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Il punto sull’Iran (7.3.2012) Il Post

Israele preme per attaccare, gli Stati Uniti frenano, ricominciano tra molti scetticismi i negoziati con la comunità internazionale.

Dopo l’ultimo viaggio del premier israeliano Benjamin Netanyahu negli Stati Uniti e l’incontro con il presidente Barack Obama, la questione del controverso programma nucleare iraniano è ancora molto lontana da una sua risoluzione, per lo meno in tempi brevi.

L’Iran dice che il suo programma nucleare è unicamente destinato alla produzione di energia. Gran parte della comunità internazionale, in primis Israele e Stati Uniti, pensa invece che l’Iran voglia dotarsi di una bomba nucleare. Alla stessa conclusione è arrivata qualche mese fa l’agenzia delle Nazioni Unite per l’energia nucleare. Le posizioni di Stati Uniti e Israele però divergono su un punto: i tempi per un eventuale attacco. Israele vorrebbe attaccare gli impianti iraniani anche in tempi brevi, qualora l’Iran non fermasse subito il suo programma nucleare, anche nonostante tutti i rischi e i dubbi posti da un eventuale intervento. Oggi il quotidiano israeliano Haaretz ha scritto che il governo Netanyahu avrebbe già preso in considerazione l’eventuale lancio di razzi su Tel Aviv come rappresaglia.

Gli Stati Uniti non sono dello stesso avviso. Nonostante ieri il capo del Pentagono Leon Panetta abbia sottolineato che tutte le opzioni sono sul tavolo, concetto pubblicamente ribadito dalla Casa Bianca, l’atteggiamento americano è più guardingo e lo stesso Obama ha invitato Netanyahu a non prendere decisioni affrettate e aspettare i risultati degli attuali sforzi diplomatici.

Ieri l’Unione Europea ha annunciato che presto – ma non si sa ancora quando né dove -riprenderanno i negoziati tra Iran, Germania e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina) dopo un’esplicita richiesta dell’Iran. C’è molto scetticismo da parte di tutti i paesi coinvolti, la Francia su tutti, visto come sono andati gli scorsi negoziati, nei quali il governo di Teheran ha fatto spesso ostruzionismo. Si teme che l’apertura dell’Iran possa essere una semplice mossa per guadagnare tempo, come già visto più volte in passato.

Anche l’Iran però non è nelle condizioni di poter tirare troppo a lungo la corda. Le sanzioni della comunità internazionale stanno facendo effetto, l’economia del paese attraversa uno dei suoi momenti più bui degli ultimi anni, l’inflazione è arrivata a livelli record, il blocco al potere è sempre più diviso, come hanno dimostrato le ultime elezioni parlamentari. Per il momento l’Iran sta continuando a cercare ed esplorare vie alternative per aggirare le sanzioni e vendere il suo petrolio, evitando così l’embargo della comunità internazionale sulle banche dove vengono accreditati i ricavi delle vendite di greggio.

Proprio le alleanze iraniane sono in questo momento un altro elemento fondamentale in caso di un eventuale attacco di Israele. Il movimento sciita Hezbollah in Libano ha fatto intendere che potrebbe attaccare Israele qualora venisse bombardato l’Iran (Hezbollah dispone di 10mila lanciarazzi nel sud del Libano). Il gruppo estremista di Hamas nella Striscia di Gaza, invece, ha detto che, in caso di bombardamento sull’Iran non attaccherà Israele. Del resto, nonostante siano entrambi di ispirazione musulmana, l’Iran è un paese a forte maggioranza sciita mentre Hamas è un movimento sunnita. E soprattutto, mentre l’Iran supporta la repressione di Assad in Siria, Hamas si è schierata a fianco dei ribelli. Non a caso Hamas punta a forti alleanze future con Egitto, Turchia e Qatar.

 

Siria: Chi è Burhan Ghalioun (10.3.2012) Journal

I ribelli siriani, guidato dall'eccellente personalità di Bhuran Ghalioun, non vuole nessun dialogo con il regime di Assad e non gradisce nemmeno la missione di Koofi Annan.

Il professor Bhruan Ghalioun è nato in Siria nel febbraio del 1945, è uno studioso della politica ed attualmente è professore di sociologia della politica all’Università della Sorbona a Parigi. Soprattutto dal 29 agosto dello scorso anno, Ghalioun è la guida del Consiglio Nazionale Transitorio della Siria, l’organizzazione che cerca di opporsi politicamente al presidente Bashar al Assad.

L’attività politica di Ghalioun è nota da tempo in ambiente internazionale oltre che nel suo paese. Alla fine degli anni ’70 ha scritto un libro “Il Manifesto della Democrazia” mentre il padre dell’attuale presidente Hafez Assad consolidava il suo potere reprimendo l’opposizione ed infilandosi nella guerra col Libano. In quel libro Ghalioun sosteneva che la democrazia era il rimedio per i tanti problemi del mondo arabo e che lui la vedeva come una necessità storica.

Negli anni ’80 ha prima guidato il Forum Sociale e Culturale Siriano per i compatrioti che espatriavano in opposizione al regime di Hafez Assad e nel 1983 fu uno dei fondatori dell’Organizzazione Araba per i diritti Civili.

Oggi in un’intervista telefonica con l’Agenzia Associated Press, il professore ha detto che il Consiglio Nazionale Transitorio siriano non può e non vuole dialogare con un governo che massacra la propria gente. Ghalioun ha anche detto che l’idea di inviare Koofi Annan in Siria come mediatore delle Nazioni Unite non è realistica e che non è piaciuta al popolo siriano.

