna. A Majdal al-Shams, negli anni, sono stati aperti alberghi, noleggi di attrezzatura sportiva, negozi e altre attività commerciali. Nel villaggio di Newe Ativ, a 12 chilometri dagli impianti, ci sono resort con spa, pub e pensioni. Anche d’estate molti turisti salgono al Monte Hermon per fare passeggiate o, semplicemente, passare qualche ora in alta quota. Nonostante i posti di lavoro offerti dalle piste o dalle infrastrutture turistiche, però, parecchi drusi continuano a vivere grazie alla vendita dei propri prodotti. Sulla strada che sale agli impianti molti venditori ambulanti aprono ogni giorno il proprio chiosco e sopravvivono vendendo olive, spezie, mele e Pite Druzit, una variante di pita condita con un mix di spezie e formaggio allo yogurt. Produzioni rigorosamente a “chilometro zero”.

Nonostante il limbo politico internazionale in cui continuano a vivere, i drusi continuano a mantenere buoni rapporti sia con Israele sia con la Siria, dove, molti di loro, hanno mantenuto, negli anni, rapporti di parentela e amicizia.

 

Francia: Sarkozy contro l’immigrazione (7.3.2012) Il Post

Il presidente francese ha promesso ieri sera in tv di dimezzare gli ingressi di stranieri, perché altrimenti il paese rischierebbe "la paralisi".

Ieri sera il presidente francese Nicolas Sarkozy ha parlato al programma “Des Paroles Des Actes” della tv France 2, dove ha avuto un lungo dibattito con l’ex premier socialista Laurent Fabius. Sarkozy ha detto innanzitutto che “ci sono troppi immigrati in Francia” e ha promesso, qualora dovesse essere rieletto alle elezioni presidenziali del prossimo 22 aprile, di dimezzare nei prossimi 5 anni il numero annuale di ingressi di stranieri, “dai 180mila di oggi a 100mila”. Secondo Sarkozy il sistema di integrazione francese rischierebbe altrimenti la “paralisi” perché “non riusciremo più a offrire loro un alloggio, un lavoro o l’istruzione”. Sarkozy, inoltre, ha promesso regole più dure per ottenere la residenza e la cittadinanza francesi, soprattutto per quanto riguarda i test di conoscenza della lingua, della storia e dei valori della Repubblica francese.

La mossa di Sarkozy, secondo molti osservatori, è chiara: rubare voti a destra e dunque alla candidata del partito di estrema destra Fronte Nazionale, Marine Le Pen. Contemporaneamente, però, Sarkozy ha provato a controbattere alle proposte del candidato socialista François Hollande (che recentemente ha proposto una tassazione del 75 per cento sui redditi annuali superiori a un milione di euro) annunciando un’imposta sui benefici minimi per le grandi società quotate in Francia. Sarkozy (che tra le altre cose si è augurato la rielezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti) ha smentito di essere un “amico dei ricchi”.

Le dichiarazioni di Sarkozy sull’immigrazione arrivano a pochi giorni da una polemica sulla carne “halal”, cioè macellata secondo il rituale dei credenti musulmani. Tutto era nato da una frase di Marine Le Pen, che aveva accusato il governo Sarkozy di mascherare ai cittadini il fatto che tutta la carne nell’Ile-de-France (la regione amministrativa della capitale Parigi) fosse “halal”. Ieri il primo ministro francese François Fillon ha dichiarato che i metodi di macellazione usati da ebrei e musulmani (kosher ed halal) sono “tradizioni ancestrali che non contano più di tanto”, provocando ulteriori polemiche e la reazioni stizzite delle comunità religiose.

Secondo l’ultimo sondaggio pubblicato ieri da Le Monde, Sarkozy sarebbe ancora distante 4 punti da Hollande nelle intenzioni di voto dei francesi (29 contro 25 per cento, entrambi in calo di consensi rispetto alle rilevazioni delle scorse settimane). Un altro sondaggio di ieri vede Hollande ancora favorito al ballottaggio quasi certo con Sarkozy, con circa il 54 per cento delle intenzioni di voto.

 

Usa: È Romney contro Santorum (7.3.2012) Il Post

Il candidato favorito delle primarie repubblicane ha portato a casa sei stati, tra cui l'Ohio di un soffio, ma Santorum sfonda a destra e resta in corsa.

Romney ha vinto le primarie repubblicane di ieri in sei stati, Santorum in tre, Gingrich in uno. La sintesi dei risultati del Super Tuesday è questa, ma bisogna andare a vedere cosa è successo stato per stato per capire chi è messo bene e chi no. Romney ha vinto in Massachusetts, dove è stato governatore; in Virginia, dove l’unico altro nome sulla scheda oltre al suo era quello di Ron Paul; in Vermont, luogo indigesto ai candidati più destrorsi; in Idaho, dove un quarto degli elettori è mormone come lui. Fin qui, insomma, ha fatto il suo dovere: qualsiasi risultato diverso da questo sarebbe stato un segnale di grande debolezza.