 

La Svezia ha aiutato l’Arabia Saudita a costruire armi? (8.3.2012) Il Post

Lo sostiene un rapporto diffuso dalla radio nazionale, che ha generato discussioni e polemiche.

Martedì la radio nazionale svedese ha rivelato che l’Agenzia di ricerca per la Difesa della Svezia (FOI) ha aiutato l’Arabia Saudita nella realizzazione di una fabbrica di armi avanzate, tra cui missili e siluri. Il rapporto della radio si basa su centinaia di documenti riservati e su interviste con ex impiegati della FOI. Il cosiddetto progetto Simoom è stato gestito dalla FOI dal 2007 al 2009, quando venne consegnato a una società privata – che la radio definisce una copertura – perché l’Agenzia della Difesa non poteva continuare legalmente il progetto. La società, chiamata SSTI, avrebbe ottenuto il permesso di esportare materiale per missili, bombe e altre armi. Sempre secondo la Radio, la fabbrica non è stata ancora costruita, ma “il fatto che un’autorità come la FOI sia coinvolta nel piano di una fabbrica di armi per un governo dittatoriale come l’Arabia Saudita è una cosa inaudita”. In passato la Svezia aveva venduto armi all’Arabia Saudita, ma la radio spiega che il progetto Simoom “si spinge al limite di ciò che è possibile per l’autorità svedese”.

Il direttore generale della FOI, Jan-Olof Lind, ha negato l’esistenza del progetto e ha aggiunto di non voler commentare eventuali colloqui riservati tra Svezia e Arabia Saudita. Ex impiegati della FOI però hanno confermato l’esistenza del progetto alla radio. Tra questi Dick Straeng ha detto di aver gestito il progetto e ha confermato l’autenticità dei rapporti top secret mostratigli dall’emittente radiofonica. Straeng ha anche accusato il governo svedese di essere pienamente al corrente del progetto, indicando un documento firmato dal direttore generale della FOI che secondo lui sarebbe stato mostrato al ministro della Difesa svedese Sten Tolgfors. Tolgfors ha scritto sul suo blog che “per quel che ne so la FOI non ha alcuna collaborazione con la società di cui si parla nel rapporto. Il governo non ha mai dato mandato alla FOI di costruire un’azienda per produrre armi”.

Il primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt è intervenuto brevemente sulla vicenda. Non ha confermato la veridicità della notizia ma ha detto di aver firmato un accordo iniziale con i sauditi nel 2005, quando non c’erano regole che impedivano accordi con stati non democratici. Ha anche sottolineato che le leggi di esportazione svedesi sono state certamente rispettate. Secondo la legge svedese tutte le esportazioni militari devono essere regolate dall’agenzia svedese per la non-proliferazione e il controllo delle esportazioni.

La notizia ha provocato indignazione nell’opinione pubblica svedese e nei partiti di opposizione. Il partito di opposizione dei Verdi ha chiesto l’apertura di un’indagine e che il ministro della difesa presenti una relazione al Parlamento sull’accaduto; anche il Partito della Sinistra – sempre all’opposizione – ha chiesto una seduta parlamentare sulla vicenda.

 

Usa, Un sorriso per Obama: il lavoro risale (10.3.2012) Journal

Nonostante per il terzo mese consecutivo in America ci sia stata una crescita delle assunzioni nel mondo del lavoro il tasso di disoccupazione rimane all'8,3 per cento.

Il quadro economico degli Stati Uniti nel mese di febbraio ha acceso una lampadina importante perché il mondo del lavoro ha registrato un aumento di più di 200.000 posti di lavoro per il terzo mese consecutivo e sempre più persone si sono sentite nuovamente incoraggiate dalla crescita economica per ricominciare a cercare un nuovo lavoro.

Insieme alla buona notizia è arrivato anche un avvertimento tecnico: il tasso di disoccupazione mensile – un dato cruciale strettamente sorvegliato da economisti e politici – è rimasto bloccato al 8,3 per cento. Anche se gli analisti hanno accolto favorevolmente la relazione di ieri sui nuovi posti di lavoro nel mese di febbraio come un altro passo nella giusta direzione per il recupero dell’economia, il tasso di disoccupazione è sempre di più un punto critico nella battaglia politica a Washington e nella campagna elettorale.

Il numero esatto di posti di lavoro che sono stati coperti nel mese di febbraio è stato di 227.000 per completare tre dei migliori mesi di assunzioni da quando è iniziata la recessione.

Il Dipartimento del Lavoro ha detto Venerdì che l’economia ha aggiunto che queste assunzioni di febbraio sono più di quanto gli analisti avessero previsto. Il guadagno di posti di lavoro ha riguardato diversi settori, dalla sanità alla produzione, e anche le assunzioni statali sono state relativamente stabili con una media di 22.000 posti di lavoro al mese per tutto il 2011.

La Casa Bianca ha commentato che i dati mostrano come l’economia stia “continuando a guarire” dalle ferite della Grande Recessione. Durante un comizio in una fabbrica a Richmond ieri, il presidente Obama ha detto che il recupero è sempre più forte ed ha evidenziato i progressi nel settore manifatturiero.

“Quando vengo in posti come questo – ha detto il presidente – e vedo il lavoro fatto, mi dà fiducia, e credo che abbiamo davanti a noi giorni sempre migliori. La chiave ora, il nostro lavoro adesso, è quello di mantenere acceso questo motore economico”.

 

Siria: Cosa si sono detti Annan ed Assad (10.3.2012) Journal

Secondo il presidente Assad il problema della Siria è un fatto di terrorismo che impedisce la pace. Almeno questo ha detto a Koofi Annan, inviato dell'Onu che ha incontrato questa mattina.

Oggi è stato il giorno dell’incontro molto atteso dalla diplomazie occidentali. A Damasco, capitale della Siria, il presidente della Siria, Bashar Assad, ha ricevuto l’ex segretario dell’Onu, Koofi Annan, inviato proprio delle Nazioni Unite per cercare di capire se c’è uno spiraglio per una composizione pacifica del conflitto che sta insanguinando il paese da un anno.

Come benvenuto, involontario ovviamente, mentre Annan sbarcava a Damasco le truppe governative hanno dato il via ad un bombardamento terribile sulla città di Idlib a nord ovest del paese,che secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Civili è stato il più pesante della settimana, quasi un preludio ad un attacco alla città

Il colloquio tra Assad ed Annan è durato circa tre ore al termine del quale l’agenzia filo governativa Sana, ha riportato le parole del presidente di Damasco: “ La Siria è pronta a contribuire agli sforzi per trovare una soluzione politica alla crisi. Ma nessun dialogo politico può avere successo in presenza di gruppi terroristi armati che creano il caos e mettono in pericolo la sicurezza attaccando i cittadini e le proprietà”. Assad ha inoltre accusato ” I paesi stranieri” di fornire “un’immagine degli eventi che è l’opposto di quanto avviene in realtà sul terreno”.

In questi giorni Annan dovrebbe incontrare anche i rappresentanti dell’opposizione interna ad Annan ed in particolare il Coordinamento per il Cambiamento democratico.

Intanto il bollettino di guerra quotidiano deve registrare altri 44 morti dei quali 16 militari ribelli caduti in un’imboscata, secondo quanto rendono noto i Comitati locali di coordinamento dell’opposizione.

 

60 anni fa il golpe di Batista a Cuba (10.3.2012) Journal

Dagli anni '30 aalla fine degli ann'60 la storia di Cuba è stata dominata dai golpe: quelli di Fulgencio Batista soprattutto, l'ultimo nel 1952, il 10 marzo.

In realtà bisognerebbe parlare dell’ennesimo golpe nella vita di Fulgencio Batista y Zaldivar, sergente dattilografo dell’esercito cubano, nato nel 1901 che a furia di tradimenti e cospirazioni era riuscito in pochi anni a diventare la guida del suo paese per due volte.

La prima fu nel 1939 quando partecipando al colpo di stato contro Grau San Martin divenne in pratica il comandante supremo delle forze armate cubane e diresse l’isola reprimendo le proteste popolari di massa con l’unico modo che un dittatore conosce : ferro e fuoco. Gli toccò, nel 1940, fare alcune concessioni politiche e sociali, perché il popolo premeva e nel mondo cresceva la lotta internazionale contro il fascismo. Così Batista, amico e complice degli Stati Uniti fu eletto Presidente della Repubblica cubana fino al 1944 quando dovette passare la mano. A Ramon Grau San Martin di nuovo e poi a Carlos Prio che rimase in carica dal 1948 al 1952.

Esattamente fino al 10 marzo del 1952 quando, durante il carnevale, le truppe fedeli al colonnello Batista entrarono all’Avana occupando le principali caserme della città mentre lui, il colonnello si dirigeva alla conquista della fortezza militare della Columbia, la più importante della Capitale. Fu un bagno di sangue che andò avanti per un anno almeno con la violenza di origine, fino alla strage di Moncada del 1953 con 60 morti.

Batista pagò l’aiuto degli americani con ancor più ampie concessioni alle imprese ed ai consorzi del capitale nord americano, che utilizzavano l’isola di Cuba anche come base per gli affari in sud America. Ma proprio negli anni della dittatura di Fulgencio Batista, un giovane avvocato cubano di Biràn, lavorava alla sua battaglia contro dittatore ed il 1 gennaio del 1959 entrava trionfatore all’Avana, rovesciando il governo di Batista. Quell’avvocato si chiama Fidel Castro.

 

Slovacchia: vittoria del centro sinistra (11.3.2012) Journal

Robert Fico con partito socialdemocratico ha ottenuto la maggioranza assoluta alle le elezioni politiche anticipate in Slovacchia.

I sondaggi non sono stati smentiti ma il risultato ottenuto da Robert Fico, col partito socialdemocratico ( Smer), alle le elezioni politiche anticipate in Slovacchia è andato ben oltre le aspettative: conquistando il 44,79 % dei voti i socialdemocratici si sono aggiudicati 84 seggi su 150 nel Parlamento unicamerale. É la prima volta nella storia della Slovacchia, Paese ex comunista indipendente dalla Federazione cecoslovacca dal ’93, che un partito conquista maggioranza assoluta in Parlamento. Ora Robert Fico, già premier tra il 2006 e il 2010, potrà governare sostanzialmente da solo.

Le elezioni anticipate sono state indette dopo che il Parlamento ad ottobre aveva votato contro la ratifica del fondo di stabilità europeo (European Financial Stability Facility, EFSF) istituito dai 17 paesi membri dell’ eurozona per aiutare le nazioni in crisi. L’ex primo ministro, Iveta Radicova leader del partito cristiano-democratico, aveva posto la questione di fiducia sul voto e quindi è stata costretta a sciogliere il Governo.