Romney poi ha vinto anche in Ohio, probabilmente il più importante tra gli stati che votavano ieri, ma lo ha fatto di un soffio: ha ottenuto 453.430 voti contro i 441.501 di Rick Santorum, distanziato di un solo punto percentuale. I delegati si assegnano collegio per collegio e su quel fronte la vittoria di Romney è netta, ma dal punto di vista dei voti totali la situazione è stata equilibratissima fino alle sei del mattino (ora italiana) e probabilmente servirà un riconteggio per stabilire definitivamente chi ha vinto tra Romney e Santorum (l’ultima volta che andò così, in Iowa, alla fine la vittoria fu assegnata a Santorum: qui i voti di scarto però sono molti di più). Romney ha vinto anche in Alaska, l’ultimo stato a chiudere i seggi e quindi a ultimare lo spoglio, dove invece un simile risultato non era scontato.

L’altro verdetto della serata è che Santorum ha dilagato a destra, imponendosi una volta per tutte come l’alternativa conservatrice a Romney. Santorum ha vinto in tre fra i più conservatori stati americani e lo ha fatto senza grandi fatiche, respingendo bene sia Gingrich che Paul: ha ottenuto il 40 per cento dei voti in North Dakota, il 34 per cento in Oklahoma e il 37 per cento in Tennessee, ottenendo vittorie molto nette. Per questo motivo dal Super Tuesday esce ridimensionato Newt Gingrich, già in grande difficoltà, nonostante la vittoria nel suo stato di casa, la Georgia. Per non parlare di Ron Paul, che non è riuscito a ottenere alcun risultato significativo.

Dopo il Super Tuesday Romney si ritrova 332 delegati, circa un terzo di quelli che gli servono per ottenere la nomination. Lo seguono Santorum con 139, Gingrich con 73 e Paul con 35. Le primarie proseguono: il 10 marzo si vota in Kansas, il 13 marzo in Alabama, alle Hawaii e in Mississippi.

 

Le proteste in Sudafrica contro i pedaggi (7.3.2012) Il Post

Le foto delle affollate manifestazioni contro il governo, che vuole far pagare l'uso delle nuove autostrade costruite per i Mondiali di calcio 2010.

In Sudafrica è in corso una grande manifestazione contro il governo a causa dell’imminente introduzione di pedaggi sui nuovi tratti autostradali che collegano Johannesburg alla capitale Pretoria. Circa 100mila manifestanti sono scesi nelle strade di 32 diverse città del Sudafrica. Secondo il sindacato COSATU (Congress of South African Trade Unions), che ha organizzato la protesta, questa riforma dei pedaggi autostradali andrebbe a colpire principalmente i più poveri, oltre ai trasporti di materiali e beni di prima necessità. Il corrispondente della BBC dal Sudafrica ha parlato di manifestazioni di portata simile a quelle della rivolta contro l’apartheid.

Secondo le intenzioni del governo, i pedaggi saranno applicati ai nuovi tratti autostradali costruiti nel 2010 in occasione dei Mondiali di calcio. Finora la percorrenza di queste strade è stata gratuita, ma il governo da mesi sostiene che le opere in questione hanno costi elevati (di costruzione e manutenzione) che non può sostenere interamente lo Stato. L’introduzione dei pedaggi è stata proposta più volte negli ultimi mesi e il governo ha incontrato sempre resistenze da parte di molte aziende, le quali sostengono che una misura simile danneggerebbe gli investimenti e il commercio del paese. Secondo i piani del governo, si inizierà a pagare da fine aprile sulle autostrade da Johannesburg a Pretoria, mentre gli autobus e i taxi collettivi saranno esentati.

Il COSATU è un sindacato alleato dell’ANC (African National Congress), il partito attualmente al potere in Sudafrica, ma negli ultimi tempi si è opposto al governo sulla questione dei pedaggi raccogliendo il sostegno degli stessi giovani del partito (tra cui il famoso e controverso Julius Malema, recentemente espulso). Il COSATU oggi protesta anche per un altro motivo, il cosidetto “labour broking”, ossia la mediazione di diverse agenzie del lavoro interinale che secondo i sindacati starebbero rendendo i lavoratori sudafricani sempre più precari, con contratti a termine e senza alcuna garanzia (ferie e malattie). Secondo il COSATU, che definisce la pratica “una schiavitù moderna”, questo tipo di contratti precari oramai interessa circa un milione di sudafricani.

01:52:48 . 22 Apr 2012
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