Inoltre sulla pesante sconfitta del centro – destra ha influito il cosiddetto scandalo Gorilla, dal nome di un file che contiene le prove di alcune tangenti risalenti al periodo tra 1998 e il 2006, di cui hanno beneficiato i partiti che sostenevano l’allora primo ministro Mikulas Dzurinda, anch’egli cristiano democratico. Lo scandalo venuto alla luce negli ultimi tempi ha generato diverse proteste di piazza contro la corruzione e per il boicottaggio delle elezioni.

 

Oggi si vota in Slovacchia (10.3.2012) Il Post

I sondaggi danno l'affluenza molto bassa a causa di alcuni scandali recenti: il favorito è il socialdemocratico Robert Fico, mentre i cristiano-democratici al governo rischiano di sparire.

Oggi in Slovacchia si svolgono le elezioni politiche anticipate per formare un nuovo governo. Le operazioni di voto si sono aperte questa mattina e si chiuderanno alle 9 di questa sera. I risultati saranno quindi probabilmente diffusi nella notte e ufficializzati domenica mattina. Gli elettori sono chiamati a scegliere i 150 componenti del parlamento tra 2.900 candidati di 26 partiti.

Il favorito è Robert Fico, a capo del partito socialdemocratico e già primo ministro tra il 2006 e il 2010. Il governo uscente è presieduto da Iveta Radicova, esponente del partito cristiano-democratico slovacco, ed era stato sfiduciato dal parlamento nell’ottobre dello scorso anno durante il percorso di approvazione della riforma dell’EFSF, il fondo europeo di emergenza per la crisi.

I sondaggi prevedono un’affluenza molto bassa a causa di uno scandalo che ha coinvolto pesantemente il partito cristiano-democratico. Lo scandalo riguarda gli anni tra il 1998 e il 2006, quando al governo c’era l’ex primo ministro Mikulas Dzurinda. Era partito dalla pubblicazione in rete, lo scorso dicembre, di un file – noto come Gorilla – che conteneva le prove delle tangenti versate tra il 2005 e il 2006 dal gruppo finanziario Penta alla maggior parte dei partiti che sostenevano il governo Dzurinda, per vincere alcuni appalti di privatizzazione nel paese.

Per protestare contro questo scandalo e, in generale, contro la diffusa corruzione della classe politica slovacca, alcuni gruppi indipendenti riuniti sotto l’etichetta Protest Gorilla hanno organizzato nelle scorse settimane manifestazioni partecipate da qualche migliaio di persone per invitare gli slovacchi a non andare a votare. Negli ultimi giorni ci sono state dimostrazioni a Bratislava e in altre località del paese. La BBC parla anche di alcune decine di persone arrestate dalla polizia nelle ultime ore.

La prima conseguenza diretta dello scandalo e, probabilmente, anche del clima di insofferenza emerge già dai sondaggi. Le previsioni danno infatti l’affluenza molto bassa: secondo analisi citate dalla BBC intorno al 40 per cento, mentre secondo l’agenzia di stampa tedesca Deutsche Welle intorno al 50. Secondo i sondaggi, in ogni caso, il partito social democratico potrebbe arrivare al 39 per cento dei voti, percentuale che assicurerebbe al partito di Fico la maggioranza assoluta del parlamento slovacco, mentre il partito cristiano democratico di centrodestra, decisamente il più penalizzato dallo scandalo corruzione, dovrebbe perdere il sostegno di gran parte del suo elettorato, rischiando di ottenere una percentuale vicina al 5 per cento, soglia minima per entrare nel parlamento slovacco.

Secondo Deutsche Welle alcune formazioni politiche minori nate negli ultimi mesi, come il Partito della gente comune (Common People Party) e il movimento 99 percento, ispirato alle proteste contro la crisi economica e il sistema finanziario mondiale, potrebbero guadagnare spazio e sostegno nelle fasce deluse dell’elettorato.

 

Kiribati: Trasferire uno stato (10.3.2012) Il Post

Il governo di Kiribati, un piccolo paese dell'oceano Pacifico, ha deciso di comprare 25 km quadrati in un altro stato e di considerare la possibilità di traslocare gli abitanti.

Il presidente del piccolo stato di Kiribati, una trentina di atolli nell’oceano Pacifico sparsi per oltre 3,5 milioni di chilometri quadrati, ha annunciato che il suo governo ha approvato questa settimana un piano per comprare circa 25 km quadrati su Viti Levu, l’isola principale delle Isole Fiji, un altro stato dell’oceano Pacifico che si trova alcune centinaia di chilometri più a sud, come “assicurazione” nel caso che l’innalzamento del livello dei mari metta in pericolo la stessa esistenza di Kiribati.

Il presidente Anote Tong ha detto che il terreno, che è stato venduto da un’organizzazione religiosa per circa 9,6 milioni di dollari (7,3 milioni di euro), potrebbe servire per trasferire in futuro tutta o parte della popolazione del paese, che attualmente è di poco superiore alle 100 mila unità. Ha aggiunto che spera che il trasferimento non avvenga, ma le prossime generazioni dovranno probabilmente prendere in considerazione la possibilità. Tong ha detto che l’area di cui si sta negoziando l’acquisto è grande circa il triplo dell’atollo di Tarawa, dove oggi vive più della metà della popolazione di Kiribati.

Kiribati è stato una colonia del Regno Unito fino al 1979, è formato da un gruppo di isole intorno all’equatore ed è uno dei paesi più colpiti dall’innalzamento del livello del mare negli ultimi decenni. È un paese piuttosto povero, come molti degli stati insulari dell’oceano Pacifico, con un reddito per abitante intorno ai 1.600 dollari l’anno.

Il livello del mare è cresciuto di circa venti centimetri nell’ultimo secolo, e nel 2100 potrebbe essere aumentato di altri cinquanta o sessanta centimetri rispetto ad oggi (secondo alcune stime, il Pacifico si innalza di circa 2 millimetri l’anno). Questo innalzamento potrebbe mettere a rischio la stessa esistenza di alcuni stati del Pacifico e delle Maldive, il paese con l’altezza media sul livello del mare più bassa del mondo: meno di un metro per più dell’80 percento del territorio nazionale. Anche senza essere completamente sommersi, questi paesi potrebbero diventare inabitabili a causa delle infiltrazioni saline nelle riserve di acqua dolce e perché il territorio ristretto diventerebbe indifendibile dalle onde.

I processi di infiltrazione salina e di maggiore pericolosità del moto ondoso stanno già colpendo gli abitanti di alcuni villaggi di Kiribati, che si sono già dovuti trasferire. Le autorità delle isole Fiji non sembrano essere ancora state informate ufficialmente dell’acquisto: il presidente Tong ha detto che prima di farlo aspetta l’approvazione definitiva da parte del parlamento, che è attesa per aprile.

 

Siria: il massacro di Homs e il video da Idlib (12.3.2012) Journal

Gli attivisti siriani hanno denunciato il massacro di 50 persone ad Homs da parte delle milizie fedeli ad Assad. Il regime conferma ma da la colpa ad un gruppo di terroristi.

L’inviato speciale della Lega araba e dell’ Onu, Kofi Annan, ha lasciato la Siria senza che un accordo per un cessate il fuoco tra il regime e gli oppositori sia stato trovato. Anzi all’indomani della partenza dell’ex segretario della Nazioni Unite, gli attivisti siriani hanno denunciato forse il più brutale dei massacri di cui si ha notizia dall’inizio della rivolta. Una cinquantina di persone, in gran parte donne e bambini, sono stati trucidati in due quartieri di Homs, la città simbolo della resistenza al regime. Gli attivisti sostengono che sia stata opera delle milizie fedeli al presidente Bashar Al Assad, chiamate Shabiha, che nulla hanno a che vedere con l’esercito ufficiale, ma sono piuttosto bande di paramilitari alawiti.

Mulham al-Jundi, un membro del Consiglio nazionale dell’opposizione siriana, fuggito da Homs mercoledì scorso, ha sostenuto che suoi contatti nella zona gli hanno riferito che le forze di sicurezza avevano violentato le donne e bruciato vive intere famiglie cospargendo le case con la benzina. Per il momento è stato possibile il riconoscimento soltanto di 24 persone. Questa versione e altri particolari sono stati confermati da altri attivisti ma è impossibile poterla verificare in maniera indipendente. Il regime, per mezzo dall’agenzia di Stato Sana ha diffuso un comunicato del ministro dell’Informazione di Assad secondo cui il massacro sarebbe opera di bande di terroristi e sarebbe stato compiuto per poter criminalizzare le forze di sicurezza siriane agli occhi della comunità internazionale.

L’attivista Mulham al-Jundi, contattato dal quotidiano londinese The Guardian, alla richiesta di fornire prove di quanto sostenuto ha risposto che una prova evidente sono le decine di video pubblicati in rete in cui vengono mostrati i corpi straziati delle vittime. Le immagini meno cruente di un video più lungo sono mostrate nei primi minuti di questo servizio di Al Jazeera e si riferiscono a una famiglia del quartiere Karm az Zeitun. Un altro video, di cui però sconsigliamo la visione a chi pensa che la propria sensibilità possa essere urtata, è possibile visionarlo qui.

Un’altra testimonianza della violenta repressione del regime arriva dalla città di Idlib dove l’inviata di Al Jazeera, Anita McNaught, è riuscita ad entrare nonostante i divieti e l’intenso bombardamento del fine settimana. Con queste immagini ha documentato l’intensificarsi della repressione e l’utilizzo da parte dell’esercito di armi pesanti nel colpire i quartieri di civili.

 

Le proteste di oggi in Russia (10.3.2012) Il Post

La manifestazione in corso a Mosca è un test importante per l'opposizione russa, ma l'affluenza sembra essere decisamente inferiore alle attese (le foto).

Aggiornamento 13.32 – Come riporta Vyacheslav Kozlov, giornalista di Gazeta.ru, dopo la manifestazione di Novy Arbat il leader dell’opposizione Sergei Udaltsov si sarebbe diretto a piazza Pushkin con centinaia di manifestanti, nonostante non avesse l’autorizzazione per farlo. Successivamente Udaltsov sarebbe stato fermato dalla polizia insieme ad altri manifestanti. Altri fermi ci sono stati a San Pietroburgo, anche in questo caso per una manifestazione non autorizzata.

Oggi a Mosca, in Russia, si stanno svolgendo nuove proteste contro la rielezione di domenica scorsa del nuovo presidente Vladimir Putin, al suo terzo mandato. Sono le prime proteste dopo le centinaia di arresti a Mosca e San Pietroburgo di lunedì scorso, il giorno dopo le elezioni presidenziali vinte da Putin con circa il 65 per cento dei voti, secondo i dati ufficiali contestati dalle opposizioni e anche da alcuni osservatori internazionali. A Mosca, dove oggi c’è il sole ma fa anche molto freddo, circa 2500 agenti sono in strada per garantire l’ordine pubblico.

Ci si attendeva un’affluenza pari ad almeno 50mila manifestanti. In realtà, le persone che stanno partecipando alla protesta sarebbero molte di meno. Secondo la polizia sarebbero circa 10mila, per gli organizzatori della manifestazione sarebbero 20-25mila i presenti, una cifra comunque ben al di sotto delle attese. Tra l’altro, il luogo della manifestazione, ossia la larga strada Novy Arbat, era stato scelto dagli organizzatori proprio per contenere almeno altre due decine di migliaia di manifestanti che però non sono arrivati. Inoltre, durante la protesta almeno 500 esponenti nazionalisti hanno abbandonato la manifestazione in segno di protesta, al grido “i liberali hanno mollato”. Secondo la Novaya Gazeta, l’avrebbero fatto perché “gli organizzatori sono tutti ebrei”.

Sul palco si sono avvicendati vari esponenti dell’opposizione russa, come riporta Anna Zafesova della Stampa sul suo canale twitter, “oratori noti alternati a semisconosciuti, osservatori, attivisti, deputati municipali neoeletti”. Tra questi, ha parlato il campione di scacchi Garry Kasparov, dicendo “se crediamo che Putin abbia vinto, anche e nonostante i brogli, e se ci rassegnamo, è finita”. Il leader del Fronte di Sinistra, Sergei Udaltsov, ha esortato la folla a continuare la battaglia contro Putin, ma senza ricorrere alla violenza: “O vinciamo noi, o loro, restiamo in piazza, ma senza rompere un vetro”. La folla ha risposto con uno slogan piuttosto comune tra gli oppositori: “Noi siamo il potere”.

Lo stesso Udaltsov aveva detto ieri che se si fossero presentate “100mila persone alla manifestazione, il movimento avrebbe ottenuto dei risultati immediati. Altrimenti ci aspetterebbe un lungo e duro lavoro”. Il corrispondente della BBC da Mosca, Richard Galpin, ha detto che quella di oggi è una manifestazione chiave. In caso di flop, le opposizioni russe dovrebbero riorganizzarsi e c’è il rischio che alcune frange del movimento potrebbero presto ricorrere alla violenza.

 

Norvegia: “Breivik non è un lupo solitario”: a dirlo il giornalista Øyvind Strømmen (10.12.2011) DirettaNews

Se considerasse Anders Behring Breivik come un lupo solitario, la Norvegia commetterebbe un errore imperdonabile. A pensarla così è Øyvind Strømmen, noto giornalista e scrittore 31enne del paese scandinavo, esperto di gruppi radicali e di estrema destra, tanto da attirare su di sé l’antipatia (e le minacce) di molti gruppi estremisti.

Strømmen è convinto che in Norvegia ci siano molte persone che condividono le idee di Breivik: contrari all’immigrazione, profondamente nazionalisti. “E’ da ingenui pensare che Anders Behring Breivik sia un lupo solitario” ha spiegato nel corso di una intervista al quotidiano Dagvisen, “è parte di un movimento, di un ambiente che può essere pericoloso”. Tanti su internet inneggiano alla violenza, aggiunge Strømmen, e alcuni potrebbero decidere di passare dalle parole ai fatti: Breivik, in un certo senso, ha aperto una strada che potrebbe essere percorsa da chi avrà la determinazione e la capacità di emularlo.

È importante che gli investigatori effettuino monitoraggi attenti e costanti dei forum che esistono in rete: lì le idee più estreme circolano e proliferano. “Internet è usato dagli estremisti per diffondere i loro messaggi ideologici” dice Strømmen, “il web facilita i contatti tra i gruppi più radicali”.

Resta il fatto che il mondo dell’estremismo di destra in Norvegia finora non è stato indagato davvero a fondo. L’ammissione arriva anche da Tore Bjørgo, che insegna alla Scuola di Polizia Norvegese, secondo il quale le forze dell’ordine non sono ancora riuscite a stabilire quanto pericolosi siano i gruppi di destra nel paese.

 

Irlanda, Tassa europea sulle transazioni finanziarie: per il Fianna Fáil (Irlanda) è dannosa per l’economia (11.12.2011) DirettaNews

Secondo Michael McGrath, esperto in questioni finanziarie del partito Fianna Fáil, la decisione del primo ministro inglese David Cameron di non aderire all’accordo preso in sede europea sulla stabilità fiscale, danneggerebbe pesantemente l’economia irlandese.

A detta di McGrath la scelta di tassare le transazioni finanziare, a cui l’Irlanda dovrebbe sottostare in quanto paese membro dell’Unione Europea e aderente al mercato interno all’eurozona, sarebbe un colpo per l’andamento dell’economia nazionale. Tanto più che il vicino Regno Unito non sarà soggetto, dopo l’estromissione dal patto operata da Cameron, alla stessa tassazione.

“Il sistema finanziario è altamente flessibile e sempre in movimento, pertanto non possiamo permetterci di sostenere una situazione in cui Londra diverrebbe molto più allettante per gli investimenti di quanto non sarebbe l’Irlanda a causa del nuovo regime di tassazione. In un contesto di questo tipo le ripercussioni sul settore finanziario irlandese sarebbero moltissime”, ha detto il politico, dichiarandosi preoccupato anche per quanto riguarda le conseguenze che il provvedimento potrebbe avere sul mondo del lavoro in generale.

McGrath ha richiesto un tempestivo intervento del premier irlandese Enda Kenny volto a chiarire l’entità della decisione presa in sede europea e la gravità delle ricadute che questa avrebbe sull’economia nazionale.

Curioso che ad allarmarsi per i danni che la nuova tassa sulle transazioni finanziarie arrecherebbe al Paese sia proprio uno dei membri del Fianna Fáil, partito sotto il cui governo nel 2010 l’Irlanda ha dovuto dichiarare il proprio fallimento. La rovinosa crisi finanziaria che ha investito l’isola lo scorso anno è stata provocata proprio dagli ingenti prestiti che l’ex esecutivo ha emesso a favore delle banche che avevano dichiarato bancarotta.

 

La mancata adesione della Gran Bretagna all’accordo Ue divide Cameron e Clegg (11.12.2011) DirettaNews

Il tanto auspicato accordo tra i leader dei Paesi europei per modificare le regole comunitarie in materia economica è stato raggiunto nei giorni scorsi: certo, si tratta di un documento aggiuntivo rispetto al Trattato esistente e non di una modifica di quest’ultimo come si prospettava invece in precedenza ma è pur sempre l’esito positivo di un negoziato che se fosse andato a monte forse avrebbe visto naufragare il progetto europeo.

Oltre al fatto di non aver raggiunto un’intesa per modificare il Trattato Ue, i capi di Stato e di governo del vecchio continente hanno anche un altro rimpianto: la mancata adesione della Gran Bretagna. Nonostante i ripetuti tentativi di mediazione, La posizione di David Cameron è stata irremovibile: Londra non intende rinunciare ad un pezzetto della sua sovranità. La linea del premier britannico ha suscitato malumori non solo negli altri governi europei – in primis quello francese – ma anche nel suo stesso esecutivo. Perché se è vero che i leader dell’Ue sono rammaricati per aver stipulato un accordo a 26 e non a 27, in Gran Bretagna più di qualcuno accusa il premier di aver portato il Paese in una condizione di isolamento sul piano internazionale. Particolarmente irritato il numero due del governo Nick Clegg, almeno stando a quanto scrive oggi l’Independent. Il settimanale parla di un Clegg “furioso” con Cameron a causa della “partita giocata male” al vertice europeo e “amaramente deluso” dall’esito del summit. Riferendo le dichiarazioni di un collaboratore del vicepremier, l’Independent aggiunge che secondo Clegg quello di Bruxelles non è “un buon accordo per la Gran Bretagna, per l’occupazione e per la crescita”, poiché appunto provoca l’isolamento di Londra e va contro gli “interessi nazionali”, e che il vicepremier è stupito del fatto che “Cameron non abbia tentato di negoziare più a lungo”. Lo stesso Clegg, intervistato da un’emittente televisiva inglese, ha spiegato che in questo momento non si può “indire un referendum sull’Unione Europea” ma che allo stesso tempo la Gran Bretagna ha assoluta necessità di “riannodare i fili con l’Europa”.

Tra Cameron e il suo vice, dunque, non sembra tirare una buona aria. D’altra parte i contrasti tra i due non sono una novità: un certo attrito era già emerso la scorsa estate quando, nell’infuocato clima dello scandalo intercettazioni, Clegg aveva rinfacciato a Cameron la nomina di Andrew Coulson (ex direttore del News of the World arrestato nel quadro della vicenda che ha travolto il gruppo editoriale di Rupert Murdoch e poi rilasciato su cauzione) a suo portavoce, sottolineando come la scelta del responsabile delle Comunicazioni fosse responsabilità esclusiva del premier.

 

Norvegia: Breivik senza rimorsi per l’attentato di Utøya. Ora potrà leggere i quotidiani e vedere la tv (12.12.2011) DirettaNews

A distanza di mesi da quel 22 luglio, Anders Behring Breivik potrà avere accesso alla televisione, alla radio e ai quotidiani. Cessa così l’isolamento dal mondo a cui è stato costretto sin dal suo arresto, il giorno dopo aver sconvolto la Norvegia con i 77 morti tra Oslo e l’isola di Utøya. Già la scorsa settimana Breivik aveva potuto leggere molte delle lettere che gli sono state inviate in questo periodo: molte lettere e alcune curiose, visto che per posta il 32enne ha ricevuto anche proposte di matrimonio.

La polizia critica la scelta di lasciargli leggere quotidiani e seguire le sue vicende in tv. Breivik potrà avere accesso ai media esattamente come gli altri detenuti. Knut Bjarkeid, direttore del carcere dove si trova Breivik, ha spiegato che la tv e la radio sono state incassate nelle pareti della cella, per impedire che possano essere smontate.

Geir Lippestad, l’avvocato di Breivik, lo sta aggiornando man mano sui vari aspetti della perizia psichiatrica che l’ha definito malato di mente: una conclusione che il 32enne non condivide, come non condivide la scelta di alcuni quotidiano di utilizzare elementi della sua infanzia per spiegare i fatti del 22 luglio. E proprio sulla strage, Breivik per bocca del suo avvocato ha precisato di non avere rimorsi. Il processo a suo carico comincerà il prossimo 16 aprile.

 

Estremismo di destra: in Svezia un piano del governo per combatterlo (12.12.2011) DirettaNews

Quello appena trascorso è stato un sabato complicato per Stoccolma. Per le vie della capitale svedese è sfilato un corteo di estremisti di destra. Quando i dimostranti hanno raggiunto Mynttorget, nel centro città, il gruppo è venuto a contatto con alcuni manifestanti che volevano interrompere il corteo: sono volate bottiglie, petardi, uova, la polizia è stata costretta ad arrestare diverse persone.

Un’atmosfera molto tesa, l’ha descritta l’agenzia TT. E non è stata una sorpresa: voci di possibili scontri si erano rincorse nei giorni precedenti e alla fine è successo più o meno quello che ci si aspettava. Proprio il giorno prima che andasse in scena la manifestazione, il governo aveva presentato il suo piano per combattere l’estremismo: per farlo, tra il 2012 e il 2014, la Svezia conta di investire 62 milioni. Il governo punta molto sull’educazione negli ambienti scolastici e intende creare gruppi di sostegno per coloro che vogliono lasciare i gruppi estremisti. La cooperazione tra le forze dell’ordine internazionali è un altro capitolo centrale del piano.

Il governo cercherà di determinare quali sono i tipi di estremismo che più facilmente ricorrono alla violenza e su quelli concentrerà i suoi sforzi. Gli ambienti più radicali della destra e della sinistra verranno studiati a fondo, ma anche ciò che gravita intorno al fondamentalismo islamico godrà di una attenzione particolare. Nessuno dei tre rappresenta nello specifico una minaccia, hanno spiegato fonti del governo, ma sarebbero almeno un centinaio le persone che le forze dell’ordine stanno seguendo da un po’.

 

Tasso di disoccupazione: in Irlanda in aumento del 5,25% rispetto allo scorso anno (12.12.2011) DirettaNews

Secondo una ricerca nazionale condotta dal CSO (Central Statistics Office), nella Repubblica d’Irlanda il tasso di disoccupazione sarebbe cresciuto del 5,25% nel corso di un solo anno. Stando ai dati pubblicati dalla statistica, dati che si riferiscono alla fine di settembre 2011, il numero di persone senza un impiego sarebbe cresciuto di 15. 700 unità rispetto al 2010 e porterebbe la cifra complessiva di disoccupati a 314.700.

Una preoccupante differenziazione in termini di rilevanza occupazionale è stata evidenziata in base all’appartenenza di genere: se per gli uomini il tasso di disoccupazione è salito di circa il 2,3%, per le donne è stato attestato un aumento pari all’ 11,4%.

Cresce anche la cosiddetta disoccupazione a lungo termine. Se nel 2010, sul totale di individui senza impiego, il 47% si trovava dal mercato del lavoro da parecchio tempo, nel 2011 la percentuale è salita al 56,3. Nel 2009, la disoccupazione a lungo termine costituiva solo il 25,5% della disoccupazione complessiva.

Il settore più colpito dall’assenza di prospettive lavorative in Irlanda sarebbe, secondo i risultati del sondaggio, quello dell’educazione. E’ stata registrata una consistente decrescita nell’apparato di impiego che ruota attorno al sistema per la formazione irlandese: l’8, 1% di lavoratori interni al settore in meno rispetto allo scorso anno. A seguire, per quanto riguarda le aree in declino da un punto di vista occupazionale, il settore alberghiero (- 8.500 impiegati) e quello dell’industria (- 7.700 impegati).

Sarebbero soprattutti i giovani a sperimentare le conseguenze di questo calo occupazionale. In particolare le categorie di individui in potenziale attività compresi nella fascia 20-24 anni (-13.1%) e in quella 25-34 (-5,8%).

Il tasso complessivo di disoccupazione in Irlanda è arrivato alla preoccupante cifra percentuale di 14. 2. Una veloce comparazione con gli altri paesi europei: la media comunitaria è attestata attorno al 9.3%, il paese con più disoccupati è la Spagna (20, 9%) e quello con il minor percentuale di cittadini senza impiego è l’Austria (4,1%).

 

Sa 7.4.2012

 

VENEZUELA, CHAVEZ PREGA PER SÉ STESSO: HO ANCORA MOLTO DA FARE (6.4.2012) Il Velino

Il presidente torna a Caracas dopo le cure a Cuba. Aumenta il distacco sul rivale Capriles.

Una preghiera per ritrovare la salute e continuare a guidare il Paese. Un Hugo Chavez commosso, appena rientrato in patria dopo la trasferta per cure a Cuba, rivolge lo sguardo al cielo e prega per la sua salute, messa alla prova da una serie di interventi per rimuovere un tumore. “Dammi vita perchè ho ancora tante cose da fare per questo popolo e questa patria”, ha detto il leader venezuelano in occasione di una messa officiata a Barinas, nella parte sudorientale del Paese, e trasmessa dall’emittente VTV. Il 57enne presidente, in corsa per un terzo mandato consecutivo, è rientrato mercoledì sera da Cuba, dove si è sottoposto ad un ciclo di radioterapia. Ed è apparso alla nazione attorniato dai genitori, dalle figlie e dal fratello Adan, governatore di Barinas, lo stato dove sorge Sabaneta, città natale di Chavez. Nonostante le speculazioni sullo stato di salute e i dubbi che possa essere in grado di restare alla guida del Paese, il leader venezuelano continua a dominare i sondaggi, staccando di ben 30 punti percentuale il rivale Henrique Capriles, candidato unico dell’opposizione, secondo gli ultimi sondaggi.

00:11:55 . 02 Mag 2012
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